Archivi delle etichette: artista

Quando Freud parla di premio di seduzione intende riferirsi al compromesso testuale che avviene fra produttore e fruitore di un’opera nel momento in cui il secondo cerca una via d’accesso al mondo profondo che il primo ha ricostruito dietro la facciata dell’opera, in connessione con il proprio inconscio. Che la via d’accesso sia stata programmaticamente istituita dall’artista o arbitrariamente proiettata dal fruitore, si creerebbe in ogni caso un legame fra le fantasie profonde attraverso il disvelamento delle verità nascoste nell’opera, alle quali si può accedere non in maniera diretta, ma solo tramite la simulazione di un mondo più facile – la seduzione formale del bello – che addolcisce realtà altrimenti repellenti, ripugnanti o altamente imbarazzanti.

Cosa resta di questo escamotage formale nelle operazioni artistiche messe in atto da artisti contemporanei quali Wang Ruobing e Yak Seah?

Io credo che la realtà profonda cui si dà accesso attraverso le loro opere non sia pregna dell’erotismo freudiano, e che pertanto sia il caso di fare un’analisi del termine seduzione per recuperare il suo etimo originale.

Il latino seducere non contiene implicazioni negativa, né tantomeno sensuali. Solo con Tertulliano inizierà ad assumere una prima connotazione negativa (deviare, traviare), e molto più in là coloriture erotiche. Originariamente il verbo ha semplicemente a che fare con la separazione, il sottrarre, il condurre in disparte. La seduzione, in questa accezione originaria, è un fattore virtualizzante in grado di aprire feritoie nel muro di cemento della quotidianità e sparare fuochi d’artifico in grado di lasciare immaginare altri mondi possibili.

La fantasia che scaturisce dall’opera nel momento in cui vi si entra non è che un utopia, la quale prende forma non solo dall’opera ma dal movimento fra opera e contesto, in quello spazio immaginario creato nella diade discorsiva artista-curatore (intesi come agenti plurali. La diade include nell’atto pragmatico istanze diverse, come le posizioni teoriche, le condizioni economiche, le pratiche antropologiche degli artisti, dei curatori, dei collaboratori e di altri soggetti implicati).

Utopia di un mondo che si radica nel mondo presente, ma che devia verso altre possibilità esistenziali. Utopie di mondi futuri (e non fantasie di relazioni originarie) sono quelli che si colgono dall’empatia con questi artisti, attraverso le loro opere. Per cogliere appieno la forza di queste utopie, però non ci si può limitare a considerare le opere in sé, ma nemmeno in stretta relazione con lo sazio reale (sociale, economico) del mercato. L’opera fa parte di un contesto, che è lo spazio immaginario, in cui il contesto stesso non è altro che una rielaborazione immaginaria dello spazio stesso. Ogni opera ed ogni mostra, anche quelle più site specic, si riferiscono al luogo, ma soprattutto ad un mondo che è quello elaborato dalla diade discorsiva artista-curatore (articolo correlato, Origami_01).

D’altronde anche Freud si rese conto, ad esempio, che una Verführungsszene (scena di seduzione) – tipico trauma alla base di isterie presenti nel paziente – non è mai totalmente una scena reale, ma una un fantasma inconscio, una rielaborazione psichica che fa realtà a sé.

Questo accade anche nel testo curatoriale (la mostra come interrelazione fra idea curatoriale e opere), il quale non agisce direttamente sul luogo fisico o sulla rete sociale, nemmeno quando è altamente site specific come nel caso della mostra Il mercato della frutta – The pure products of Italy go crazy. Il testo curatoriale agisce anche sul luogo fisico e sulla rete sociale, basti pensare al lavoro di restauro cella sala espositiva o alle amicizie con i lavoraotri nate nel periodo di preparazione della mostra. Ma questa azione è indiretta e speculare; costituisce un riflesso di una preventiva preparazione del testo curatoriale in un luogo ideale e in cui si preparano le strutture del senso. Il mercato è stato prima trasposto in un cronotopo per la concettualizzazione della mostra, e poi è stato trasformato durante e attraverso la realizzazione delle opere ed il loro, per così dire, funzionamento.

