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Psicologo che lavora per la cooperativa sociale Casa Comune 2000, è una persona con cui ho già avuto modo di collaborare ad altri progetti di EmEgrEnzE quale Diverse Tacce .

Il rapporto con Casa Comne 2000, in questa occasione (Il mercato della frutta), ha fatto anche nascere un laboratorio artistico in cui Wang Ruobing ha insegnato ai loro assistiti a riciclare la carta ed ottenre, da carta buttata, delle splendide cartoline colorate.

Ultimo, in ordine temporale, dei relatori intervenuti alla tavola rotonda, Alfonso Di Giuseppe è stato anche la persona che una maggiore quantità di stimoli ha ricevuto dagli interventi precednti. In base a questa considerazione si è sentito di cambiare l’intervento che aveva preparato ed improvvisare commentando e criticando gli interventi precedenti. In questo modo, co uno delgi iterventi più vivaci e sentiti si è chiusa una tavola rotonda della durata effettiva di 3 ore e mezza.

Di Giuseppe è uno psicologo che si trova quotidianamente a lavorare sull’integrazione e critica chi ne parla per grandi linee, costruendo su di essa grandi sistemi teorici, senza sporcarsi le mani con al realtà. Lavorando sul campo ti rendi conto che una delel lacune di questi grandi impianti teorici è quello di non rispondere ad una domanda principale: chi integra? Chi si vuole integrare?

Di Giuseppe ha il coraggio di porre come punto di riferimento un soggetto che i colleghi più votati alla teoria non utilizzarebbero se non storcendo il naso: assume come normale punto di partenza quello dell’italiano medio. Da questo assunto egli può dire che lle fasce di popolazione da sostenere non sono solo gli handicappati o gli immigrati stranieri, ma tutte le persone (nemmeno le fasce di persone) svantaggiate (traduzione di handicappate) rispetto alle condizioni di partenza du cui può godere un italiano medio. Come non pensare alla nostra cara e vituperata Costituzione?

Art. 3.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Quando si parla di intergazione lo si deve fare a partire da dei parametri, dei modelli e delle vie d’accesso ben precise. Ad esempio, Di Giuspeppe sostiene che non possa darsi integrazione sulla base dellla religione. De relgioni rivlelate, come Islam e Cattolicesimo, sono portatrici di verità assolute, e due verità assolute diverse non si possono integrare. La religione è giusto che rimanga una fede ersonale (tanto più che ricerche psicologiche hanno dimostrato che i fedeli vivono meglio e più a lungo degli atei), ma non è un buon veicolo di integrazione.

Alfonso Di Giuspeppe conclude con una proposta concreta che coincide in parte con la considerazione fatta da me sull’intervento di Canevacci all’inizio della tavola rotonda. Di Giuseppe propone “l’integrazione attraverso l’arte”. L’arte non propone verità assolute, ma illusioni relative. L’arte ha un valore proiettivo che fa sì che nelle opere ognuno possa vederci contenuti differenti in base alla propria individualità.

Opera d’arte come campo potenzialmente sterminato (opera aperta) di verità parziali basate su un’illusione. L’opera, dematerializzata, è anche il luogo in cui possono venir prodotte e integrate istanze culturali e personali più irriducibili.



Link esterni:

> More info su Casa Comune 2000

> Blog de “La Lumaca” – Il notiziario diversamente abile

L’arte Frutta

30 ottobre 2009, dalle 15:30 alle 19:30

Sala convegni della Biblioteca comunale di Ladispoli

Tavola rotonda con la quale si è inteso discutere apertamente e pubblicamente i temi portanti della mostra “Il mercato della frutta”, che si sarebbe inaugurata il giorno successivo.

Gagliarducci, Dieng e Simeone
Gagliarducci, Dieng e Simeone

Esperti provenienti da discipline e campi di esperienze eterogenei sono intervenuti alimentando una discussione stimolante e partecipata.

Nell’introdurre l’approccio curatoriale ed alcuni temi messi in gioco nella mostra (consultabili nella curatorial dashboard), ognuno dal suo punto di vista, hanno preso parte:

- Massimo Canevacci (docente di Antropologia culturale in varie Università del mondo)

- Andrea Gagliarducci (filosofo del linguaggio e vaticanista)

- Cheikh Dieng (segretario generale dell’associazione La casa della pace)

- Luca Simeone (interaction designer e antropologo)

- Valeria Patacchiola (rappresentante dell’Arci di Rieti)

- Alfonso Di Giuseppe (psicologo e rappresentante della cooperativa sociale Casa Comune 2000)

Ad ogni nome c’è il link al relativo intervento. Premetto che sono riproduzioni fatte in base unicamente ai miei appunti personali, quindi non possono essere considerate resoconti oggettivi. Mi scuso di avere dato diversi pesi agli interventi. Spero di non aver comunque travisato i contenuti e di suscitare stimoli alle persone che furono presenti (commentare, modificando e aggiungendo) e a chi leggesse per la prima volta.

