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Ho pubblicato sul sito e sul blog di 20eventi la notizia inerene l’apertura di un concorso fotografico collegato alla manifestazione di maggio.
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"Crisalide" di Aurore Pellet, fotografata da Achilli
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Ho pubblicato sul sito e sul blog di 20eventi la notizia inerene l’apertura di un concorso fotografico collegato alla manifestazione di maggio.
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"Crisalide" di Aurore Pellet, fotografata da Achilli
02/12/2008
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Avvertenze
Le citazioni senza note sono tutte dell’artista. Va detto che gli appunti sono stati presi in diretta e senza l’ausilio di registratori, quindi in alcuni casi c’è il rischio che la citazione non sia del tutto letterale, ma posso comune assicurare la totale fedeltà.
Luca Vitone
Per informazioni generali sull’artista, rimando alle seguenti risorse che si trovano in rete
> http://www.artfacts.net/index.php/pageType/artistInfo/artist/2328/lang/1
> http://digilander.libero.it/biblioego/LucaVit.htm
> http://www.rollingstonemagazine.it/page.php?ID=1408
Il suo lavoro di artista inizia fra il 1987 e il 1988
Lavoro dell’artista, asserisce Vitone, “è un lavoro intellettuale particolare, che in Italia non trova un contesto culturale e sociale capace di sostenerlo”. Soprattutto agli inizi della sua carriera ha dovuto fare i conti con una estrema penuria di mezzi.
Anche a questo fatto materiale è dovuta la sua poetica, basata su un impiego di materiali privi di spessore economico. Quindi fotocopie, walkman,…
Altra origine del suo linguaggio artistico, oltre questa congiuntura socio-economica, viene individuata dall’artista: si tratta del consapevole riferimento all’opera di Joseph Corner.
Fu nel 1983 che vide una sua mostra. (quale?)
“Iniziai a costruire scatolette, imballarle con carte geografiche e collocare oggetti”, il tutto in modo privato, ma continuativo.
In Italia gli anni ottanta sono stati gli anni della pittura. Si veda la transavanguardia dalla fine dei settanta, patrocinata dall’unica influente grande rivista di arte contemporanea allora in circolazione: Flash Art di Politi.
“Io no; io, in questo ero simile a Corner, non usavo pennelli. E mi si poneva il dubbio su come proseguire la mia formazione. “«Che faccio, vado all’accademia? O all’università?», pensavo. L’Accedemia era infestata di pittori, ma nel 1985 mi sono iscritto a Brera, e in fin dei conti Fabro mi diede spunti molto interessanti”.
Tuttavia dopo poco tempo abbandonò Brera e si iscrisse al Dams, allora praticamente appena istituito, nell’unica sua sede, quella storica di Bologna.
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Da cosa è costituita l’opera d’arte?
Per Vitone l’opera d’arte è costituita di due livelli.
Un primo livello, è quello dell’idea o dell’argomento. Si tratta del livello più facile e comune a tutti. Tutti hanno argomenti e idee che potenzialmente potrebbero fornire lo spunto o il contenuto di un’opera d’arte.
Quello che è arduo è la riflessione che l’artista fa sul linguaggio, sulla forma da dare a quel contenuto. E questo secondo livello deriva da una profonda conoscenza storica delle regole: è un po’ come lavorare all’interno di una libertà codificata. “L’artista gioca come un adolescente” al fine di contestualizzare la sua idea.
“Come avevo detto prima, al mio esordio l’Italia era in piena pittura (in Italia, mentre nei paesi anglosassoni il conceptual si evolveva diversamente). Quindi io ho pensato di tornare ad un grado zero dell’immagine: togliere colore, uscire dalla bidmiensinalità pittorica e lavorare sullo spazio con materiali il più invisibili o delicati possibili.
C’era anche da sviluppare un tema, riflettere su un argomento funzionale ad esprimere quello che volevo”. L’artista ha trovato il suo tema all’interno di se stesso, in una sua antica ossessione: quella delle carte geografiche.
La carta geografica non è solo il supporto che rappresenta il paesaggio, ma un contenitore di luoghi ed un riproduttore di luoghi che vengono abitati in maniera seconda. Attraverso la mappa geografica viviamo un esperienza raddoppiata e modificata dal sapere che le carte stesse ci hanno trasmesso. In questo processo retroattivo, noi operiamo un percorso conoscitivo dello sdoppiamento che siamo portati a vivere.
