Archiviazioni mensili: Agosto 2009

Il mercato della frutta (il cui titolo esteso è Il mercato della frutta | Fruit market | 水果市场 _ The pure products of Italy go crazy) è una mostra che agisce in modo precipuamente localizzante ma che riallaccia nodi con diverse zone del globo. Un livello intermedio fra la concretezza del mercato ladispolano (mi verrebbe da dire la polpa dei suoi frutti) e la portata intecontinentale che fa parte di un progettualità volutamente ad ampio raggio, è rappresentato dall’ente amministrativo provinciale.

Infatti Il mercato della frutta fa parte di una filiera espositiva sovracomunale sostenuta e patrocinata dalla Provincia di Roma e gestita centralmente da Sala1. Il progetto a cui Il mercato della frutta è legato, ma rispetto al quale si sviluppa autonomamente si chiama PorteAperte.

PorteAperte

Logo PorteAperte

Il progetto si articola attorno al concetto della porta come elemento che consente il passaggio da una dimensione ad un’altra. Considerata elemento di connessione tra due spazi la porta consente l’interazione tra realtà diverse. Elemento di apertura la porta diventa metafora della disponibilità verso altre e differenti culture. A tal proposito i Comuni di Ariccia, Bracciano, Nemi, Ladispoli e Rocca di Papa aprono le loro porte ad iniziative a vocazione multiculturale.

I Comuni scelti rappresentano realtà differenti e sono stati selezionati sulla base del bagaglio storico di appartenenza e delle differenti identità in quanto luoghi dotati di un grande patrimonio di tradizioni e usi locali e che quotidianamente si confrontano direttamente con altre culture.

Ladispoli, ad esempio, ha raggiunto (notizia che apprendo dal sito ufficiale del Comune) il 9 luglio 2009 quota 40000. E pensare che nel 1971 erano appena 7000 abitanti!

Tabella scaricata da Wikipedia e rozzamente modificata

Quarantamila residenti, quindi, di cui ben oltre il 10% provengoo da altre nazioni. Da fonti Istat raccolte sul sito di Litorale Spa si apprende infatti che nel 2007 “la popolazione straniera, con un incremento del 155,4% rispetto al 2002, è passata da 2.209 a 5.642 stranieri residenti”.

Negli articoli precedenti ho messo a fuoco soprattutto gli elementi che rendono Il mercato della frutta un progetto concettualmente autonomo da PorteAperte.

Ricapitolazione:

> Arte ecologica

> Reification in Arendt

> Isacco di Ninive

> Greenness

> Gibran Kalhil

> The location

In questo articolo, invece, vorrei parlare del modo in cui Il mercato della frutta risponda ad una precisa esigenza artistica e politica. Una esigenza che fornisce del filo rosso  a tutte le mostre di PorteApere: far fronte ed interpretare nel modo corretto le sfide che ci si presentano vivendo in comunità vieppiù farmmentate ad opera del processo di globalizzazione. L’aperura all’altro è divenuta una condizione quotidiana che non sempre siamo in grado di assimilare. Uno dei compiti dell’arte è quello di fornire gli strumeni di senso per tesaurizzare queste differenze. Da qui, nello specifico, si dipana la mia analisi artistico-antropologica del fenomeno e la mia impostazione della mostra come un lavoro di ricerca sul campo. Le differenze sono un tesoro, ci insegna Ulf Hannerz; ma, come vedremo , l’euristica riduzione dell’arte a un tesoro culturale si presta a numerose critiche.  Un approccio curatoriale antropologico può aiutare a storicizzare e a individuare i sistemi di valore soggiacenti all’attribuzione di un certo valore all’arte. Nel momento in cui questa si trova attaccata non più solo dalle avanguardie interne, ma anche da una miriade di altri stimoli esterni (che si tende a raggruppare sotto il medesimo concetto-ombrello di arte orientale), allora ecco che si fa sentire la necessità di aprire delle mostre che siano allo stesso momento un luogo di discussione e di ridefinizione dei criteri (imperialistici) ai quali siamo abituati.