La necessità di lavorare sullo spazio della mostra come cronotopo ancor prima che come spazio reale è una esigenza di simulazione che permette di virtualizzare ed evidenziare gli aspetti salienti. Inoltre la differenza tra una comune rappresentazione sociale e la sua elaborazione artistica non si può sanare se si usa come lente solo la categoria del reale (non parlo del reale psicanalitico; usando una terminologia lacaniana avrei dovuto dire “se consideriamo la categoria del simbolico”). Non ci può essere mediazione fra il gesto artistico ed una interpretazione che sarà necessariamente aberrante in quanto letterale.

Nel caso della mostra Il mercato della frutta, esperienza da poco conclusa, non bisogna illudersi di avere fatto una mostra ambientata principalmente nel mercato giornaliero fra Via Ancona a Via Odescalchi a Ladispoli (come pure più volte proclamato). Un ponte che non si può smettere di attraversare collega e separa il cronotopo della mostra dalla rappresentazione sociale, quotidianamente condivisa e barattata che “realmente” si ha dello stesso ambiente.

Compito del curatore è non lasciare andare alla deriva questo processo, e permettere una decodifica e stringere un legame. L’impossibilità di una comunione fra i due ambiti non è solo un rumore che impedisce la comunicazione, ma uno scarto che crea significati, esperienze e idee (che poi entreranno auspicabilmente a far parte della realtà, magari andrà stratificarsi nel patrimonio condiviso o anche, più pragmaticamente, dare luogo a momenti di riunione e a progetti comuni legati al luogo).

A questo proposito, come curatore dell’evento, ho dato importanza metodologica ad un lavoro preparatorio di ricerca sul campo, una studio che tenesse conto (non “rispettasse”) delle “leggi” stabilite da Aristotele nella sua poetica. Mai ho presunto di attuare un disintantamento e si è sempre operato primariamente su un piano di illusione condivisa.

Quello che seduce non è la finzione, bensì la realtà (ma la realtà , una volta accettato questo gioco, non è mai altro che la rappresentazione della relatà). La seduzione del reale, non potendo che operare utilizzando strumenti finzionali,  ha lasciato che gli artisti non dovessero operare la simulazione per entrare in contatto con livelli più profondi di realtà. Essi hanno operato sulla realtà stessa del mercato per estrapolarne altri seducenti mondi.

Chissà che tutto questo parlare, fare mostre, parlare di mostre fatte… non sia esso stesso una seduzione alla quale non sappiamo resistere.

“La luce della contemplazione corre parallela a una quiete continua e all’assenza di impressioni esteriori perché la mente, quando è vuota, si tiene completamente eretta e attende quale contemplazione si leverà in lei. Chi invece disputa intorno a questo, non solo fa errare gli altri, ma devia anche lui dalla strada, né [lo]avverte, e corre dietro a un ombra nei fantasmi del suo intelletto” (Isacco di Ninive, Frammento 29 del Discorso primo sulla conoscenza)

Il mercato della frutta si svolgerà a Ladispoli (dal 30 ottobre al 2 novembre 2009, con inaugurazione delle opere il 31) secondo una inedita forma espositiva. L’originalità di tale forma espositiva risiede nella gestione e presentazione dei seguenti aspetti:

- l’unità spazio-temporale della mostra è strategicamente gestita.

- il concetto della mostra si basa su una metodologia antropologica ed è filosoficamente strutturato, quindi aperto e in continua evoluzione.

La gestione dell’unità spazio-temporale della mostra si basa, adattandole al contesto glocale contemporaneo, sulle tre unità aristoteliche di tempo, di luogo e di azione. I limiti temporali e spaziali dell’evento non sono ben definititi. All’apparente concentrazione fa da contrappunto una tendenza allo sconfinamento.

Tempo – Gli ospiti sono di calibro e provenienza internazionale e si confronteranno a Ladispoli per dar vita ad una mostra dalla durata insolitamente breve, ma la cui concentrazione consegue ad un preciso progetto di sviluppo organico della stessa. Considerando il valore simbolico della frutta, non è casuale che le opere vengano inaugurate il giorno in cui secondo una recuperata tradizione celtica si festeggia la fine dell’estate (Halloween); non è casuale che la mostra si chiuda il giorno in cui secondo la tradizione cattolica si commemorano tutti i fedeli defunti (il Giorno dei Morti). Inoltre, grazie alla breve durata dell’evento, si prevede di fidelizzare gruppi di visitatori al fine di creare l’humus relazionale necessario per lo svolgimento stesso di alcune delle opere performative previste. Infine gli eventi saranno serrati e precisamente calendarizzati, aperti e rispondenti a quelle dinamiche effimere che caratterizzano buona parte dell’operato di alcuni artisti coinvolti.