Il titolo dato alla tavola rotonda, L’arte frutta, vuole indicare il fatto che in particolare sono sati affrontati due dei temi cardine della mostra Il mercato della frutta:

- Intendendo il termine frutta come verbo: il tema del rapporto fra opera d’arte e mercato (non solo quello della frutta o dell’arte, ma in generale la necessità di dare forma ad un costrutto riconoscibile come artistico e che possa acquisire un valore all’interno di un sistema economicamente stabiliti) . Quali parametri vengono tenuti in considerazione da chi produce  e da chi fruisce opere d’arte nell’ottica di ridurre valore? Oggi che autenticità, originalità, bellezza… non sono più dei valori (quando non siano divenuti disvalori)….

- Intendendo il termine frutta come sostantivo: il tema della contaminazione culturale; quale punto di vista sulla società polifonica di oggi? Cosa può fare l’arte? Analisi o anche modello si integrazione?

Canevacci in videoconferenza dalla Cina

Canevacci in videoconferenza dalla Cina

Melius dare quam accipere.

Questo pare che sia il motto del casato degli Odescalchi. Lo apprendo da un articolo apparso su Repubblica nel 2002. Si tratta di una intervista di Laura Leurenzi a Carlo Odescalchi, discendente di quel Ladislao Odescalchi che fondò Ladispoli nel 1888. Da quanto scrive Cinzia Dal Maso, va tuttavia rilevato che se il caro Ladislao  decise di lottizzare la striscia di terra tra il Vaccina e Sanguinaro è soprattutto perché il nobiluomo era dotato di uno spiccato senso degli affari.

Strinse una società con l’ingegnere Vittorio Cantoni e fondò quello che sarebbe diventato il più grande comune del comprensorio, dandogli il suo nome: Ladispoli, ossia “città di Ladislao”. Villeggianti e abitanti del borgo di Palo furono dirottati verso il nuovo centro, restituendo la pace al principe amante della solitudine.

Melius dare? Mmmm…Città che naque per essere dis-abitata; quello che è oggi uno dei Comuni più popolosi della Provincia ricorda, nelle sue origini, il giardino del gigante egoista (vedi il video qui sotto, caricato dalla Rai sul suo canale YouTube. Vittorio De Sica recita la favola in questione)

L’albero da frutta, per il tramite del quale la terra ci dona i suoi tesori, non è stato a caso scelto come simbolo per la trasformazione dall’egoismo privato all’altruismo: come a suggerire che la strada dell’altruismo conduce l’uomo a staccarsi dal proprio congenito egoismo e raggiungere un rapporto privilegiato con la divinità.  Tuttavia questa sarebbe una lettura banale della metafora, ed occorre fare attenzione alle ambiguità pittosto che alle evidenze. Il sacro infatti non si palesa in un luogo pubblico, ma necessita, per così dire, del giardino privato edell’egoismo stesso che alla sostruzione dello spelndido giardino aveva condotto. Non puà infatti darsi sacralità al di fuori di qualcosa che, come questo giardino, non abbia qualcosa di privato e di segreto. L’altruismo e la dimensione pubblica conseguono la statuto della sacralittà solo dopo essersi affrancati dall’individualità. L’ultima soglia, infatti, è qulla della vita della persona, il gigante egoista.

Un primo stadio della sacralità viene conseguiro attraverso la restituzione al publico del tesoro privato, di un un ritorno, er così dire, alla ciclicità della natua. Ma infine egli dovrà uscire dalla sua vita personale per ricongiungersi a quella sacra creatura che simboleggiata da un bambino in simbiosi con un albero. Come illustrerò anche in seguito, la rinuncia (sacrificio) sembra essere una componente essenzale del sacro: la rinuncia da parte del singolo a privilegiare il prorio interesse personale fino a far coincidere quest’ultimo con quello pubblico. Questa profonda relazione fra privato e sacro, fra pubblico e profano, è già nota dai tempi dell’antichità classica.

Plauto (Trin., 286) chiarisce molto bene i limiti semantici della parola: sacrum profanum, publicum privatum habent.

Sacrum indica la sfera di ciò che ha riferimento col dio, publicum indica la sfera dei rapporti fra gli uomini nell’ambito della collettività e della sua organizzazione: i due piani si integrano fra di loro, e il piano dei rapporti fra gli uomini può essere considerato solamente alla luce del piano dei rapporti fra uomo e dio.

Abbiamo pertanto il seguente schema:

sacer (appartenente al dio) profanus (non appartenente al dio)
publicus (appartenente allo Stato) privatus (non appartenente allo Stato)

La contrapposizione fra sacer, publicus e privatus, con publicus termine intermedio fra i due, è presupposta nelle espressioni sacra pecunia ‘denaro di proprietà del dio’ e privata pecunia ‘denaro appartenente al privato’ (Quint. IV 2, 8), alle quali si può accostare l’uso di pecunia publica ‘cassa comune della collettività (in questo caso l’esercito)’ in Cesare (BG VII 55, 2) (3).