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Breve elenco dei suoi lavori
Uno dei suoi primi lavori è stato Galleria pinta: fotocopie della planimetria, ingrandite fino a raggiungere le dimensioni reali e collocato in modo da aderire al suo referente.

Parte della Galleria Pinta
Anche qui si fondono motivazioni personali, concettuali e strutturali. Le fotocopie rappresentavano, infatti, per Luca Vitone, il mezzo più economico e allo stesso tempo più spersonalizzante (almeno allora): grazie a questo mezzo, l’artista ha potuto ottenere quelLa duplicazione del luogo che ricercava. I visitatori non avevano rapporto diretto con i l luogo ma con la sua rappresentazione.
Quando l’artista dice della fotocopia: “il mezzo più spersonalizzante (almeno allora)”, accentua con il toNo della voce, l’“almeno allora”. Sarebbe stato logico chiedergli cosa ne pensasse dei media a disposizione oggi, ma per questa osservazione non c’è stato tempo.Second Life, e mi sarebbe piaciuto paragonare Galleria Pinta alla performance che era stata organizzata per Ars Electronica 2007 nella piazza…. Avrei voluto chiedergli cosa ne pensasse in particolar modo degli ambienti virtuali del tipo di quelli usati in Second Life.
“La cartografia è un convenzione usata per dominare il territorio: infatti è gestita dai militari, e i luoghi militari vengono spesso occultati nelle carte geografiche”.
Questa volontà di dominio associa la cartografia al linguaggio. Nell’intersezione fa questi due spazi c’è la toponomastica. Senza nomi non possiamo riconoscere il paesaggio. Così, in un altro suo lavoro, Luca Vitone ha cancellato manualmente (“in un epoca in cui non c’era ancora Photoshop!”) le parole sulle mappe, togliendo in questo modo le necessarie coordinate di leggibilità.
Solo con la nostra esperienza personale il luogo diventa un luogo vivibile. Da questa osservazione dell’artista mi viene da dire che, come nel liguaggio per Wittgenstein assume i suoi significati solo in base ai suoi usi, il senso del luogo deriva per Vitone dall’abitarlo.
“Nell’89 cercavo altri elementi di rappresentazione del luogo. Ho pensato di utilizzare musica. Tipica di un cultura materiale del luogo e veicolo di relazioni fra la gente”.
Di qui nasceranno vari progetti basati sulla musica popolare folk delle diverse regioni. Progetti che sono stati in grado di collocarsi a cavallo fra arte, antropologia, sociologia dei media ed etnomusicologia.
A Primo Piano Gallery eseguì un lavoro basato in maniera particolare su canti popolari lombardi. L’occasione era quella di una mostra collettiva in uno spazio, la Primo Piano, che si presentava come la contaminazione fra una galleria d’arte ed un locale notturno. Insieme a Luca Vitone, fra gli altri, espose Maurizio Cattelan, il quale aveva installato uno spioncino nella porta della toilette femminile.
Gli etnomusicologi (in contrapposizione ai musicologi) registrando queste forme musicali si riferiscono a non professionisti: arrangiamenti locali, voci registrate sul campo, con mezzi dell’epoca (specie anni 50). Autenticità deriva dal cantare male? Questa è un’aporia difficilmente risolvibile.
Fatto sta che l’installazione sonora di Vitone entrava in contrasto con la musica da discoteca del locale, e fu costretto (anche in malo modo) a rimuovere il proprio lavoro.
Riutilizzò lo stesso lavoro in un’altra galleria, apponendo una cartina della regione.
Poi, nel 1992, ha usato in una mostra al Gam 4 mensole con regioni diverse che creano caos sonoro. Tuttavia il caos lasciava spazio ad una fruizione di musiche distinte e riconoscibili quando l’istallazione veniva vissuta e, camminando vicino a ciascuna mensola, si potevano percepire le diverse musiche e collegarle alle rispettive regini di provenienza.
Oltre alla musica ho usato anche il cibo come prodotto tipico del luogo, pregno di memoria collettiva e individuale.
L’obiettivo di Vitone è creare relazioni e divulgare proprietà del luogo.
