Archiviazioni mensili: Aprile 2009

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Resistenza. 25 aprile.

Io amo Dottirslonza come si ama un amico,

come si può amare una ragazza di nome Sofia.

Voglio essere suo amico e suo campagno, ma non voglio essere Dottirslonza, l’artista.

Io sono curatore, non voglio essere un artista. Io resisto.

Io resisto perché l’artista è un leader di un movimento personalistico e totalitario.

Fare arte significa essere fascisti.

L’artista è un creatore egoista. Egli è presuntuoso e geloso della prpria opera.

Io resisto.
Io non cedo al fascino, alla tentazione di appropriarmi di opere non possono essere create.

Io non cedo alla tentazione di declamarmi artista. Se non per un solo minuto.

“Ik ben een curator” – I am in love with Dottirslonza / I resist

Io resisto.
Io resisto.
Io resisto.

Io resisto alla propaganda del mio Io.

Io non aderirò al gruppo di sirene che cantano, non emulerò  e non cercherò a mia volta di sedurre altri passanti.

Ma io seguo il leader a cui comando di farsi da parte.

Io amo l’artista.

Io amo ascoltare le sirene,
ma io resisto all’amore.

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25 aprile. Italian Resistenza


I am in love with Dottirslonza as one loves a friend,
as one loves Sophia.

Am I in love with Sophia Dottirsolnza?

I want to be her friend and her campaign, but I do not want to be Dottirslonza, the artist.

I am curator, I do not want to be an artist. I resist.

The artist is a leader of a totalitarian movement, and personalistic.

Making art means to be a fascist.

The artist is a selfish creator.  He is conceited and jealous of his own work.

I resist.
I will not yield to the lure, to the temptation to own works that can not be created.

I will not yield to the temptation to declaim myself as an artist.

…Just for one minute?

“Ik ben een curator” – I am in love with Dottirslonza / I resist

I resist.
I resist.
I resist.

I resist to the propaganda of my ego.

I do not join the group of mermaids singing,  i will not emulate the artist and will not try to seduce other passersby.

But I follow the leaders whome I command to step aside.

I love the artist.

I love “S”ophia Dottirslonza.

I love to hear the sirens,
but I resist to love.

> Articolo scritto originariamente per il blog di 20eventi

Sig Beunen, giovanisismo artista fiammingo, realizzerà un readymade urbano con ricontestualizzazione di un semaforo belga sulla porta di Bocchignano.

Sig Beunen, Project for Pioneer, 20eventi 2009

Sig Beunen, Project for Pioneer, 20eventi 2009

La trasposizione di un oggetto d’uso espande il significato dell’oggetto stesso: il semaforo diventa opera d’arte. La collocazione in cima alla porta d’entrata al paese di Bocchignano rafforzerà la forza simbolica e l’assurdità di un oggetto che è riconoscibile ed ha la medesima funzione in tutto il mondo, ma che in ogni parte del mondo assume forme diverse.

L’artista riflette sulla condizione umana, sull’interazione con la madre terra e sull’evoluzione dell’uomo da creatura preistorica a cyborg tecnologico.

Il timore di un sistema totalmente controllato ciberneticamente porta Sig Beunen a trapiantare un semaforo belga in Italia, privandolo della sua funzione originaria. La sua collocazione in cima alla porta d’entrata al paese di Bocchignano ne nega la funzione regolatrice del flusso della vita e rafforza l’assurdità del conflitto fra gli istinti e le strutture sociali.

Emanuele Sbardella

Il parco giochi di Farfa è nato due anni or sono sul terreno della Fondazione F. Cremonesi.
Si tratta di un progetto che oggi continua a crescere, gioia dei bambini  e spesso anche dei grandi, che trovano nuove idee per far divertire i loro piccoli anche a casa.

L’idea è stata quella di chiedere agli artisti di inventare opere che avessero  al contempo le caratteristiche dell’arte contemporanea ma anche gli elementi ludici
per far giocare i bambini. Questa idea è stata portata avanti da 20eventi e subito sposata con entusiasmo dal Priore dell’Abbazia, Don Eugenio Gargiulo O.S.B., il quale è anche presidente della Fondazione Cremonesi.

Quale modo migliore di abituare i bambini al linguaggio ed alle forme espressive della contemporaneità che facendoli giocare in un ambiente artistico creato
appositamente per loro?