Moreno Morani, in un articolo su Zatesis (rivista on-line di studi classici).


Anche durante una guerra, conflitto pubblico per eccellenza, la Bibbia prescrive di rispettare l’albero da frutta e persino di rinunciare alla battaglia per godere dei frutti prodotti dagli alberi che si è coltivati.

Deuteronomio 20:19 – Quando farai guerra a una città per conquistarla e la cingerai d’assedio per lungo tempo, non ne distruggerai gli alberi a colpi di scure; ne mangerai il frutto, ma non li abbatterai: l’albero della campagna è forse un uomo che tu debba includerlo nell’assedio?

Deuteronomio 20:6 – C’è qualcuno che ha piantato una vigna e non ne ha ancora goduto il frutto? Vada, torni a casa sua, perché non muoia in battaglia e sia un altro a godere il frutto della vigna.

D’altro canto nemmeno questa dicotomia fra pubblico e privato basta a rendere conto della sacralità dell’albero da frutta. Infatti pubblico e privato non sono due dimensioni originarie ed alternative, e con la loro dialettica non esauriscono la descrizione dell’intero  spettro delle caratteristiche della vita umana. La sacralità sta, infatti, nella soglia tra vita e non-vita. Non parlo necessariemente di una divinità, ma del segreto fine dell’esistenza, il quale trova innumerevoli menifestazioni nelle religioni e nei culti di tutto il mondo. Solo in un seconfo momento entra il gioco il rapporto fra pubblico e privato, in regione del fatto che le il dolore privato deve trovare conforto in una mitologia condivisa, la rappresentazione pubblica della fine della vita risulta interdetta per questioni di ordine sociale.

Tale paradosso è espresso ottimamente anche nelle parole di Maometto. Secondo Abu Said Al Khudri, Maometto disse che Touba è ” un arbre dans le jardin paradisiaque.

Mbep

Mbep

Le laps de temps nécessaire pour le franchir est de cent ans et, à l’orifice des fruits apparaissent les vêtements des habitants du jardin. TOUBA est un arbre du paradis que Die a planté par sa puissance et y a insufflé son Âme, ses branches pourront être vues en dehors des murailles du paradis. Cet arbre produit des bijoux et des fruits qui sont à la portée de ceux qui le désirent”. La paradossalità risiede nell’accostamento della frutta ad un tesoro, il quale non cessa di essere prezioso pur essendo a disposizione di chiunque ne voglia. O forse è prezioso proprio per la sua accessibilità! Una volta entrato in questa condizione paradossale interdipendenza fra pubblico e privato, l’individuo contemporaneo si trova sempre più esposto alle coercizioni della biopolitica, secondo le modalità tipiche dell’homo sacer descritto da Agamben. Secondo quanto dichiaroato da Filosofico.net L’homo sacer, l’uomo sacro (aggettivo che deriverebbe dall’indoeuropeo, e significa “separato”) che viene definito nel II sec. d.C. da Festo come “colui che il popolo ha giudicato per un delitto; e non è lecito sacrificarlo; ma chi lo uccide, non sarà condannato per omicidio”.  Si tratta, quindi, di una vita umana che si può uccidere ma che non è sacrificabile, che trascende tanto l’ordinamento del diritto umano (Nomos) quanto le norme del diritto divino (Physis).

Sacer è ciò che è riservato agli dèi (quidquid quod deorum habetur), secondo una definizione di Trebazio raccolta anche da Macrobio (Sat., II 3,2): il carattere collettivo della religione romana implica, come conseguenza, che il privato non possa rendere sacro nulla: è privilegio della collettività, nella persona di chi la rappresenta, dichiarare sacro qualcosa.

Quale rapporto fra rappresentante, sovrano e la legge? Dentro o fuori la legge? La legge di dio o legge umana?

Due frammenti di Pindaro ci vengono in aiuto.

a) La legge sovrana di ogni cosa, mortale e immortale, guida facendola giusta l’azione più violenta con mano suprema

b) Il risultato è nelle mani di Dio

Il mercato della futta ha a che fare (nel senso che mette in discussione questo paradigma) con la violenza insita nel diritto, che è l’istituzione con cui l’arroganza umana opera una scissione fra un giudice sovrano (non necessariamente il giudice o il sovrano) e chi viene sottoposto a giudizio. Che rapporto (inclusione o esternalità) c’è tra chi viene chiamato a giudicare e lo spazio delle leggi in base alle quali giudica? Oggi il problema non è solo italiano (v. lodo alfano), ma ancor più riguarda il sistema globale, così imperniato sulle diseguaglianze da rendere persino utopico un panorama di giustizia.

Pubblico il testo di una canzone scritta da Guide Lo Sheikh, per il suo gruppo musicale “the Heartbeats Melody”.

logo the heartbeats melody_s

Price of sacrifice

The same as goods,

Humans born, grow, become mature, then dies,

I and I sometimes cry inside….eye I, aie ay….