In questo contesto di differenze e di valori instabili, la mostra Il mercato della frutta propone un dialogo fra un artista cinese (Wang Ruobing), uno malesiano (Jack Seah) ed uno italiano (Giuseppe Stampone). Per preparare i canali e i codici di questo dialogo al momento sto facendo un lavoro sul ocntesto. In particolare sto elaborando modalità di allestimento e di fruizione sotto molti punti di vista inedite e per molti versi debitrici da un approccio antropologico, sia come taglio artistico sia come impostazione organizzativa. Mi spiego meglio: sta accadendo che un concetto antopologico dell’arte (relaticistico e consapevolemnte feticizzato) sta prendendo corpo nella mia curatorial dashboard (vale  adire nell’insieme di riflesisoni ch condivido, a partire dal blog, con artisti, colabratori e pubblico). D’altro canto, al livello organizzativo, abbiamo dato luogo, con il prezioso ausilio di Alessandro Arata, Tiziana Talocci e Carolina Taverna, a specifiche attività tese a preparare il campo alla mostra: si tratta di attività di ricerca e di comunicazione che si ispirano diretamente ad alcuni modelli di ricerca sociale qualitativa (quali l’etnometodologia, la sociologia visuale, l’antropologia visuale e la ricerca sul campo). Essendo lo scambio e le relazioni umane al centro della mostra, abbamo ritenuto necesario preparare il terreno con una comunicazione personalizzata, indirizzata a ciascuna delle persone che lavora nel mercato giornaliero di Ladispoli (vedi mappa). Tra le attività previste e già messe in opera vi sono: un’attenta documentazione e condivisione fotografica delle attività  che si svolgono al mercato; panel di interviste tese a scoprire le strategie di vendita, le condizioni di lavoro, le provenienze e le aspettative dei lavoratori. A presto pubblicherò del materiale, il quale documenterà quello che è stato il primo fondamentale contatto con gli “abitanti” del mercato. Potrei usare il termine “indigeni”, o “informatori”? Ci sarà del tempo per analizzare i date che andremo raccogliendo e per ragionare metodologicamente sul rapporto artista/curatore/informatori. Questa resta comunque solo una prima tappa di una frequentazione ed una presenza sul campo che sempre più confonderà i ruoli di produzione e consumo. Chi produce la mostra? Chi la frutta? Quale la direzione dei flussi di scambio?

L’arte, checché se ne dica, non si orienta più attra-verso l’altro; vale a dire che non definisce più se stessa e le proprie pratiche in vista di una comunicazione conciliante. Si instaurano, altresì, relazioni dense di ambiguità (v. il mio precedente articolo su Isacco di Ninive ed i relativi commenti) e conflittuali rispetto all’identità personale e collettiva. Oggi non è più accettabile sostenere pratiche  che delineino la propria artisticità in contrasto con ciò che viene genericamente individuato come orientale, diverso. Ma nemmeno la loro assimilazione. Le opere d’arte si dissolvono in pratiche che inglobano già l’altro e non partono dalla tradizione artistica occidentale come ceppo determinante.

Dal punto di vista curatoriale, rendersi conto di questo fenomeno significa provvedere allo smantellamento di ogni orientalismo dialettico, e l’approccio antropologico che sto adoperando in Il mercato della frutta permette di uscire da una dialettica storicamente imperniata (impuntata) sul valore universalistico dell’arte borghese o modernista. Non sta, insomma, al curatore collocato in occidente (quale potrei essere io) di rivalutare le arti cinesi e portarle alla ribalta in Italia ponendole a confronto con artisti italiani. Non parto dal punto di vista di chi dice: l’artista cinese realizza delle opere che riescono ad entrare a far parte del patrimonio artistico universale (secondo un parametro occidentale). Altrettanto semplicistico sarebbe affermare il contrario: vale a dire che l’arte contemporanea si sia aperta e lasciata influenzare da forme e processi tipicamente orientali. Entrambe le affermazioni contengono verità parziali. Basti pensare, da un lato, a quanto importante possa essere per un artista cinese un riconoscimento espositivo in una grande  biennale occidentale o a quanti di essi si formino in accademie occidentali. Per quanto riguarda l’altro lato della questione, non sarebbe difficile elencare un ragguardevole numero di importanti artisti che hanno segnato la storia della contemporaneità abbandonando pratiche tradizionalmente artistiche in favore di modelli molto vicini alla meditazione e alla spiritualità orientali.