A Colonia, nella Galerie Christian Nagel, Luca Vitone ha fatto una mostra ospitando come coautori della mostra medesima alcuni membri della comunità Rom presente sul territorio. I nomadi avrebbero dato una diversa interpretazione del luogo: punto di vista necessarimanete diverso. La polarità che è stata creata è tra la fissità del luogo ed il luogo come tappa instabile di un movimento.
Nel ’98, a Milano, lavora a Wide City: un progetto rivolto e basato sugli stranieri presenti a Milano.in quest’opera Luca Vitone prende come riferimento l’architettura del grattacielo BBPR, simbolo laico che rimanda alla torre italiana, per distribuire carte geografiche e materiale informativo sulle attività straniere presenti in città.
Nel 2000, presso la PS1, realizza Hole. L’opera si presntava come un’attenta messa in scena di un lavoro di cantiere i cui operai avessero appena interrotto il lavoro. Perché gli operai se ne sono andati?
Dallo scavo lasciato incompiuto esce della musica. Si tratta, in realtà, di due musiche montate insieme: una traccia è una canzone degli indiani nativi del luogo; l’altra traccia è, invece, un canto tipico degli olandesi ai tempi del loro sbarco a Long Island.
Tra gli ultimi lavori, LucaVitone ci ha parlato della sua “regressione senile”. Infatti ha iniziato ad utilizzare, cosa che da giovane avrebbe ripudiato, delle tele. Ma che uso ne ha fatto? Un uso del tutto privo di soggettività. Un po’ sullo stile di Warhol, ha lasciato che sulle tele si imprimesse il segno del tempo (ruggine, polvere,…).
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Conclusioni
Sulla base di quest’ultimo esempio, ho domandato all’artista
“Che consigli darebbe al restauratore che fra 100 anni si dovesse trovare alla sue tele polverose?”
“Non so dare risosta…
Magari basta aggiungere altra polvere, ma non credo che il restauratore filologo sarebbe d’accordo.
La deperibilità fa parte della nostra natura, ciò che è eterno mi annoia. Tuttavia non nego che in fondo l’artista sia lusingato dal fatto che le proprie opere conservino nel tempo memoria del proprio autore”.
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Articoli correlati
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Ho appena aggiornato il blog di 20eventi.
Troverete due notizie inerenti la partecipazione di due artisti di 20eventi 2009 ad altrettante distinte situazioni espositive.
> Hana Miletic @ EXCEPT (a Bologna dal 24 gennaio)
> Marco Strappatp @ TWIY (on line dal 22 gennaio)
Ci sono anche delle picocle modifiche al sito… ma sono molto piccole. Chi se ne accorge vince un premio!
Me lo aveva suggerito, nel modo subdolo che gli si addice, FaceBook.
Dico FaceBook, perché non importa tanto quale dei suoi utenti abbia deciso di impugnare per propagare questa informazione. Fatto sta che l’informazione mi è arrivata, solleticando i miei recettori per un semplice motivo (motivo che è bastato per farmi uscire di casa con pioggia e raffreddore incorporato): l’annuncio non nascondeva l’origine della mostra. Si trattava di una mostra di fine corso. Qualcosa di simile a quello cui io e i miei colleghi avevamo dato vita l’anno scorso, con fuoriXcorso (il lavoro con Fantin e quello con Pietroiusti)
Vuoi per un accenno di sindrome da fratello maggiore, vuoi perché il mio spirito competitivo (assopito da anni) si è leggermente rinfocolato, alle ore 18:00 io ero già arrivato a Via della Barchetta, 11 (ingresso della Gallery Apart).
Piove.
A via della Barchetta 11 non c’è nessuno, insieme a me, a prendere la pioggia.
Lo stesso giorno qualcuno mi aveva anche rubato il capotto.
Piove ed io inizio a maledire FaceBook.
Tuttavia le luci all’interno sono accese e decido di farmi un giretto per poi ritornare. Al mio ritorno non sono più solo, ed un gruppetto di ragazzi si avvicina al cancello. Iniziamo a scherzare in attesa dell’arrivo di Colui Che Custodisce la Chiave. Era il gruppo di artisti-curatori.
La prima cosa che mi ha colpito è stata proprio questa assenza di discriminazione che a quanto mi è stato riferito caratterizza il corso IUAV. Non si trattava della prova di fine corso dei due curatori, ma anche dei 4 artisti. I sei hanno seguito gli stessi corsi e, come dire, hanno scelto le proprie strade in corso d’opera.