Mistakes, sins, dreams and ambitions turn around ,

all along this single way ,so called, life cycle..

Loosing this, and winning that,

There is no surprise,

That’s the price of sacrifice …oh yes ,price of sacrifice (  2 times)

(What to loose and what to win? That’s the question.)

Time runs fast,

Today, in just few hours, will be count in past..

Fortunately God controls…yeah Allah guides my way,

One more time, giving thanks to Allah,

For growing faith’ here in foreign land,

in corner of illusions…in land of temptations

Nothing good comes easily, oh no…, great hope on you,

Being daily victim of stereotype of each type,

Controlling emotions, so much dreams to realise..

Loosing this, and winning that,

There is no surprise,

that’s the price of sacrifice…. Yes, price of sacrifice…. (2 times)

(What to loose and what to win? That’s the question.)

When comes time to  see, with eyes of truth,

Nobody can bribe you,

Even body and soul attain a critical size,

Fruits of choices, come alone ,by themselves.

Just like sweet victory,

after long tribulations

For a champion

That means the price of sacrifice

Loosing this, and winning that

There is no surprise,

that’s the price of sacrifice…. Yes, price of sacrifice….

(What to loose and what to win? That’s the question.)

Guide Lo SHEIKH 26/04/2009

> Leggi l’intervista al musicista, su Africa Nouvelles.


Il mercato della frutta (il cui titolo esteso è Il mercato della frutta | Fruit market | 水果市场 _ The pure products of Italy go crazy) è una mostra che agisce in modo precipuamente localizzante ma che riallaccia nodi con diverse zone del globo. Un livello intermedio fra la concretezza del mercato ladispolano (mi verrebbe da dire la polpa dei suoi frutti) e la portata intecontinentale che fa parte di un progettualità volutamente ad ampio raggio, è rappresentato dall’ente amministrativo provinciale.

Infatti Il mercato della frutta fa parte di una filiera espositiva sovracomunale sostenuta e patrocinata dalla Provincia di Roma e gestita centralmente da Sala1. Il progetto a cui Il mercato della frutta è legato, ma rispetto al quale si sviluppa autonomamente si chiama PorteAperte.

PorteAperte

Logo PorteAperte

Il progetto si articola attorno al concetto della porta come elemento che consente il passaggio da una dimensione ad un’altra. Considerata elemento di connessione tra due spazi la porta consente l’interazione tra realtà diverse. Elemento di apertura la porta diventa metafora della disponibilità verso altre e differenti culture. A tal proposito i Comuni di Ariccia, Bracciano, Nemi, Ladispoli e Rocca di Papa aprono le loro porte ad iniziative a vocazione multiculturale.

I Comuni scelti rappresentano realtà differenti e sono stati selezionati sulla base del bagaglio storico di appartenenza e delle differenti identità in quanto luoghi dotati di un grande patrimonio di tradizioni e usi locali e che quotidianamente si confrontano direttamente con altre culture.

Ladispoli, ad esempio, ha raggiunto (notizia che apprendo dal sito ufficiale del Comune) il 9 luglio 2009 quota 40000. E pensare che nel 1971 erano appena 7000 abitanti!

Tabella scaricata da Wikipedia e rozzamente modificata

Quarantamila residenti, quindi, di cui ben oltre il 10% provengoo da altre nazioni. Da fonti Istat raccolte sul sito di Litorale Spa si apprende infatti che nel 2007 “la popolazione straniera, con un incremento del 155,4% rispetto al 2002, è passata da 2.209 a 5.642 stranieri residenti”.

Negli articoli precedenti ho messo a fuoco soprattutto gli elementi che rendono Il mercato della frutta un progetto concettualmente autonomo da PorteAperte.

Ricapitolazione:

> Arte ecologica

> Reification in Arendt

> Isacco di Ninive

> Greenness

> Gibran Kalhil

> The location

In questo articolo, invece, vorrei parlare del modo in cui Il mercato della frutta risponda ad una precisa esigenza artistica e politica. Una esigenza che fornisce del filo rosso  a tutte le mostre di PorteApere: far fronte ed interpretare nel modo corretto le sfide che ci si presentano vivendo in comunità vieppiù farmmentate ad opera del processo di globalizzazione. L’aperura all’altro è divenuta una condizione quotidiana che non sempre siamo in grado di assimilare. Uno dei compiti dell’arte è quello di fornire gli strumeni di senso per tesaurizzare queste differenze. Da qui, nello specifico, si dipana la mia analisi artistico-antropologica del fenomeno e la mia impostazione della mostra come un lavoro di ricerca sul campo. Le differenze sono un tesoro, ci insegna Ulf Hannerz; ma, come vedremo , l’euristica riduzione dell’arte a un tesoro culturale si presta a numerose critiche.  Un approccio curatoriale antropologico può aiutare a storicizzare e a individuare i sistemi di valore soggiacenti all’attribuzione di un certo valore all’arte. Nel momento in cui questa si trova attaccata non più solo dalle avanguardie interne, ma anche da una miriade di altri stimoli esterni (che si tende a raggruppare sotto il medesimo concetto-ombrello di arte orientale), allora ecco che si fa sentire la necessità di aprire delle mostre che siano allo stesso momento un luogo di discussione e di ridefinizione dei criteri (imperialistici) ai quali siamo abituati.