Tuttavia ritengo fondamentale mettere in discussione il presupposto del primo estremo tanto quanto quello del secondo.

Il presupposto da inficiare nella prima posizione è il fatto che si dia ancora per scontata la prerogativa dell’arte occidentale nel  rapporto con le altre culture e la presnuznione che sia questa ad aprirsi alle altre culture, integrandole.

Il presupposto da inficiare nella seconda posizione riguarda la storicità e la concezione lineare dello sviluppo artistico.  Non esiste una linea evolutiva univoca che conduce l’arte allo zen. Occorre rivendicare l’assenza di qualsivoglia teleologia e scacciare con forza la naturale tentazione di collocare immaginariamente tale obiettivo in un ideale collocazione esterna.

Si tratta, piuttosto, di una inglobazione cooriginaria; situazione complessa rispetto alla quale il libro di Clifford ci aiuta a smettere di ricercare punti atavici immutabili (frutti puri). Clifford propone una strategia di riclassificazione. Occorre abbandonare l’idea che l’arte sia il tronco di un albero mitico dalle quali ramificazioni e innesti raccogliamo oggi frutti (magari spuri e frammisti, ma tutti appartenenti al grande albero). L’arte è una determinazione concettuale occidentale, che ha solo l’aspetto di un valore universale ed assoluto, ma che è in realtà arbitrario, mutevole e relazionale. “Arte” è utilizzabile alla stregua di qualsiasi altro tag (etichetta), contemporaneamente ad una serie di altri tag, per designare la compresenza di tradizioni e valori cooperanti.

Wang Ruobing, Seeded, 1999

Wang Ruobing, Seeded, 1999

L’apertura delle porte tematizzata nel progetto generale è declinata nel mercato, sulle specificità del contesto. Luogo di scambio per eccellenza, esso è contraddistinto da un tipo di relazione contrattuale per certi versi paradigmatica per segnalare la reciprocità e l’artificialità di qualsiasi pretesa identitaria. Il conterso del mercato ci aiuta a svincolarci dalla logica del’incontro fra pacchetti culturali prestabliti e dalla logica dell’appropriazione, e ci introduce nella reciprocità. La mostra Il mercato della frutta, si pone qunti consapevolmente contro linea di quella che Clifford chiama “la lunga storia di esposizioni «esotiche» in occidente”. L amostra non prevede, infatti, che gli artisti cinesi si siano appropriati del modello artiscitco europeo, non spettacolarizza l’arte orientale, non ricerca un fondo di autenticità (ad esempio nell’are cinese di Ruobing o nella musica senegalese di Sheikh).

7. [Benefattori e beneficati].