Spazio – Lo spazio non è riducibile la sala espositiva, ma comprende i ponti fra questa ed il mercato che la circonda. Temporalmente, a rendere fluidi i confini, intervengono all’inizio una serie di interventi ed incontri preparativi, che rendono difficoltosa l’individuazione di una sola data di apertura (ad esempio l’inaugurazione è preceduta da una giornata di studi che io ritengo parte integrante del progetto). La chiusura avverrà nella notte fra il giorno dei morti e quello di ognissanti.

Azione – Quello che avverrà è un fitto scambio di opere, idee e materiali fra il luogo deputato all’esposizione d’arte e il luogo circostante deputato all’esposizione e al commercio delle merci ortofrutticole. Si darà luogo ad un microcosmo in cui l’arte si confonde irrimediabilmente con il mercato, utilizzando proprio la frutta (elemento naturale pregno di valori simbolici, economici e nutrizionali) che in questo viene venduta. L’azione degli artisti, inoltre, rimetterà anche in discussione le leggi del mercato proponendo pungenti interpretazioni ed alternative ai suoi tradizionali meccanismi. In questa provocazione, mossa a partire dall’interno di un mercato  della frutta, si scorge per estensione una critica al mercato dell’arte.

È evidente che il concetto della mostra sgorga dall’occasionale prossimità della sala espositiva al mercato.

L’idea base è stata quella di una mostra che condividesse con lo spazio fisico e relazionale del mercato (lavoratori e compratori) l’utilizzo della frutta e la propensione allo scambio.

A supporto teorico privilegiato per questa scelta curatoriale è stato adottato un libro di antropologia a cui il sottotitolo della mostra fa esplicito riferimento. Il titolo della traduzione italiana del testo di James Clifford esplicita sin dal primo momento la convinzione che i frutti puri vadano impazzendo, e che quindi sia vano continuare a pensare a blocchi di culture contrapponendosi. Gli artisti coinvolti propongono il mescolamento, la convivialità e lo scambio come momenti antropologici fondamentali.

A partire da questo nocciolo teorico, l’idea curatoriale si è evoluta secondo modalità di apertura dialogica.

Il curatore ha usato il proprio blog come strumento di lavoro e condivisione del sapere inerente la mostra. La curatorial dashboard è costituita da una serie di interventi scritti nel blog con licenza creative commons e condivisi con gli artisti, con i collaboratori e tutti gli eventuali lettori del blog. Il concetto della mostra è pertanto aperto, si sta formando pubblicamente, e si sottomette alle critiche quanto alla condivisione.

La “curatorial dashboard” si può consultare ed implementare seguendo questo link http://emanuelesbardella.wordpress.com/tag/mercato-della-frutta/ (si aprirà una lista di articoli, in ordine a partire dal più recente). Per chi non volesse scartabellare a lungo, fra i molti articoli segnalo i seguenti:

> Agamben e il prezzo del sacrificio (28 settembre)

Prendendo spunto dall’albero da frutta come elemento simbolico si apre una discussione attorno ai temi del sacro e del profano e all’antica dicotomia, a questa legata, di pubblico e privato.

> Contatto, sovversione e reciprocità (18 settembre)

Prolegomena ad un approccio antropologico alla curatela e inquadramento della mostra (testo curatoriale) nell’ambito di un movimento di resistenza alle dinamiche del capitalismo post-fordista.

> Mostra CC e la grafica condivisa

Riflessione sulla condivisione della mostra per la creazione di un testo curatoriale polifonico e la questione dell’applicabilità della licenza creative commons al testo curatoriale

> PorteAperte a Ladispoli

Dialogo interculturale e la concezione di una mostta come testo curatoriale risultante da un lavoro sul campo

> Arte ecologica

Analisi del rapporto che si è iniziato ad instaurare a partire dalla seconda metà del novecento tra un tipo di coscienza genuinamente ecologica e l’abbandono (o la relegazione) dell’opera da parte di alcuni artisti.