> Sito dell’Abbazia di Farfa

> Sito della Fondzione Cremonesi

> Sito di 20eventi – Arte contemporanea in Sabina

Gronchi - Tuttuntubo

Gronchi – Tuttuntubo

Donna Han - Il giardino alato

Donna Han – Il giardino alato

Quest’anno saranno in particolare gli
artisti provenienti dall’Accademia di Belle Arti di Roma che
lavoreranno al parfezionamento di questo progetto.

> Related post
> Sito dell’Accademia di Belle Arti di Roma

Quello che segue è un testo di Giuliana Sella

FARFA_UN PERCORSEO DELL’ARTE

Irene Andreotti, Ruya Akdur, Daniela Di Costanzo, Mario Giordano e Mahasachi  Kanechika,
cinque studenti del Corso di Scultura tenuto dai Professori Donato
Bianco ed  Oriana Impei, selezionati per realizzare un’opera nei
giardini della prestigiosa Abbazia di  Farfa.Si tratta di un progetto
da realizzare insieme, in cui ciascuno dovrà fare in modo che la
propria idea combaci con le idee degli altri compagni del gruppo, che
oggi  diventano anche i compagni di una nuova avventura.Sono stati
scelti per “costruire insieme”, per dar vita ad una scultura che  dovrà
avere una funzione che a sua volta sottende il concetto della
condivisione.

In questo breve intervento metterò in risalto l’importanza che
racchiude per i nostri giovani “futuri artisti” questa nuova
esperienza, e utilizzerò di proposito alcune loro riflessioni raccolte
durante i nostri incontri.

Kanechika,
sottolinea l’importanza di lavorare in gruppo, aggiungendo che sempre
più artisti stanno praticando questa esperienza. Che questo sia un
segno positivo dei tempi che stiamo vivendo? Il loro intento è quello
di voler raggiungere una giusta armonia.
Giordano
spiega la difficoltà di comprendere come unire una funzione ad
un’opera, stessa difficoltà vissuta dagli altri componenti del gruppo.
Ma infine concludono di aver capito come certe “apparenti restrizioni”
di fatto diventano una nuova possibilità per misurare le proprie
capacità.

Illustrando L’albero della vita, Andreotti
spiega che “l’albero è  un elemento naturale  che vive nella
contrapposizione di linee sinuose e  nervose capaci di contenere ed
esternare energia. Un ciclo vitale che si ripete attraverso
un’allegoria che oscilla tra la vita e la morte tra il  bene e il male,
tra elementi in costante tensione…”, e ne sottolinea la forma ed il
grande valore simbolico.
Giordano spiega, invece, di aver fatto riferimento alla figura del drago “che ebbe un grande impatto visivo nella mia infanzia…”.
Di Costanzo asserisce di aver “rappresentato la farfalla in quanto metafora della crescita”. Kanechika scolpisce l’onda, modellando il duro travertino con la fluidità delle sue forme.
Akdur
vuole scolpire la forma di un Tucano, in un alternarsi di piani concavi
e convessi. Lavoro, creatività, funzione ed esperienza avranno comunque
un unico comune denominatore: la condivisione.
Tutto questo grazie alla generosa partecipazione e sollecitazione della scultrice e professoressa Oriana Impei, che quasi a suggellare e sublimare in perfetta sintesi un mondo di contrasti ed armonie, realizzerà una scultura Labirinto delle sfere
a forma di conchiglia, “un labirinto primordiale, dove le linee curve
creano dall’ingresso un percorso obbligato, ma con deviazioni
inaspettate al centro, per  raggiungere  all’uscita la meta  della
nascita  e dell’inizio del gioco”.

Giuliana Stella

HISTOIRE NATURELLE

Dentro – fuori, fuori – dentro, visibile – invisibile …
Immerso nel mondo, il nostro corpo come superficie sensibile dove
tensioni, pressioni, legami, s’imprimono, dove il gesto si iscrive.
Immerso nel mondo, il nostro corpo, matrice di un divenire, rivela,
descrive, traccia un percorso. Questo percorso viene agito dai corpi
delle tre performer Tiziana Virgilio, Claudia Padoan, Isabelle Dehais ed emerge come unico movimento dalla bellezza della natura.

Sono stato chiamato ad intervenire alla giornata di studi su De Simone.
Ringrazio gli organizzatori, gli ospiti e l’artista.
Sotto al volantino informativo dell’evento, posto la bozza di testo su cui ho impostato il mio odierno intervento.