Si ritiene che i benefattori amino i beneficati più di quanto coloro che hanno ricevuto del bene amino coloro che l’hanno fatto, e, poiché, ciò accade contro ragione, se ne cerca il motivo. Orbene, per la maggior parte degli uomini è manifesto [20] che il motivo è che gli uni sono debitori e gli altri creditori: come, dunque, nel caso dei prestiti i debitori vorrebbero che non esistessero i creditori, mentre coloro che hanno concesso il prestito si preoccupano anche della sopravvivenza dei debitori, così anche i benefattori vogliono che esistano i loro beneficati per riceverne la riconoscenza, [25] mentre a questi non importa affatto pagare il proprio debito. Orbene, Epicarmo298, probabilmente, affermerebbe che essi dicono così “perché guardano le cose dal lato cattivo”, ma ciò sembra umano, giacché i più hanno poca memoria e aspirano a ricevere benefici piuttosto che a farne. Ma si ammetterà che la causa di ciò si trova piuttosto a livello generale di natura, e che non è la stessa cosa che [30] nel caso del prestito. Nel caso loro, infatti, non c’è nessuna affezione, ma solo il desiderio che il debitore si conservi per recuperare il prestito. Invece, coloro che fanno del bene amano, anzi amano profondamente i loro beneficati, anche se questi non sono loro di alcuna utilità né potranno esserlo in futuro. E questo succede anche nel caso degli artisti: ognuno, infatti, ama profondamente la propria opera, [35] più di quanto sarebbe amato dall’opera stessa se questa diventasse un essere animato. [1168a] E questo succede soprattutto nel caso dei poeti: essi amano fin troppo profondamente le proprie composizioni, volendo loro bene come a dei figli. È quindi ad un caso simile che assomiglia quello dei benefattori: l’essere che ha ricevuto benefici da loro è una loro opera: per conseguenza, l’amano di più [5] di quanto l’opera non ami chi l’ha fatta. La causa di ciò sta nel fatto che l’esistere è per tutti meritevole di scelta e di amore, e noi esistiamo in virtù di un’attività (in virtù, cioè, del vivere e dell’agire), e chi ha fatto l’opera in certo qual modo esiste in virtù della sua attività: ama, quindi, la sua opera, perché ama la propria esistenza. E questo è naturale: infatti, ciò che è in potenza, l’opera lo rivela in atto.

LIBRO IX, disponibile al seguente indirizzo http://www.filosofico.net/eticaanicomaco9.htm

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(oder sehen im Panoramio)

Halluzination

Il mercato della frutta | Fruit market | 水果市场

The pure products of Italy go crazy

The location of the exhibition

Some pictures on  Google Maps


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Street view


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Additional foto I uploaded on Panoramio and on Flickr.

The sky (right now) over Ladispoli – thx to Hautron

Der Spilplatz in Petersberg hat eine tolle expressionistische Szenografie.

Ich habe ein Paar Foto gemacht (click on the foto to see the entire photostream).

Nordhausen Spielplatz - Photo by Emanuele Sbardella

Nordhausen Spielplatz - Photo by Emanuele Sbardella

http://www.flickr.com/photos/27436410@N05/sets/72157621928394929/

Hat den Dr. Caligari geplant?

Since the human condition has lost its central point of reference (the Earth), according to Hanna Arendt, the primordial ecological ratio is going to be disintegrated. Promoters of this disintegration are the human works with which men, more or less unconsciously, are acting in a destructive way (this process seems inevitable when the work is accompanied by a technical deployment like the modern one).

One of the moste relevante phenomena in contemporary art is the dissolution of  the work. Perhaps one aspect of the dissolution of the art work also stems from a desire to reaffirm the necessity of an ecological conscience.
The artistic transposition of an experience, for the very fact that objectify the individual experience and make it available, redeems it from the transience of consumption and places it in a public circuit. One could say that art gives a chance for immortality.

It can be inferred from the writings of Arendt’s. Her willing to leave the modern solipsism, let me think that,even if she still speaks about the artist as ‘the last creator of works’, iwe can use her political theoy in order to explain the public role of artist in today society. The artist, abandoning the work as main object of his practice, is the main vehicle for the reconquest of a horizon of shared of the world. The artistic research is no more  mainly esthetichal, but it is is re-configured as a ethical and political relationship with other free and equal men.

The exchange that takes place in art, is not an abstract exchange of values based on the medium level of money, but an asymmetrical and immeasurable exchange.

I offer to a public reflection to read the nineteenth chapter of Arendt’s “Human condition”.

(Below you can also find a link to the entire text).

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I have also uploaded the entire text on Screibd.

Mi è capitato recentemente di affrontare la questione della dissoluzione dell’opera d’arte sotto due punti di vista diversi.