> Isacco di Ninive

Adattamento delle riflessioni teologiche di Isacco di Ninive alla questione contemporanea del lavoro (e, nella fattispecie, del lavoro dell’artista al giorno d’oggi).

> Greenness (11 luglio)

Il curatore è semplicemente un gestore di eventi culturali? Alcune questioni sulla gestione del concetto di “greenness” da parte delle due figure professionali.

Altre informazioni utili presenti sul blog

> Dove si svolgerà esattamente l’evento?

Alcuni testi di riferimento

> Gibran Kalhil

> Me and Elsie

Isacco di Ninive

Isacco di Ninive

Secondo uno dei padri della Chiesa Cattolica (Isacco di Ninive, VII sec.), Dio si è storicamente rivelato

- come Giudice (subito dopo la trasgressione originaria)

- come Signore

- come Padre (dalla venuta di cristo in poi)

Nonostante oggi si viva nell’ordine della paternità divina, non bisogna sentirsi autorizzati a vivere una vita più attenta agli affari terreni. La contemplazione di quel Dio che agli occhi del mistico cristiano si sta facendo sempre più prossimo resta un’attività totalmente ascetica, quindi slegata dagli affari mondani. Mi interessa sottolineare il modo in cui Isacco di Ninive collocava l’attività contemplativa rispetto al resto degli affari mondani, delle attività che quotidianamente gli uomini svolgono per sopravvivere (ed, eventualmente, vivere) su questa terra.

Innanzitutto egli afferma, con un certo anticipo su quelli che sarebbero stati scrupoli tipicamente moderni, che la contemplazione di dio non è un’attività oziosa (v. Arendt su ozio, lavoro e commercio), bensì la grande opera che gli uomini devono compiere per effettuare l’esodo dal mondo e per porre fine a tutti i lavori.

Il lavoro deve tramutarsi in un obbligo nei confronti di dio, e non permanere ad essere il semplice assolvimento del fabbisogno umano, del suo essere parte di un superiore sistema di cui farebbe semplicemente funzionare il metabolismo (direbbe Arendt, a proposito del lavoro).

A testimonianza di quanto un diverso tipo di lavoro rimanga centrale nell’attività umana secondo isacco, cito i seguenti frammenti (45 – 46; 69), tratti dal suo primo discorso sulla conoscenza di Dio.

“Il riposo di fatto acceca l’uomo, perché non guardi alle raltà divine con stupore, ma le indaghi come con una vuota ricerca.

Lo stupore del pensiero coerisce al sedere da soli, senza dispersione, che mette in moto moviementi fervidi e stupendi, a partire dalla necessità e dai lavori, tramite la speranza che genera nel pensiero”

“Filopono non è chi non ama i riposi del corpo, ma chi non ama le consuetudini del corpo”

Il lavoro proposto da Isacco di Ninive non è obliterato ma trasfigurato; costituisce non solo una critica ante litteram al lavoro per come questo viene organizzato all’interno delle società fordiste, ma anche un modello in grado di gettare luce su alcune pratiche di artisti contemporanei.

Contro il lavoro tra gli uomini e contro il riposo tra gli uomini; il mistico vaticina non un lavoro riposante bensì, direi, un riposo lavorante. La (il) fine di tutti i lavori è una redenzione dalla necessità del lavoro (dalla sua fatica), e nemmeno una liberazione del tempo in esso impiegato. Quello che viene esaltato e ricercato è un tipo di attività continuo ed impegnativo, ma scevro da qualsiasi valore d’uso e completamente in-utile. L’esaltazione dell’attività non funzionale procede di pari passo con l’impegno costante e lacerante della persona che decide di dedicarvisi.

Così molte ricerche artistiche contemporanee mirano ad una spossante ricerca oltre il limite corporale (e mondano): lo fanno ponendosi come obiettivo attività spesso ripetitive e prive di qualsiasi funzionalità (nella logica di chi non si è ancora fatto straniero nel mondo e vive per lavorare).

Senza l’impegno lacerante che resta nel lavoro trasfigurato e svincolato dagli scopi mondani, la vita dell’uomo sprofonderebbe nel riposo e non si nutrirebbe più della meraviglia che fanno uscire le sue naturali propensioni ad indagare al di fuori del circolo vizioso di un autistica e vuota ricerca di se stessi (arendt su cartesio).