La Luce incontra l’Arte e la Scienza

Evento promosso da:
Museo di Chimica, Dip.to di Chimica
“Sapienza”, Università  di Roma
MLAC‐ Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea
“Sapienza”, Università  di Roma
A cura di:
Luigi Campanella
Simonetta Lux
Roberto De Simone

Interventi di:
Luigi Campanella
Simonetta Lux
Emanuele Sbardella
Cesare Sarzini
Domenico Scudero

Rispetto a quella con Cesare Sarzini, che è una lunga amicizia, il mio personale rapporto con Roberto De Simone si riduce tutto sommato ad un rapporto molto recente nato per caso circa un anno fa. Brevissimo, quindi, ma arricchito da un intenso scambio di opinioni e una sostanziale comunità di vedute.

Grazie ad comune interesse filosofico e alla sua disponibilità a discutere anche con giovani critici, abbiamo potuto dialogare regolarmente su questioni artistiche (che separatamente affrontiamo quotidianamente da punti di vista diversi; artistico lui, curatoriale io).

Ritengo di rilevanza cruciale che si possano spontaneamente articolare questi tipi di dialoghi, perché mi hanno permesso di chiarire alcune teorie avevo elaborato in lunghi anni di studi effettuati senza, in realtà, entrare molto in contatto con gli artisti e di sviluppare in seguito insieme a lui un progetto curatoriale basato proprio sul dialogo filosofico.

Quello che sono riuscito a capire è che il tratto che contraddistingue Roberto De Simone è la pluralità del suo sguardo, aperto allo scambio fino allo spossessamento del sé. Che importa di chi sia un’dea di cui si discute? a chi appartengono le idee? Questo è un punto molto delicato anche per Cesare Pietoriusti, di cui De Simone è amico dai tempi di Jaktrakor. A questa attitudine (questa pluralità, questa specie di coltura delle idee), ancor più che alla sua “discendenza” da Fontana e da Klein, riesco a vedere l’abbandono della fattività dell’opera. Non tanto per una volontà di posizionarsi storicamente nei confronti di determinati movimenti artistici, ma da una personale attitudine alla filosofia intesa come polifonia.

Lavorando sull’idea, passa in secondo piano l’identità e l’espressione assunta dalla persona in cui questa idea momentaneamente si incarna.

Il suo essere concettuale non parte dall’abbandono dell’opera come presupposto (Kosuth, ad esempio, se lo pone come obiettivo a priori), ma lo ottiene di conseguenza. Questo lo rende genuinamente concettuale.

Questo fa si che il rapporto il suo rapporto con l’oggetto o con la traccia residuale delle sue azioni-pensiero non sia di repulsa ma nemmeno di feticismo.

L’opera di De Simone è un processo, un dialogo che egli ha aperto con il mondo, e che sintetizza in opere (sarebbe meglio parlare di azioni, di processi, di ambienti), che di volta in volta rispecchiano lo stato attuale della sua ricerca (sul susseguirsi dei suoi periodi potrà essere più chiaro Cesare Sarzini)

Conoscere Roberto personalmente, aver colto l’occasione (come lui amerebbe dire, l’occasione, il momento giusto, Kayros), non solo mi ha aperto orizzonti ma soprattutto mi ha offerto una sponda con la quale dialogare e sviluppare i miei personali progetti curatoriali. Egli ha gettato luce su aspetti del mio operare che io stesso non avrei mai potuto individuare in solitudine.

Ad esempio, in un progetto di recente elaborazione che avevo portato avanti anche insieme a Roberto, egli mi disse personalmente: “Che resti fra noi… Ma tu questo progetto di mostra avresti potuto anche realizzarlo senza artisti!” Lì per lì non acconsentii. Ma riflettendoci, oggi posso dire che aveva avuto ragione. Ebbene, nonostante io avessi lavorato in senso opposto, nel massimo rispetto delle opere di ciascuno degli artisti, era vero.

Ma solo lui avrebbe potuto capirlo! Lui che è un artista genuinamente concettuale aveva colto nel progetto l’autonomia dell’idea anziché l’apertura della proposta. Così come per lui la realizzazione dell’opera resta secondaria, anche il coinvolgimento di artisti in una mostra poteva essere considerato superfluo allo sviluppo concettuale dell’idea curatoriale.