In questo contesto di differenze e di valori instabili, la mostra Il mercato della frutta propone un dialogo fra un artista cinese (Wang Ruobing), uno malesiano (Jack Seah) ed uno italiano (Giuseppe Stampone). Per preparare i canali e i codici di questo dialogo al momento sto facendo un lavoro sul ocntesto. In particolare sto elaborando modalità di allestimento e di fruizione sotto molti punti di vista inedite e per molti versi debitrici da un approccio antropologico, sia come taglio artistico sia come impostazione organizzativa. Mi spiego meglio: sta accadendo che un concetto antopologico dell’arte (relaticistico e consapevolemnte feticizzato) sta prendendo corpo nella mia curatorial dashboard (vale  adire nell’insieme di riflesisoni ch condivido, a partire dal blog, con artisti, colabratori e pubblico). D’altro canto, al livello organizzativo, abbiamo dato luogo, con il prezioso ausilio di Alessandro Arata, Tiziana Talocci e Carolina Taverna, a specifiche attività tese a preparare il campo alla mostra: si tratta di attività di ricerca e di comunicazione che si ispirano diretamente ad alcuni modelli di ricerca sociale qualitativa (quali l’etnometodologia, la sociologia visuale, l’antropologia visuale e la ricerca sul campo). Essendo lo scambio e le relazioni umane al centro della mostra, abbamo ritenuto necesario preparare il terreno con una comunicazione personalizzata, indirizzata a ciascuna delle persone che lavora nel mercato giornaliero di Ladispoli (vedi mappa). Tra le attività previste e già messe in opera vi sono: un’attenta documentazione e condivisione fotografica delle attività  che si svolgono al mercato; panel di interviste tese a scoprire le strategie di vendita, le condizioni di lavoro, le provenienze e le aspettative dei lavoratori. A presto pubblicherò del materiale, il quale documenterà quello che è stato il primo fondamentale contatto con gli “abitanti” del mercato. Potrei usare il termine “indigeni”, o “informatori”? Ci sarà del tempo per analizzare i date che andremo raccogliendo e per ragionare metodologicamente sul rapporto artista/curatore/informatori. Questa resta comunque solo una prima tappa di una frequentazione ed una presenza sul campo che sempre più confonderà i ruoli di produzione e consumo. Chi produce la mostra? Chi la frutta? Quale la direzione dei flussi di scambio?

L’arte, checché se ne dica, non si orienta più attra-verso l’altro; vale a dire che non definisce più se stessa e le proprie pratiche in vista di una comunicazione conciliante. Si instaurano, altresì, relazioni dense di ambiguità (v. il mio precedente articolo su Isacco di Ninive ed i relativi commenti) e conflittuali rispetto all’identità personale e collettiva. Oggi non è più accettabile sostenere pratiche  che delineino la propria artisticità in contrasto con ciò che viene genericamente individuato come orientale, diverso. Ma nemmeno la loro assimilazione. Le opere d’arte si dissolvono in pratiche che inglobano già l’altro e non partono dalla tradizione artistica occidentale come ceppo determinante.

Dal punto di vista curatoriale, rendersi conto di questo fenomeno significa provvedere allo smantellamento di ogni orientalismo dialettico, e l’approccio antropologico che sto adoperando in Il mercato della frutta permette di uscire da una dialettica storicamente imperniata (impuntata) sul valore universalistico dell’arte borghese o modernista. Non sta, insomma, al curatore collocato in occidente (quale potrei essere io) di rivalutare le arti cinesi e portarle alla ribalta in Italia ponendole a confronto con artisti italiani. Non parto dal punto di vista di chi dice: l’artista cinese realizza delle opere che riescono ad entrare a far parte del patrimonio artistico universale (secondo un parametro occidentale). Altrettanto semplicistico sarebbe affermare il contrario: vale a dire che l’arte contemporanea si sia aperta e lasciata influenzare da forme e processi tipicamente orientali. Entrambe le affermazioni contengono verità parziali. Basti pensare, da un lato, a quanto importante possa essere per un artista cinese un riconoscimento espositivo in una grande  biennale occidentale o a quanti di essi si formino in accademie occidentali. Per quanto riguarda l’altro lato della questione, non sarebbe difficile elencare un ragguardevole numero di importanti artisti che hanno segnato la storia della contemporaneità abbandonando pratiche tradizionalmente artistiche in favore di modelli molto vicini alla meditazione e alla spiritualità orientali.

Tuttavia ritengo fondamentale mettere in discussione il presupposto del primo estremo tanto quanto quello del secondo.