In questa ricerca, l’obiettivo che Isacco pone non è quello – di certa teologia contemporanea – di operare al fine di una inclusione (rispettosa dell’estraneità) dello straniero, bensì quello di farsi straniero tra gli uomini.

Questo mi induce a riflettere  e a mettere in dubbio la facilità con la quale si tende ad utilizzare il paradigma del “relazionale” e rivalutare lo straniamento, il disorientamento e l’amibiguità che si creano in molti comportamenti messi in sena o innescati al’interno di pratiche performative contemporanee.

Impressioni che produciamo, raccogliamo in questa vita. Che ne sarà?…

Concludo con il passo che mi sembra più profondo e meno parafrasabile, nel convincimento che anche al di là della momentanea impossibilità razionale di collegarla al discorso appena concluso, essa possa fornire innumerevoli altri momenti di riflessione.

“Rapinano la coscienza coloro che la aggrediscono senza la pratica, cioè invece della verità ne rapinano un sembiante. Essa abita da se stessa nei movimenti di coloro che nella propria vita sono divenuti dei crocifissi e hanno aspirato la vita da dentro la morte” (Primo discorso, frammento numero 26)

In risposta ad una sollecitazione proveniente da due artiste di Anversa, ho prodotto un testo ed un video che nel seguente articolo mi accingo a criticare. Il risultato è da considerarsi una bozza per un articolo di maggio respiro che sto scrivendo per la rivista Origami. Il tema del primo numero della rivista è Simulare per sedurre, ed io tratterò il gioco di seduzione e inganno che si crea tra artista e curatore.

Al di là della contingenza dell’occasione (intervento richiesto da una mia amica artista di Anversa “Dottirslonza” ad una sua performance il giorno del 25 aprile), ho avuto modo di scrivere a mano libera questo testo che sviluppa le mie attuali riflessioni sui livelli di realtà che nella relazione in questione si instaurano (entrando a far parte dello spessore dell’opera – della sua ombra, direbbe Perniola).

Sull’ondata di una moda heideggeriana, molti critici tornano a considerare l’arte come la messa in opera della realtà. Cosa si vorrà mai intendere con questa accezione volgarizzata del verbo heideggeriano?
Uno dei maggiori difetti che spesso si riscontrano nel Portobello della critica (passatemi questa coloriture scritte di getto e poco ponderate) è la riduzione della teoria heideggeriana ad un semplice fatto di realizzazione di una virtualità. Altre volte come il disvelamento di un messaggio implicito. Altri casi…
In molte occasioni,  l’elemento del pensare heideggeriano che maggiormente viene leso è proprio la sua base di partenza: la fenomenologia.
Senza stare troppo a discutere sul rapporto di Heidegger con la fenomenologia, e l’evolversi di tale rapporto nel tempo; dirò solo che evitare (anche inconsapevolmente) di considerare questa base fenomenologica, porta ad un’aporia critica riducibile a quanto segue: uno scollamento (eheh) fra realtà dell’opera ed il suo significato (come se fossero due mondi a parte). Con la conseguenza che l’oggetto non conta nulla (con la facilitazione di una presunta legittimazione da parte delle avanguardie storiche) e che tutte le interpretazioni (non importa quanto banali), sono ammesse. Come se il significato fosse l’anima di un corpo partorito dall’artista.

Io credo che ragionare sullo statuto dell’illusione e dei livelli di illusione presenti in un’opera e scandagliare la genealogi a di un’opera (non fermarsi quindi all’intenzionalità dell’autore e o alla ricezione del fruitore) siano per questo motivo urgente di riflessione.
Uno dei punti che si potrebbe rivelare fondamentale a questo scopo è lo studio del rapporto fra artista e curatore; relazione di dialogo cooriginario entro la quale l’opera si costituisce nel suo insieme (non separatamente o cronologicamente; cosa fare; quale messaggio esprimere; quali materiali utilizzare…). Relazione che io ho già analizzato nella mia tesi di Master e che amplio qui ocn recenti appunti e riflessioni.