Ma qui nasce un fantastico paradosso. Infatti, il “non aver bisogno di artisti per realizzare un mostra” è apertamente contraddetto dal fatto che l’artista, e solo lui, abbia messo in luce la (relativa) autonomia del progetto filosofico della mostra. Anche se io avevo creduto che l’idea curatoriale fosse mia; è l’artista che l’ha attualizzata (anche solo a parole). L’artista, di cui (non) si può fare a meno, ha a tutti gli effetti realizzato un aspetto fondamentale dell’idea curatoriale (idea che il curatore non aveva deciso Né pensato di poter inserire!).

Problematica che nasce con Szeemann di trovare un equilibrio fra idea dell’autore della mostra (curatore) e specificità degli artisti. Il giusto rapporto fra le reciproche libertà e doveri.

Un artista come De Simone trae la propria libertà di azione non solo dal patrimonio filosofico.

La sua formazione è anche da chimico, e non è un caso che il rapporto arte/scienza abbia contraddistinto per anni il suo lavoro, e annodi tutti i fili dell’odierna giornata di studi.

A questo proposito si è detto molto, forse anche un po’ troppo. Anche io, da par mio, non faccio nulla per rallentare questa inflazione, visto che sto attualmente curando un progetto di Emilio Fantin propri o a cavallo fra arte e matematica.

Teoricamente, però, ci terrei ad aggiungere una cosa, che ritengo specifica del rapporto arte/scienza in De Simone.

Si potrebbe applicare la categoria di Sublime tecnologico ai suoi lavori?

Sarebbe Roberto un operatore estetico (come preferirebbe dire Mario Costa, sostituendo il vetusto termine di artista?) I gran parte si. Per l’annichilimento della volontà e dell’espressione individuale, la distruzione della forma dell’opera e dei media tradizionali.

Tutti conosciamo le teorie di Mario Costa, quindi mi soffermerò solo sui punto critici, che in parte fanno traballare non il suo impianto teorico quanto la possibilità di questa attribuzione nel caso di De Simone.

Il De Simone non è del tutto vero che viene meno l’espressione. Quel che è vero è che il contenuto trasmesso non viene più veicolato (espresso) da un unico punto di vista. Quello che emerge sono delle idee che, una volta oggettivate, sembrano rinnegare ogni paternità, ma la rinnegano secondo la volontà stessa del padre!

La casualità e la spersonalizzazione, che pure esistono nell’opera di De Simone, sono mediate da un attenta assunzione di responsabilità che preparano il lavoro e tutta la sua opera.

Inoltre, a mio modesto modo di vedere, Costa cavalca la moda delle neo-tecnologie, mente gran parte delle sue interessanti riflessioni sarebbero valide anche per qualsiasi altra tecnica. A me sembra che il motivo principale per cui egli effettua questa scissione (al di là della moda macluhaniana), è che sente il bisogno di staccarsi dal simbolico e quindi – a suo parere – dalla parola. La parola (fonte di “falso sublime”), che certo è una tecnica ma non una neo-tecnologia, è naturalmente (per consuetudine naturalizzata) latrice di significato, ed è proprio il significato espresso personalmente ciò di cui Costa vorrebbe sbarazzarsi.

L’utopia di filosofi come Costa e Levy va quindi artisticamente e filosoficamente contestualizzate in quel che resta dell’uomo (come in realtà hanno fatto i primi e più grandi annunciatori della morte dell’Uomo).

E su questi residui De Simone ha sempre lavorato. Senza mai decadere nel metafisico, egli ha ricercato di andare al di là dell’umano, ma senza prescindere dalla condizione umana.

Per questo non si è fatto abbagliare dal fascino delle neotecnologie a tutti i costi, ma ha scelto di volta in volta dal materiale tecnico e dalle conoscenze scientifiche che fanno parte del vissuto comune e sedimentato.

Per sintetizzare il modo in cui egli si appropria artisticamente dell’agire scientifico, mi piace concludere con la teoria dell’agire di Hanna Arendt.

Nel descrivere il dramma della società contemporanea, questo grande teorico della politica sintetizza dicendo che l’agire (la più alta delle attività umane, ma anche la più incerta a imprevedibile) è stata sostituita dall’idolatria del fare.

L’unico settore in cui l’agire resista ancora come agire, come iniziazione di processi, è proprio l’agire scientifico.

Esempio portato dalla Arendt. Werner von Braun (scienziato):

“La ricerca base di uno scienziato consiste nel fare ciò che non si sa di fare”.

Quella che Roberto De Simone chiama la sua ricerca dell’invisibile, è la stessa ricerca che compiono gli scienziati secondo Hanna Arendt.