L’analogia con il mio corso (prettamente curatoriale al MLAC) iniziava a venir meno.
Ma la cosa mi stuzzicava, perché in fin dei conti rispecchia decisamente il mio approccio curatoriale (ed in generale la posizione di tutti i curatori più avveduti del’era post-szeemaniana).
A questo punto il mio racconto si dovrebbe fare un po’ più critico.

Inizio dal comunicato stampa
Il progetto espositivo nasce nell’ambito del Laboratorio di Allestimento 1, diretto da Cornelia Lauf in collaborazione con Ilaria Gianni, inserito nel Corso di Laurea in Produzione e Progettazione delle Arti Visive presso la Facoltà Design e Arti dell’Università Iuav (www.iuav.it) di Venezia. Al termine dei corsi si è inteso offrire agli studenti, curatori e artisti, la possibilità di testare la propria creatività, preparazione e talento proponendo una collaborazione ad alcuni spazi espositivi accuratamente selezionati in diverse città italiane cui è stato richiesto di ospitare mostre autogestite dagli stessi studenti. The Gallery Apart (www.thegalleryapart.it), unica galleria romana coinvolta nel progetto patrocinato dalla Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, ha accolto con entusiasmo la proposta di ospitare la mostra Boxes.
Boxes lavora sull’idea di spostamento fisico e mentale, inteso come ricollocazione (re-allocate), reinvenzione (re-invent), relazione (relate), ricostruzione (re-construct).
Nello spostamento da un luogo ad un altro ci troviamo a dover selezionare, a chiudere in una scatola quello che vorremmo avere con noi o quello che vorremmo lasciarci alle spalle.
Quello che ognuno di noi porta nella sua scatola, può essere il punto di partenza, il punto d’arrivo o solamente il transito di un momento, in ogni caso un piccolo tassello di vita in cui tutti hanno la possibilità di riconoscersi.
Gli artisti Ester Bozzoni, Pietro Berardi, Lorenzo Mazzi e Caterina Rossato hanno progettato le loro opere partendo da questi spunti di riflessione, per giungere a risultati spesso differenti, che trovano un fine poetico nelle idee di casa, d’infinito, di luogo, di sè.Opening 13 gennaio 2009 ore 18.00
The Gallery Apart
Via della Barchetta 11 – Angolo Via Giulia
Roma 00186
Tel +39 06 68809863
info@thegalleryapart.it
http://www.thegalleryapart.it/
Queste le premesse.
Peccato! il titolo del mio articolo sarebbe stato molto simpatico: “BOXES: una rottura di scatole!”. Invece la mostra non ha fornito alcun motivo particolare per meritarsi una stroncatura. E così ho dovuto cambiare il titolo (non mi è venuto niente in mente, e l’ho semplicemente chiamato BOXES).
L’eventualità di una stroncatura è stata abilmente evitata sin dalla scaltra presenza di ingente quantità di vino (del quale io, sotto medicinali, non ho nemmeno usufruito).
In realtà il picoclo spazio è stato ben allestito; la comunicazione (anche se non ha catalizzato folle di visitatori) è risultata efficace ed il relazionarsi con artisti e curatori ha offerto gradevoli spunti di riflessione. Mi sono parse buone soluzioni dal punto di vista grafico e didattico: al posto della brochure è stato creato un minicatalogo dallo stile asciutto, ma con molte informazioni utili.
Questo è, in breve, il resoconto di una prova ben riuscita.
Non sta a me dare un giudizio sul loro operato, come se io fossi un professore (o, peggio, un cirico di mostre!?!), ma sono lieto di poter aggiungere alla lista dei miei possibili futuri collaboratori imembri di questo team artistico-curatoriale.
Se la prova, da l mio punto di vista, può dirsi superata, bisogna anche metere in evidenza alcuni inconvenienti che comunque non hanno mancato di farsi registrare. Questi si lasciano cogliere meglio se, anziché analizzare quello che è stato, cerchiamo di vedere quello che sarebbe potuto essere.