Fra curatore e artista si crea un mondo condiviso che andrà a fare lo sfondo dell’opera.
Si infittisce la trama relazionale, in un processo di rimando continuo di giochi di realtà e di illusioni reciproche. Tipico più o meno di tutti i tipi di relazioni umane, nel caso specifico un analisi del termine curatore ed una sua contestualizzazione storica (che ho in mente ma ancora non ho scritto) fanno vedere che il rapporto a/c è più apertamente contraddittorio. Compresenza di amicizia ed inimicizia; amore e odio; identificazione e repulsione. Le illusioni, non si cerca di svelarle; i contrasti; non si cerca di conciliarli. Ma di metterli in opera. In “realtà”? Impossibile (forse) dirlo.
Bisogna innanzitutto capire in che senso l’illusione può entrare a far parte di un discorso sulla realtà.

“Perché una cosa abbia un senso, ci vuole una scena, ci vuole un’illusione, un minimo di illusione, di movimento immaginario, di sfida al reale, che vi coinvolga, che vi seduca, che vi ripugni” (Baudrillard).

Jef Safis edited picture inspired by Baurdillard

Jef Safi's edited picture inspired by Baurdillard - "L'illusion ne s'oppose pas à la réalité, elle en est une autre plus subtile, qui enveloppe la première des signes de sa disparition"

Illusione, nel senso estetico, più che nel senso conoscitivo, non ha una radice greca. La sua etimologia è propriamente latina, “viene da ludus, che significa gioco in atti, opposto a iocus, che significa il gioco in parole, cioè lo scherzo. Si tratta perciò di una parola che affonda le radici in uno stile di pensiero tipico della romanità arcaica, la quale privilegia l’azione, anzi un tipo particolare di azione rituale, dotata di efficacia pratica. [Il modo di pensare romano] è imperniato sull’esperienza del rito inteso come azione dotata di effettualità e di obbligatorietà giuridica”.

Perniola riprende Baudrillard in accordo con l’idea secondo la quale l’arte mantiene quell’aspetto rituale e cerimoniale, che usa violenza sul reale.
“È nell’arte che si è preservato qualcosa della potenza cerimoniale e iniziatica […]. È lì ce si conserva una padronanza delle apparizioni e delle sparizioni, e in particolare la padronanza sacrificale dell’eclissi del reale” (Baudrillard).
Non illusione come distrazione, ma illusione come magia. Un effetto magico che incide sulla realtà, ma che nella contemporaneità starebbe, secondo Perniola, svanendo tra l’effetto annichilente dell’opulenza comunicativa e dell’autoderisione dell’arte contemporanea.

Siamo sicuri che l’arte contemporanea non possa più rivitalizzare quell’efficacia simbolica tipica della magia, ricreare un’illusione che emancipi dalla «stupidità estatica nei confronti del reale»? Mario Perniola sembra persuaso del contrario, ma effettua una chiara scelta di campo nel trattare dell’illusione esclusivamente nel suo senso estetico, contro il senso «metafisico-conoscitivo». In senso opposto, i questo caso, va letto il lavoro di Levi-Strauss, il quale (non certo interessato all’estetetica contemporanea) lascia inalterata l’unitarietà degli aspetti «estetico» e «conoscitivo» dell’illusione, così come le trova presso le culture che si trova a studiare.

Nel noto saggio dedicato all’efficacia simbolica nelle pratiche magiche e sciamaniche l’antropologo francese affronta il tema, dal punto di vista occidentale e disincantato; quindi necessariamente incredulo o scettico, ma anche pragmatico e dissacrante. Parte dal dato di fatto: l’alta incidenza di guarigione in seguito a interventi terapeutici di matrice magica. All’incredulità si accompagna un sano relativismo e pragmatismo che conduce lo studioso francese ad escludere, come strumento interpretativo del fenomeno, la facile scappatoia dello psicologismo, che se non approfondito altro non fa che spostare più in là la questione senza fornire alcuna vera soluzione.

Il termine “cura psicologica […] rimarrà vuoto di senso sino a quando non si definirà la maniera in cui rappresentazioni psicologiche determinate sono invocate per combattere squilibri fisiologici, egualmente ben definiti” (Levy-Strauss).