“L’agire scientifico portò a una capacità sempre crescente di scatenare processi elementari che, senza l’interferenza degli uomini, non si sarebbero mai verificati; si arrivò a una vera e propria arte di fare la natura, cioè di creare processi naturali che senza gli uomini non sarebbero mai esistiti”

Enunciato matematico del progetto NoMA:

Enunciato

esiste (almeno) un emanuele che appartiene al denaro tale che non esiste più emanuele.

Formalizzazione

formalizzazioennoma


Emanuele Sbardella, Tate - My point IN view

Emanuele Sbardella, Tate - My point IN view

Something’s on the move (from Antwerp)

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Dottirslonza -maybe known or unknown to you- is looking for all kind of stuff. Who/what is dottirslonza? It likes: turbid applejuice, cats, drummers, whisky, crackling campfire, the combination of all this, and sheepskin.  Though one dottir likes dogs more then cats, but lets not mention that. (…)  If you are curious for the sound of Dottirslonza, or the beautifull drawings of whales that we can make, check: www.myspace.com/dottirslonza
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25 Aprile,  we celebrate the Liberation of Italy from Nazism.

1945: It could happen because of the Italian Resistance Movement, commonly named Resistenza (resistence, friction).

I’m creating a piece for DòSl on the concepts of resistenza and love; concepts that are implied in my actitivties and my life.

I hope I’ll be able to send Dottir a file for dottirlsonza’s myspace in time for their performance on April the 25th.

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Arte “porta a porta”

Opera di Luciano Nestola, artista nato in Puglia, che vive e lavora a Roma

> Articolo pubblicato integralmente sul blog di 20eventi

L’installazione pensata dall’artista è composta di 50 targhe in ottone, le quali recheranno le scritte incise dei mestieri più disparati come a voler tracciare una inverosimile enciclopedia delle arti e dei mestieri che abbracci l’intero arco delle necessità umane, nell’arco di vita e morte che ci accomuna.

La superficie di ottone specchiante creata attorno al portone prescelto rifletterà non solo l’immagine dello spettatore, ma anche del contesto (il panorama sabino) in cui è immerso. L’opera di Nestola è, quindi, una riflessione sulle convenzioni sociali dell’apparire che si staglia su uno sfondo di essenziale naturalità.

Luciano Nestola, Progetto per 20eventi 2009

Luciano Nestola, Progetto per 20eventi 2009

Come scrive l’artista:

La targa in ottone occupa uno spazio fisico e mentale nelle nostre città. Il suo “splendore” si relaziona attraverso una indicazione professionale a cui conferiamo un certo prestigio.

Ho pensato al rapporto che, ognuno di noi , ha nel corso dell’esistenza, fin dal concepimento, con la targa. Esiste poi un legame tra la stessa e il suo luogo (edificio), a ciò che rappresenta e alla sua valenza sul tessuto urbano-sociale. Come vessillo o medaglia, celebra un status, suggestionando spesso la nostra percezione. In questo tessuto di ottone esiste una sfera privata di precarietà, di debolezza, di irrazionale, qualcosa di nuovo che attende la sua targa.

Un Buon Ordine è un insieme ordinato totale e fondato.

Totale; significa che due elementi presi a caso in questo insieme sono sempre tra loro confrontabili.

Fondato; significa che contiene un elemento minimale, oltre il quale non si può scendere.

Emilio Fantin, Project, DoDai, BridA

Emilio Fantin, Project, DoDai, BridA

Lo schizzo disegnato a matita su un pezzo di carta, elemento di partenza che innesca il Progetto di Fantin, è il minimale (e minimo) di un buon ordine.

Il minimale, infatti, non può essere un insieme vuoto; l’oridine crecente che si costituisce a partire da questo elemento è una serie successiva di interpretazioni confrontabili fra loro anche se disparate (il che spiega la totalità dell’ordine); una serie che parte dall’elemento minimo, sotto al quale, senza il quale l’ordine non potrebbe essere (il che lo rende un ordine fondato).

L’insieme dell’opera di Fantin è un insieme transitivo: come omega contiene in se un numero ordinato di elementi, ciascuno dei quali è anche un suo sottoinsieme.

Ogni nuovo commento appartiene all’opera (come l’insieme successore lo integra ampliandolo) ed è costituito a sua volta di elementi che erano già presenti nel “progetto”).

> Cosa direbbe Wittgenstein del Valore (“Buono”) di un ordine?

> Il Cosmo è un Buon ordine?