Il presupposto da inficiare nella prima posizione è il fatto che si dia ancora per scontata la prerogativa dell’arte occidentale nel  rapporto con le altre culture e la presnuznione che sia questa ad aprirsi alle altre culture, integrandole.

Il presupposto da inficiare nella seconda posizione riguarda la storicità e la concezione lineare dello sviluppo artistico.  Non esiste una linea evolutiva univoca che conduce l’arte allo zen. Occorre rivendicare l’assenza di qualsivoglia teleologia e scacciare con forza la naturale tentazione di collocare immaginariamente tale obiettivo in un ideale collocazione esterna.

Si tratta, piuttosto, di una inglobazione cooriginaria; situazione complessa rispetto alla quale il libro di Clifford ci aiuta a smettere di ricercare punti atavici immutabili (frutti puri). Clifford propone una strategia di riclassificazione. Occorre abbandonare l’idea che l’arte sia il tronco di un albero mitico dalle quali ramificazioni e innesti raccogliamo oggi frutti (magari spuri e frammisti, ma tutti appartenenti al grande albero). L’arte è una determinazione concettuale occidentale, che ha solo l’aspetto di un valore universale ed assoluto, ma che è in realtà arbitrario, mutevole e relazionale. “Arte” è utilizzabile alla stregua di qualsiasi altro tag (etichetta), contemporaneamente ad una serie di altri tag, per designare la compresenza di tradizioni e valori cooperanti.

Wang Ruobing, Seeded, 1999

Wang Ruobing, Seeded, 1999

L’apertura delle porte tematizzata nel progetto generale è declinata nel mercato, sulle specificità del contesto. Luogo di scambio per eccellenza, esso è contraddistinto da un tipo di relazione contrattuale per certi versi paradigmatica per segnalare la reciprocità e l’artificialità di qualsiasi pretesa identitaria. Il conterso del mercato ci aiuta a svincolarci dalla logica del’incontro fra pacchetti culturali prestabliti e dalla logica dell’appropriazione, e ci introduce nella reciprocità. La mostra Il mercato della frutta, si pone qunti consapevolmente contro linea di quella che Clifford chiama “la lunga storia di esposizioni «esotiche» in occidente”. L amostra non prevede, infatti, che gli artisti cinesi si siano appropriati del modello artiscitco europeo, non spettacolarizza l’arte orientale, non ricerca un fondo di autenticità (ad esempio nell’are cinese di Ruobing o nella musica senegalese di Sheikh).

7. [Benefattori e beneficati].

Si ritiene che i benefattori amino i beneficati più di quanto coloro che hanno ricevuto del bene amino coloro che l’hanno fatto, e, poiché, ciò accade contro ragione, se ne cerca il motivo. Orbene, per la maggior parte degli uomini è manifesto [20] che il motivo è che gli uni sono debitori e gli altri creditori: come, dunque, nel caso dei prestiti i debitori vorrebbero che non esistessero i creditori, mentre coloro che hanno concesso il prestito si preoccupano anche della sopravvivenza dei debitori, così anche i benefattori vogliono che esistano i loro beneficati per riceverne la riconoscenza, [25] mentre a questi non importa affatto pagare il proprio debito. Orbene, Epicarmo298, probabilmente, affermerebbe che essi dicono così “perché guardano le cose dal lato cattivo”, ma ciò sembra umano, giacché i più hanno poca memoria e aspirano a ricevere benefici piuttosto che a farne. Ma si ammetterà che la causa di ciò si trova piuttosto a livello generale di natura, e che non è la stessa cosa che [30] nel caso del prestito. Nel caso loro, infatti, non c’è nessuna affezione, ma solo il desiderio che il debitore si conservi per recuperare il prestito. Invece, coloro che fanno del bene amano, anzi amano profondamente i loro beneficati, anche se questi non sono loro di alcuna utilità né potranno esserlo in futuro. E questo succede anche nel caso degli artisti: ognuno, infatti, ama profondamente la propria opera, [35] più di quanto sarebbe amato dall’opera stessa se questa diventasse un essere animato. [1168a] E questo succede soprattutto nel caso dei poeti: essi amano fin troppo profondamente le proprie composizioni, volendo loro bene come a dei figli. È quindi ad un caso simile che assomiglia quello dei benefattori: l’essere che ha ricevuto benefici da loro è una loro opera: per conseguenza, l’amano di più [5] di quanto l’opera non ami chi l’ha fatta. La causa di ciò sta nel fatto che l’esistere è per tutti meritevole di scelta e di amore, e noi esistiamo in virtù di un’attività (in virtù, cioè, del vivere e dell’agire), e chi ha fatto l’opera in certo qual modo esiste in virtù della sua attività: ama, quindi, la sua opera, perché ama la propria esistenza. E questo è naturale: infatti, ciò che è in potenza, l’opera lo rivela in atto.