Come esempio e caso studio Levi-Strauss adotta un particolare canto sciamanico che viene eseguito in occasione di parti difficoltosi tra i Cuna. Esso assume la funzione di uno strumento attraverso il quale si opera una vera e propria manipolazione psicologica dell’organo malato. Il testo di questo canto è un racconto che sortisce un effetto lenitivo in quanto interrompe il distanziamento dal mondo che ogni forte dolore provoca. L’ascolto di questo canto, oltre ad altri aspetti quali la prossemica della presenza dello sciamano in persona, fa si che la paziente venga introdotta in una situazione diegetica (o meglio, a metà via tra mondo della narrazione e mondo narrato) in cui “il corpo e gli organi interni dell’ammalata costituiscono l’immaginario teatro” (Levy-Strauss).
Il racconto è ossessivo e basato su immagini molto vivide; viene esposto con una alternanza serrata fra mito e realtà.
“La tecnica del racconto mira dunque a restituire un’esperienza reale, in cui il mito si limita a sostituire i protagonisti” (Levy-Strauss).

Riavvicinamento al reale e sostituzione. L’ambientazione è sfasata tra interno ed esterno; tra “il quadro del mondo uterino, tutto popolato da mostri fantastici e di animali feroci” ed il mondo esterno con il quale lo stregone cerca di far rientrare la partoriente – attualmente immersa nel proprio dolore – in contatto.

“Sono, dice l’informatore indigeno, «gli animali che accrescono il dolore della dona in travaglio», ossia le doglie stesse, personificate”, e poste nella narrazione del canto sotto forma di immagini conosciute. Ecco quindi in cosa consiste la cura. “La cura consisterebbe nel rendere pensabile una situazione che in partenza si presentava in termini affettivi: e nel rendere accettabile alla mente dolori che il corpo si rifiuta di tollerare”.

Un ruolo estremamente importante in questo meccanismo curativo viene giocato dalla comunità e dal grado di coesione o condivisione di un universo simbolico che le sono propri. Nello sciamano, individuo eletto che ha accesso a zone del sacro normalmente interdette agli altri membri della comunità, si incarna il sigillo che garantisce la sopravvivenza del gruppo in quanto gruppo. Attraverso la sua mediazione con il mondo degli spiriti, eventuali squilibri caotici e deleteri per il gruppo vengono riordinati in una immagine ordinata del mondo, un cosmo, novus ordo (simile a quello dell’artista che espone un Mondo nella sua opera); e la presenza del’esserci nel mondo (terminologia usata da Ernesto De Martino sulla base di quella impostata da Martin Heidegger) viene garantita. Il «dramma magico» è inteso da De Martino come l’eterno conflitto dell’uomo che tenta di “affermare la volontà di esserci come presenza di fronte al rischio di non esserci”. La magia è, quindi, per De Martino, un dispositivo atto a difendere la coscienza precaria dell’uomo arcaico, uomo per il quale il mondo non è mai dato una volta per tutte.

Non sembra questo carattere precario essere tornato preminente nel nostro mondo contemporaneo? Ma in quale epoca questo non sia avvenuto, non è possibile asserirlo. A parte le banalizzazioni storicizzanti che vogliono un ritorno del post- al premoderno, non si tratta poi degli stessi caratteri di precarietà? Chi sarebbe lo sciamano contemporaneo? (Forse più Saatchi che Beuys!). E che tipo di ruolo giocherebbe in questo caso la comunità? Sappiamo che la comunità assiste direttamente lo sciamano nella cura, conferendogli il necessario consensus collettivo. L’importante è, infatti, che ci sia un sistema coerente e condiviso (e, per questo, significativo) di entità che stanno alla base dell’universo. Il dolore incoerente ed arbitrario, che costituisce un elemento estraneo al suo sistema (come il dolore di una partoriente in gravi condizioni), “grazie al mito, viene sostituito dallo sciamano in un insieme in cui tutto ha una ragione d’essere” (Levy-Strauss).
La risposta alla comprensione di questo nuovo quadro non è la rassegnazione, ma la guarigione.

Mentre nella nostra società “la relazione fra microbo e malattia è esterna alla mentalità del paziente, è in una relazione di causa ed effetto; […] la relazione fra mostro e malattia è interna a quella stessa mentalità, è una relazione fra simbolo e cosa simbolizzata, fra significante e significato. Lo sciamano fornisce alla sua ammalata un linguaggio nel quale possonoesprimersi immediatamente certi stati non formulati, ed altrimenti non formulabili”.