La prima volta, qualche mese fa, analizzando il cinema di David Lynch da un punto di vista psicoanalitico. Quell’articolo è stato recentemente pubblicato nel 17° numero di Agalma. Il titolo del diciassettesimo numero è L’arte senza opere. Il titolo dell’articolo, scritto a 4 mani con Emmanuele Pilia tra settembre e dicembre 2008 (se non ricordo male), è De-formazione professionale. Zaha Hadid e David Lynch: due produttori di immagini. Si tratta di un parallelismo che compara le produzioni di un cineasta e di un architetto. Io, per evidenti lacune nel campo dell’architettura, ho approfondito la sezione riguardante il cinema. Tuttavia, a mio modo di vedere, l’aspetto più intrigante di questo scritto sta proprio in quella che è stata la nostra capacità di intersecare i punti di vista e dare luogo ad una produzione saggistica ricca molte simmetrie e di rimandi interni non immediatamente individuabili.  E’ stato interessante il confronto con la destrutturazione architettonica che da decenni si sta prendendo piede nella produzione dell’archiettto iraniano; ancor più interessante il doppio movimento di incontro che con Emmanuele siamo riusciti ad intessere senza troppe forzature. Non voglio lasciare troppo spazio alla retorica dello sconfinamento, ma ci tengo a sottolineare lo straordinario scambio che si è instaurato con il mio amico architetto, augurandomi di poter approfondire questa tematica in futiue pubblicazioni di più ampio respiro.

Dove ci condurranno le nostre vie?

Non è più il tuo film - citazione da Mulholland Dr.

Non è più il tuo film - citazione da Mulholland Dr.

(Forse quello già non è più il nostro articolo)

Se in quella occasione il cinema di Lynch è stato il punto di partenza per approfondire il dissolvimento dell’opera da un punto di vista psicanalitico, più di recente, nell’ambito della preparazione concettuale della mostra Il mercato della frutta (30 ottobre > 2 novemrbe 2009), mi è capitato di sviluppare una seconda tematica sempre legata allo stesso filone del dissolvimento dell’opera. Evidentemente sono molti i fattori che possono condurre un artista o un movimento a prediligere azioni più fluide e tematiche metacomunicative. Infatti  nel nostro articolo, le mie argomentazioni metapsicologiche sul cinema di Lynch non avanzavano alcuna pretesa di esaustività. Così in questo caso torno ad incontrare la tematica generale, e non sento il bisogno di riprendere in mano l’articolo da poco stampato. Se in quella occasione trattavo dell’inconscio psicoanalitico, in questa seconda occasione affronto (per me inaspetattamente) la coscienza ecologica. Più precisamente sto cercando di fare chiarezza sul rapporto fra il lavoro nelle società postfordiste, la coscienza ecologica e l’abbandono dell”opera. Ho recentemente pubblicato due articoli su questo macrotema nel mio blog, ed altri ne sono in arrivo.

Nel primo dei due appena scritti allaccio le riflessioni teologiche di Isacco di Ninive alla questione contemporanea del lavoro. Attraverso questo collegamento conio il concetto di riposo lavorante, il quale è a mio avviso altrettanto bene applicabile alle operazini artistiche di molti artisti contemporanei.

Nel secondo articolo ho affrontato con più ortodossia il rapporto che secondo me si viene a creare tra una coscienza genuinamente ecologica (e non la paternalistica protezione della natura) e l’abbandono dell’opera. Tale abbandono avverrebbe in favore di processualità  prive di delimitazioni formali e temporali; processualità che non siano predefinite da un telos e che non mirino, quindi, alla tradizionale creazione di un’opera finita ed esteticamente fruibile. (di questo articolo c’è anche una versione in inglese, alla quale ho aggiunto un intero capitolo in lingua originale di “The human condition”, ed il rimando alla versione integrale)

Ich fuhle mich ein bisschen so wie ein Blatt…

Ein Blatt - Foto di Emanuele Sbardella

Arendt, Bateson e l’abbandono dell’opera come presa di coscienza ecologica

Per un arte ecologica

Da quando la condizione umana ha perso il suo punto di riferimento centrale (la Terra), secondo Hanna Arendt, la relazione ecologica primordiale si è andata sfaldando. Promotrici di questo sfaldamento sono proprio le opere con le quali l’uomo, più o meno inconsciamente,  agisce in maniera distruttiva sulla natura. Tale processo sembra inevitabile quando all’operare si accompagna un dispiegamento tecnico come quello moderno.