I maggiori problemi sono forse proprio all’interno del catalogo. Da un lato (ma questo non è necessariamente un problema con artisti tanto giovani) mancano notizie biografiche sugli artisti ma, d’altro lato, alcune informazioni sulle loro opere vengono ripetute. Questa ridondanza contrasta con l’evidente tentativo di risparmiare sulle spese di stampa.
Ho apprezzato molto lo scavo nella storia dell’arte conteporanea che i curatori hanno cercato di fare, per determinare i maggiori riferiemnti artistici e filosofici. Tuttavia saltano all’occhio alcune importanti assenze (artistiche – ad esempio Judd) ed alcune imprecisioni (filosofiche – ad esempio sull’homo faber).
Nel complesso la mostra è stata assai ricca di stimoli personali e positiva sotto più punti di vista:
Cosa dicono di me, i miei “amici”.
Risultato di un turno al gioco da tavola Partini. In ordine sparso…

Io... secondo altri
Brida, collettivo artistico composto da Tom Kerševan, Jurij Pavlica e Sendi Mango.
Con il loro intervento il luogo-galleria perderà la sua funzione di contenitore; ne verrà enfatizzata, invece, la funzione di canale. Come a dire: la galleria non sarà utilizzata come contenitore di oggetti da osservare uscendo dal flusso delle strade, ma diventerà essa stessa parte di quel un flusso che rompe ogni oggettività e quindi ogni possibilità di tranquilla osservazione.
Questo ha molto a che fare con il cambiamento del ruolo dell’artista, da creatore di opere (intermediazione con il divino) a creatore di relazioni, e luogo di scambio di informazioni (intermediazione con l’umano).
Estratto dal comunicato stampa:
Mai come oggi la comunicazione mediatica è potere.
Internet in pochi anni ha rivoluzionato il mondo della comunicazione con la velocità e la quantità di informazioni che vengono rilasciate costantemente in rete.In questo specifico progetto il collettivo si prefigge di rappresentare le molteplici possibilità di manipolare le informazioni.
Lo spazio della galleria diventa il contenitore di un sitema aritcolato di condotture e canali che uniscono e combinano i processi di trasmissione attraverso elementi installati sulle condotte stesse per osservare il mondo esterno e da elementi che permettono il contatto con esso: monitor di controllo, interrutori interattivi, unità di suono, microcontrollori per il monitoraggio e guide per varie operazioni.
Una tale struttura può essere paragonata a una rete topografica che combina le informazioni in diversi modi: moltiplicandole, dividendole, aggiungendone ma anche sottraendole cosi che dopo il percorso si ottiene un messaggio finale attraverso un sistema di coordinate.Particolare attenzione viene posto dal collettivo artistico BridA sulla mappatura delle informazioni e sul loro espandersi fino a scoprirne i confini o le zone in cui reazionano con l’intervento artistico e acquisicono un carattere personale indipendente. Punto di interesse è il momento di reazione o di risposta, quando l’informazione divenda pura e indipendente espressione artistica, anche se mediata dai dispositivi così che il grande sistema di tubi è metafora del viaggio (fisicamente indeterminabile) dove, a determinate funzioni di pressione, l’osservatore viene coinvolto da suoni, soffioni o da colpi di calore e odori.
Allo stesso tempo il sistema che crea la tensione della corrente delle informazioni, piuttosto che la sua interpretazione, vuole sottolineare la sua onnipresenza intorno a noi e, naturalmente, in primo luogo l’enorme impatto sulle nostre giorno-per-giorno attività e vita in generale.
In che modo intendono dare corpo alle reazioni e creare le mappature?
BridA:
“Such a structure can be compared to a traditional drawing resembling a network of wires and channels. In such case, the drawing would be understood as a topographical grid for combining information in diverse ways, multiplying it, dividing it, adding it up and subtracting it, drawing the path to the final message in some sort of system of coordinates.
In attesa di ulteriori sviluppi, segnalo l’affinità fra questo progetto e l’antico CCC_bar, che ho pensato e progettato in stretta collaborazione con Emmanuele e Gabriele.
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Siano dati:
- due rette parallele che s’incontrano all’infinito ;
- altre due rette, egualmente parallele, alle prime due, perpendicolari.