Polona Tratnik - Foto by Emanuele Sbardella

Polona Tratnik - Foto by Emanuele Sbardella

Levi-Strauss sostiene che forse lo sciamano della nostra società contemporanea è lo psicanalista. I tratta solo di un a suggestione, benché fondata. Pertanto la mia proposta nn sarà una vera e propria critica, quanto una suggestione alternativa.

Nel pieno rispetto di quanto scritto da Levi-Strauss (che resta ancora da approfondire), io propongo invece di designare il curatore come lo sciamano nella nostra società, colui che sussume il ruolo di rappresentante di collettività e funge da mediatore con l’artista. Il curatore, e non l’artista o il massmediologo/pubblicitario. Come nel caso della sciamano, il curatore può essere inteso come un soggetto che ha attraversato in prima persona uno stato di crisi di quelli patologici considerati rischiosi per la società; essendone usciti, essendo in un certo senso guarito, può essere investito in prima persona, a nome della collettività, ed in rapporto di identificazione con l’artista (come lo sciamano con il malato) per controllare quegli stati dissociativi, e senza ricorrere a censura o eliminazione.

Il mito e la poesia, o meglio: la poesia, quando inserita in un rituale (su uno sfondo mitologico più o meno rilevante), può quindi essere efficacemente usata per la sua «proprietà induttrice». L’efficacia simbolica dell’arte (la sua magia) deriva dal suo statuto illusionistico, a metà via tra la sua declinazione conoscitiva ed estetica.

Illusione non propriamente avulsa dal suo aspetto conoscitivo (segno e sapere), ma nemmeno svincolata dal suo aspetto estetico (simbolo ed apparenza).

Ed è qui che noi vediamo ancor oggi stagliarsi l’ombra lunga di Platone: nell’impossibilità di liberarci dalla prigione del corpo e apprezzare il mondo in una maniera che non sia estetica.

Se per Levi-Strauss non c’è differenza tra pensiero scientifico e mentalità primitiva in quanto ad organizzazione ed articolazione linguistica dei concetti, anche la tanto acclamata utopia duchampiana (quanto più tardi quella kosuthiana) di liberarsi dell’apparenza dell’opera d’arte rimane la semplice copia di una idea.

Nonostante una propulsione conoscitiva sempre più spregiudicata, si resta sempre legati a questi sensi. Fin quando si sentirà il bisogno di liberarsene, si stringeranno sempre di più le catene. Ma fino a quando si sentirà questo bisogno? Si potrà non sentirlo? Cosa accadrà a quel punto?

Forse quando finirà anche la necessità di un illusione.
«La natura deve essere contraddetta. Qui, l’usato fascino dell’illusione deve cedere ad una fascinazione più alta»

Questo è quello che ho cercato di condensare nell’intervento su Dottirslonza; quello che ho riassunto qui. Molto altro ho già scritto nella mia tesi e nei miei appunti. Moltissimo c’è da aggiungere.
Occorrerà in seguito comprimere quanto possibile.

Per direzionare lo sviluppo del mio discorso ho già in mano un’altra opera (nn più contemporanea, che sto iniziando a leggere in quest’ottica).

A presto per futuri aggiornamenti. Sono graditi commenti da chiunqueper correggere/ampliare/deviare le direzione del mio studio epr compilare la’rticolo “finale”

> In English

Resistenza. 25 aprile.

Io amo Dottirslonza come si ama un amico,

come si può amare una ragazza di nome Sofia.

Voglio essere suo amico e suo campagno, ma non voglio essere Dottirslonza, l’artista.

Io sono curatore, non voglio essere un artista. Io resisto.

Io resisto perché l’artista è un leader di un movimento personalistico e totalitario.

Fare arte significa essere fascisti.

L’artista è un creatore egoista. Egli è presuntuoso e geloso della prpria opera.

Io resisto.
Io non cedo al fascino, alla tentazione di appropriarmi di opere non possono essere create.

Io non cedo alla tentazione di declamarmi artista. Se non per un solo minuto.

“Ik ben een curator” – I am in love with Dottirslonza / I resist

Io resisto.
Io resisto.
Io resisto.

Io resisto alla propaganda del mio Io.

Io non aderirò al gruppo di sirene che cantano, non emulerò  e non cercherò a mia volta di sedurre altri passanti.

Ma io seguo il leader a cui comando di farsi da parte.

Io amo l’artista.

Io amo ascoltare le sirene,
ma io resisto all’amore.