“Il creatore del mondo dell’artificio umano è sempre stato un distruttore della natura” (Arendt, Capitolo 19. La reificazione, p. 99).

Hanna Arendt

Hanna Arendt

Scopo di questo articolo è capire se uno degli aspetti della dissoluzione dell’opera nell’arte contemporanea non sia proprio la deliberata volontà da parte di molti artisti di riaffermare la necessità ecologica. Nel caso in cui lo fosse, i piacrebbe inoltre capire se si tratta di riacquisire uno stato ecologico bilanciato secondo schemi della purezza primordiale o secondo nuovi modelli di innesti e contaminazioni?

La mia tesi di partenza è la seguente: la coscienza ecologica che soggiace all’abbandono dell’opera da parte dell’artista contemporaneo (mi si permetta la generalizzazione) non può prescindere da una ecologia delle idee. Per questo non si tratta di ri-produrre un modello arcaico di rapporto ecologico con la natura. Non può esistere tale passo indietro. Come diceva un personaggio di Bertolucci, “la natura non è naturale”. E non potrà mai più esserlo.

Nessun modello arcaico di riferimento, ma una continua negoziazione e dialogo. Il funzionamento è quello dell’ecologia della mente descritto da Bateson, e può essere attuato solo attraverso micro pratiche discorsive, che sono quelle poste in essere da molti artisti contemporanei: essi si pongono in tal modo non come creatori di opere,  besì  come operatori di una presa di coscienza collettiva; termini di contatto; amplificatori di idee e di esperienze. Questo il loro ruolo. A questo ruolo è connesso l’abbandono dell’opera come strumento definitivo e l’utilizzo dell’operazione come strumento infinito. Con l’ecologia di idee e il dialogo infinito, non si tratta piu di creazione ma di condivisione, non di opera ma di processo, non di estetica ma di etica.

Questo slittamento è possibile solo a partire dallo status eccezionale concesso all’artista rispetto al lavoro (come ho scritto nell’articolo su Isacco di Ninive), e coincide con l’opinione di Hanna Arendt, secondo la quale, ci troviamo nella condizione in cui “qualsiasi cosa facciamo, si suppone fatta per guadagnarci da vivere. […] La sola eccezione che la società desidera proteggere è l’artista, che, rigorosamente parlando, è il solo «creatore di opere» rimasto in una società di lavoratori” (Anna Arendt, Vita activa, Cap. 17. Una società di consumatori, p. 91).

La trasposizione artistica di un’esperienza, per il fatto stesso di oggettivare l’esperienza individuale e renderla disponibile, la redime dalla fugacità del consumo e la immette nel circuito pubblico. Si potrebbe dire che le offre una chance di immortalità. Si può dedurre dagli scritti di Arendt la volontà di uscire dal solipsismo moderno, e anche se lei parla ancora dell’artista come «creatore di opere», non è illegittimo oggi vedere l’artista come principale veicolo per la riconquista di un orizzonte della condivisione del mondo; condivisione che implica un certo abbandono dell’opera ed una ricerca del rapporto etico e politico con altri uomini liberi ed eguali.

Il valore dell’arte contemporanea, per lo meno quello che vorrei evidenziare con la mostra “Il mercato della frutta”, risiede nello scambio che essa innesca. Non si tratta di uno scambio astratto basato su valori livellati sul medium del denaro, ma di uno scambio necessariamente asimmetrico ed incommensurabile. È impossibile ridurre lo scambio alla relazione fra due parti. Se lo si concepisce come una rete ecologica di relazioni, allora ci si accorge che quanto si dona e sempre meno di quanto si possa ricevere.