LIBRO IX, disponibile al seguente indirizzo http://www.filosofico.net/eticaanicomaco9.htm

Il mercato della frutta | Fruit market | 水果市场

The pure products of Italy go crazy

The location of the exhibition

Some pictures on  Google Maps


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Street view


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Additional foto I uploaded on Panoramio and on Flickr.

The sky (right now) over Ladispoli – thx to Hautron

Arendt, Bateson e l’abbandono dell’opera come presa di coscienza ecologica

Per un arte ecologica

Da quando la condizione umana ha perso il suo punto di riferimento centrale (la Terra), secondo Hanna Arendt, la relazione ecologica primordiale si è andata sfaldando. Promotrici di questo sfaldamento sono proprio le opere con le quali l’uomo, più o meno inconsciamente,  agisce in maniera distruttiva sulla natura. Tale processo sembra inevitabile quando all’operare si accompagna un dispiegamento tecnico come quello moderno.

“Il creatore del mondo dell’artificio umano è sempre stato un distruttore della natura” (Arendt, Capitolo 19. La reificazione, p. 99).

Hanna Arendt

Hanna Arendt

Scopo di questo articolo è capire se uno degli aspetti della dissoluzione dell’opera nell’arte contemporanea non sia proprio la deliberata volontà da parte di molti artisti di riaffermare la necessità ecologica. Nel caso in cui lo fosse, i piacrebbe inoltre capire se si tratta di riacquisire uno stato ecologico bilanciato secondo schemi della purezza primordiale o secondo nuovi modelli di innesti e contaminazioni?

La mia tesi di partenza è la seguente: la coscienza ecologica che soggiace all’abbandono dell’opera da parte dell’artista contemporaneo (mi si permetta la generalizzazione) non può prescindere da una ecologia delle idee. Per questo non si tratta di ri-produrre un modello arcaico di rapporto ecologico con la natura. Non può esistere tale passo indietro. Come diceva un personaggio di Bertolucci, “la natura non è naturale”. E non potrà mai più esserlo.

Nessun modello arcaico di riferimento, ma una continua negoziazione e dialogo. Il funzionamento è quello dell’ecologia della mente descritto da Bateson, e può essere attuato solo attraverso micro pratiche discorsive, che sono quelle poste in essere da molti artisti contemporanei: essi si pongono in tal modo non come creatori di opere,  besì  come operatori di una presa di coscienza collettiva; termini di contatto; amplificatori di idee e di esperienze. Questo il loro ruolo. A questo ruolo è connesso l’abbandono dell’opera come strumento definitivo e l’utilizzo dell’operazione come strumento infinito. Con l’ecologia di idee e il dialogo infinito, non si tratta piu di creazione ma di condivisione, non di opera ma di processo, non di estetica ma di etica.

Questo slittamento è possibile solo a partire dallo status eccezionale concesso all’artista rispetto al lavoro (come ho scritto nell’articolo su Isacco di Ninive), e coincide con l’opinione di Hanna Arendt, secondo la quale, ci troviamo nella condizione in cui “qualsiasi cosa facciamo, si suppone fatta per guadagnarci da vivere. […] La sola eccezione che la società desidera proteggere è l’artista, che, rigorosamente parlando, è il solo «creatore di opere» rimasto in una società di lavoratori” (Anna Arendt, Vita activa, Cap. 17. Una società di consumatori, p. 91).

La trasposizione artistica di un’esperienza, per il fatto stesso di oggettivare l’esperienza individuale e renderla disponibile, la redime dalla fugacità del consumo e la immette nel circuito pubblico. Si potrebbe dire che le offre una chance di immortalità. Si può dedurre dagli scritti di Arendt la volontà di uscire dal solipsismo moderno, e anche se lei parla ancora dell’artista come «creatore di opere», non è illegittimo oggi vedere l’artista come principale veicolo per la riconquista di un orizzonte della condivisione del mondo; condivisione che implica un certo abbandono dell’opera ed una ricerca del rapporto etico e politico con altri uomini liberi ed eguali.

Il valore dell’arte contemporanea, per lo meno quello che vorrei evidenziare con la mostra “Il mercato della frutta”, risiede nello scambio che essa innesca. Non si tratta di uno scambio astratto basato su valori livellati sul medium del denaro, ma di uno scambio necessariamente asimmetrico ed incommensurabile. È impossibile ridurre lo scambio alla relazione fra due parti. Se lo si concepisce come una rete ecologica di relazioni, allora ci si accorge che quanto si dona e sempre meno di quanto si possa ricevere.

Anche l’operato artistico, come la merce secondo Marx, è un «arcano». Ma a differenza della merce non assume un esistenza indipendente dal luogo di produzione e dal produttore. Il mondo dell’opera, per quanto autonomo, offrirà pur sempre un legame con l’hic et nunc della sua ideazione/realizzazione.

“Il grano mietuto a mano su ripidi pendii da gente che mangia tortillas a ogni pasto non può essere equivalente a quello dispensato da giganteschi motacarichi” (Clifford, Strade, p. 376).