Il frutto regolare della loro intersezione costituisce il modulo base del nostro progetto architettonico; gli “infiniti” ai limiti delle quattro rette-madre, infinitamente opposti, vorrebbero costituirne il contenuto concettuale. L’atomo modulare risultante da tale interezione (un quadrato 15cm x 15cm), fondamentalmente indivisibile ma combinabile a piacere, forma ogni spazio all’interno dell’edificio, il quale, tuttavia, non ne rappressenta una mera proiezione tridimensionale. Il volume infatti nasce da un cubo, ma sin dalla forma esterna se ne evince un allontanamento tramite una progressiva sgranatura che richiama rovinistici presagi.
Lo Spectacular Optical Bar, potrebbe rientrare nella categoria del community bar, ma effettivamente forza contro i limiti di qualsiasi definizione si cerchi di dargli ; non è infatti progettato per essere l’ennesima commercializzazione della risposta ad una domanda di svago, né per fungere da classico luogo di ritrovo ; esso segue, ed, in parte, anticipa i tempi, andando a soddisfare il bisogno tipicamente postmoderno di ritrovarsi smarriti nel vagare attratti dalla logica del frammento. Si rivolge a chi cominci a manifestare i primi sintomi di un intolleranza alla stereotipia dei luoghi comuni fino a sentirsi stretto dentro la propria stessa identità ; nello Spectacular Optical Bar avrà la possibilità di perderne, acquisirne e continuamente ibridarne altre mille.

Lo spazio interno non è contrapposto al locus esterno in cui è immerso. In questo lo statuto dello Spectacular Optical Bar si avvicina a quello di un vetro incorniciato in una finestra : non è effettivamente né in né out, il suo ‘dove’ sta nella demarcazione.
Tuttavia, mentre il vetro è un dispositivo che de-limita lo Spectacular Optical Bar è un dispositivo che con-fonde. Da una parte esplode come uno specchio frantumato che restituirà la sensazione di essere immersi in spazi naturali e plurali. Nel senso opposto implode e pone tutti gli elementi presenti a stretto contatto, tanto da far smarrire la concezione di una cartesiana scissione tra di essi, precipitandoli in una claustrofobica dimensione del Noi.

Tale effetto sarà reso possibile attraverso una suddivisione dello spazio in livelli sfalsati multipli, irregolari e non sempre funzionali ; tramite l’inserimento di entrate/uscite mai definite una volta per tutte ; mediante il ridondante utilizzo delle più disparate tecnologie di interconnessione multisensoriale (registrazione e riproduzione randomizzata di immagini rubate, di suoni intrappolati, di gesti plateali captati in un angolo e catapultati in un altro angolo del bar, come se fosse la stessa, identica, caleidoscopica parete). Da una parte si cerca, dunque, di degerarchizzare lo statuto di luogo antropologicamente assiologizzato e tradizionalmente statico. In quest’ottica l’”oggetto del desiderio/caffè” perde la sua aura totemica per dissolversi e disseminarsi in uno spazio privo di gerarchie costituite. D’altra parte il consumatore viene tutelato nel suo portato naturale di creatività votata alla partecipazione.

Egli viene a trovarsi in un luogo in cui viene implementata la propria identità di cittadino glocale del mondo dei consumi, e allo stesso tempo frammentata in una molteplicità di sé desideranti in un feed-back di continua distruzione e rigenerazione (di significati, di panorami, di identità…). Entrando nello Spectacular Optical Bar sarà libero di chiedere e di ottenere “il solito” e qualcosa di sempre nuovo allo stesso tempo.
Nello Spectacular Optical Bar sarà sovrano in un regno anarchico ; sarà libero di se e potente su di un bar che a sua volta eserciterà un controllo assoluto su di lui in un reciproco scambio di sussistenza. Il consumatore sarà preda della propria ‘produzione’, in balia dell’infinita ripetizione dell’idolatria di se e del proprio potere.
My feed-back to Dušan Kirbiš’ piece

For an artistic approach to critic - Sbardella on Kirbiš
For an artistic approach to criticism
My feed-back to Warren Neidich’s piece
Démi-miroir.
Ein digitales Spiegelbild, das immer wieder kommt.
“His interdisciplinary time-based works explore the way that culture and language are interacting in ways that affect subjectivity and identity through the reconfiguration of brain and mind”.
Sólo cuando está llena.
Sperando che quel poco che scrivo nel mio blog possa toranre utile nella traiettoria avolutiva di qualche idea...
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