Anche l’operato artistico, come la merce secondo Marx, è un «arcano». Ma a differenza della merce non assume un esistenza indipendente dal luogo di produzione e dal produttore. Il mondo dell’opera, per quanto autonomo, offrirà pur sempre un legame con l’hic et nunc della sua ideazione/realizzazione.

“Il grano mietuto a mano su ripidi pendii da gente che mangia tortillas a ogni pasto non può essere equivalente a quello dispensato da giganteschi motacarichi” (Clifford, Strade, p. 376).

Nello scambio artistico vengono tenute in considerazione anche tutte le simbologie intrinseche alla lavorazione. Il processo (non solo la forza lavoro) che si incarna nell’oggetto apre un orizzonte di scambio in cui, a differenza di quello puramente economico, non si ricerca il semplice soddisfacimento privato. Anzi, si cerca un affrancamento dalla vita privata, cioè a dire di quella vita che risulta privata della dimensione propriamente umana, che è quella pubblica – la cui amministrazione spetta alla vera politica (non si intende certo la partitocrazia moderna).

L’operazione di messa in scena una nuova dimensione dello scambio all’interno del luogo dello scambio economico per eccellenza è provocatorio,  e mira anche a far riflettere sull’essenza del lavoro e sulla condizione umana come basata in modo imprescindibile sullo scambio con gli altri. Cos’è il lavoro? Perché e come lavorare?

Agli occhi dell’homo faber “il mondo, la casa dell’uomo, costruita sulla terra e fatta di materiali che la natura affida alle mani dell’uomo non consiste di oggetti da consumare ma da oggetti da usare” (Arendt, p. 95).

La natura perde il suo valore quando viene ridotta a materiale da costruzione per le opere dell’uomo. La Natura non  un Altro da difendere (men che meno da sfruttare), ma allo stesso tempo una origine da riacquisire ed un fine da accettare. In questo, l’artista che dismette l’opera come principale strumento di produzione, accetta di farsi parte di una rete ecologica che lo sovrasta. Nell’accettare questa odalità egli reimmette automaticamente anche al livello di tematizzazione la questione ecologica  nel dibattito pubblico; e non lo fa per trarne un beneficio privato (come giustamente sospettava Giorgio Gaber), bensì per aprire un dialogo al quale tutti ambiscano a contribuire. In questo modo tende a crearsi spontaneamente una sinfonia che non solo parli democraticamente del mondo condiviso, ma che nel parlarne lo costituisca. Non il solo uomo è unità di msura dell’evoluzione, ma l’interezza delle relazioni che si instaurano  fra  gli uomini  e l’ambiente in un rapporto non asimetrico (ecologia della mente).

“Qualsiasi organismo che la spunti nella sua lotta con l’ambiente, sarà inesorabilmente cancellato dal pianeta Terra” (Bateson).

Un costrutto politico che assunse questo modello ecologico fu la polis greca,  del quale nome la nostra città conserva ancora traccia – Ladispoli.

Quale costrutto artistico possiamo imaginare in relazione al modello di interconnessione ecologica?

Isacco di Ninive

Isacco di Ninive

Secondo uno dei padri della Chiesa Cattolica (Isacco di Ninive, VII sec.), Dio si è storicamente rivelato

- come Giudice (subito dopo la trasgressione originaria)

- come Signore

- come Padre (dalla venuta di cristo in poi)

Nonostante oggi si viva nell’ordine della paternità divina, non bisogna sentirsi autorizzati a vivere una vita più attenta agli affari terreni. La contemplazione di quel Dio che agli occhi del mistico cristiano si sta facendo sempre più prossimo resta un’attività totalmente ascetica, quindi slegata dagli affari mondani. Mi interessa sottolineare il modo in cui Isacco di Ninive collocava l’attività contemplativa rispetto al resto degli affari mondani, delle attività che quotidianamente gli uomini svolgono per sopravvivere (ed, eventualmente, vivere) su questa terra.