Nello scambio artistico vengono tenute in considerazione anche tutte le simbologie intrinseche alla lavorazione. Il processo (non solo la forza lavoro) che si incarna nell’oggetto apre un orizzonte di scambio in cui, a differenza di quello puramente economico, non si ricerca il semplice soddisfacimento privato. Anzi, si cerca un affrancamento dalla vita privata, cioè a dire di quella vita che risulta privata della dimensione propriamente umana, che è quella pubblica – la cui amministrazione spetta alla vera politica (non si intende certo la partitocrazia moderna).

L’operazione di messa in scena una nuova dimensione dello scambio all’interno del luogo dello scambio economico per eccellenza è provocatorio,  e mira anche a far riflettere sull’essenza del lavoro e sulla condizione umana come basata in modo imprescindibile sullo scambio con gli altri. Cos’è il lavoro? Perché e come lavorare?

Agli occhi dell’homo faber “il mondo, la casa dell’uomo, costruita sulla terra e fatta di materiali che la natura affida alle mani dell’uomo non consiste di oggetti da consumare ma da oggetti da usare” (Arendt, p. 95).

La natura perde il suo valore quando viene ridotta a materiale da costruzione per le opere dell’uomo. La Natura non  un Altro da difendere (men che meno da sfruttare), ma allo stesso tempo una origine da riacquisire ed un fine da accettare. In questo, l’artista che dismette l’opera come principale strumento di produzione, accetta di farsi parte di una rete ecologica che lo sovrasta. Nell’accettare questa odalità egli reimmette automaticamente anche al livello di tematizzazione la questione ecologica  nel dibattito pubblico; e non lo fa per trarne un beneficio privato (come giustamente sospettava Giorgio Gaber), bensì per aprire un dialogo al quale tutti ambiscano a contribuire. In questo modo tende a crearsi spontaneamente una sinfonia che non solo parli democraticamente del mondo condiviso, ma che nel parlarne lo costituisca. Non il solo uomo è unità di msura dell’evoluzione, ma l’interezza delle relazioni che si instaurano  fra  gli uomini  e l’ambiente in un rapporto non asimetrico (ecologia della mente).

“Qualsiasi organismo che la spunti nella sua lotta con l’ambiente, sarà inesorabilmente cancellato dal pianeta Terra” (Bateson).

Un costrutto politico che assunse questo modello ecologico fu la polis greca,  del quale nome la nostra città conserva ancora traccia – Ladispoli.

Quale costrutto artistico possiamo imaginare in relazione al modello di interconnessione ecologica?

Ho appena aggiunto due post sul blog del Little Ranch.

Il primo sui contatti (per segnalare nuovo numero Tim di Donato)

Il secondo per pubblicare due nuove – molto belle a dire il vero – foto del Little Ranch.

A cavallo tra gli ombrelloni

A cavallo tra gli ombrelloni

Inoltre ho aggiornato una pagina del sito del Little Ranch.

Ho aggiornato il sito ed il blog del Little Ranch, il maneggio di Ladispoli.

Aggiunte foto ed informazioni

> sulle competenze di Donato in merito al trasporto di animali vivi

> sui prezzi e le condizioni proposte dal servizio Trasporto cavalli proposto dal Little Ranch

Trasporto cavalli

Trasporto cavalli

Per vedere la mia rielaborazione grafica in dimensioni maggiori

Sarah L’Epée ha messo on-line le foto della seconda giornata (il 25 maggio 2008 ) di 20e20. La giornata in cui, quindi, i partecipanti hanno mostrato le loro realizzazioni creative con i doni che avevano ricevuto durante la prima giornata (il 10 maggio 2008).

EmErgEnze – Laboratorio permanente di arte effimera

L’evento, che faceva parte del programma di 20eventi08, consisteva in uno scambio di doni tra persone sconosciute.

20 persone di Ladispoli e 20 persone di Bocchignano si sono scambiate i doni in diretta video e hanno in seguito mostrato le loro realizzazioni creative.

Ecco alcune delle foto.

Bocchignano e Ladispoli su uno stesso schermo

Bocchignano e Ladispoli su uno stesso schermo

Alcuni problemi di connessione

Alcuni problemi di connessione

Il dono rielaborato da Mirko

Il dono rielaborato da Mirko

Emmanuele e Lorenzo allestono da Ladispoli

Emmanuele e Lorenzo allestono da Ladispoli

Oggi ho caricato sul canale YouTube del Little Ranch una presentazione fotografica del maneggio.

Dopodiché ho anche caricato il video sul blog del Little Ranch, spiegando che quella su YouTube è un aversione velocizzata e breve delle foto che vengono attualmente presentate nel bar di un nostro amico a Roma. Il Bar NeroScuro, sotto la stazione di San Pietro.

Devo ringraziare Sarah per avermi consigliato questo brano di Jack Johnson e per aver scattato alcune tra le più belle foto presenti nel video!