Innanzitutto egli afferma, con un certo anticipo su quelli che sarebbero stati scrupoli tipicamente moderni, che la contemplazione di dio non è un’attività oziosa (v. Arendt su ozio, lavoro e commercio), bensì la grande opera che gli uomini devono compiere per effettuare l’esodo dal mondo e per porre fine a tutti i lavori.

Il lavoro deve tramutarsi in un obbligo nei confronti di dio, e non permanere ad essere il semplice assolvimento del fabbisogno umano, del suo essere parte di un superiore sistema di cui farebbe semplicemente funzionare il metabolismo (direbbe Arendt, a proposito del lavoro).

A testimonianza di quanto un diverso tipo di lavoro rimanga centrale nell’attività umana secondo isacco, cito i seguenti frammenti (45 – 46; 69), tratti dal suo primo discorso sulla conoscenza di Dio.

“Il riposo di fatto acceca l’uomo, perché non guardi alle raltà divine con stupore, ma le indaghi come con una vuota ricerca.

Lo stupore del pensiero coerisce al sedere da soli, senza dispersione, che mette in moto moviementi fervidi e stupendi, a partire dalla necessità e dai lavori, tramite la speranza che genera nel pensiero”

“Filopono non è chi non ama i riposi del corpo, ma chi non ama le consuetudini del corpo”

Il lavoro proposto da Isacco di Ninive non è obliterato ma trasfigurato; costituisce non solo una critica ante litteram al lavoro per come questo viene organizzato all’interno delle società fordiste, ma anche un modello in grado di gettare luce su alcune pratiche di artisti contemporanei.

Contro il lavoro tra gli uomini e contro il riposo tra gli uomini; il mistico vaticina non un lavoro riposante bensì, direi, un riposo lavorante. La (il) fine di tutti i lavori è una redenzione dalla necessità del lavoro (dalla sua fatica), e nemmeno una liberazione del tempo in esso impiegato. Quello che viene esaltato e ricercato è un tipo di attività continuo ed impegnativo, ma scevro da qualsiasi valore d’uso e completamente in-utile. L’esaltazione dell’attività non funzionale procede di pari passo con l’impegno costante e lacerante della persona che decide di dedicarvisi.

Così molte ricerche artistiche contemporanee mirano ad una spossante ricerca oltre il limite corporale (e mondano): lo fanno ponendosi come obiettivo attività spesso ripetitive e prive di qualsiasi funzionalità (nella logica di chi non si è ancora fatto straniero nel mondo e vive per lavorare).

Senza l’impegno lacerante che resta nel lavoro trasfigurato e svincolato dagli scopi mondani, la vita dell’uomo sprofonderebbe nel riposo e non si nutrirebbe più della meraviglia che fanno uscire le sue naturali propensioni ad indagare al di fuori del circolo vizioso di un autistica e vuota ricerca di se stessi (arendt su cartesio).

In questa ricerca, l’obiettivo che Isacco pone non è quello – di certa teologia contemporanea – di operare al fine di una inclusione (rispettosa dell’estraneità) dello straniero, bensì quello di farsi straniero tra gli uomini.

Questo mi induce a riflettere  e a mettere in dubbio la facilità con la quale si tende ad utilizzare il paradigma del “relazionale” e rivalutare lo straniamento, il disorientamento e l’amibiguità che si creano in molti comportamenti messi in sena o innescati al’interno di pratiche performative contemporanee.

Impressioni che produciamo, raccogliamo in questa vita. Che ne sarà?…

Concludo con il passo che mi sembra più profondo e meno parafrasabile, nel convincimento che anche al di là della momentanea impossibilità razionale di collegarla al discorso appena concluso, essa possa fornire innumerevoli altri momenti di riflessione.

“Rapinano la coscienza coloro che la aggrediscono senza la pratica, cioè invece della verità ne rapinano un sembiante. Essa abita da se stessa nei movimenti di coloro che nella propria vita sono divenuti dei crocifissi e hanno aspirato la vita da dentro la morte” (Primo discorso, frammento numero 26)