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Mi è capitato recentemente di affrontare la questione della dissoluzione dell’opera d’arte sotto due punti di vista diversi.

La prima volta, qualche mese fa, analizzando il cinema di David Lynch da un punto di vista psicoanalitico. Quell’articolo è stato recentemente pubblicato nel 17° numero di Agalma. Il titolo del diciassettesimo numero è L’arte senza opere. Il titolo dell’articolo, scritto a 4 mani con Emmanuele Pilia tra settembre e dicembre 2008 (se non ricordo male), è De-formazione professionale. Zaha Hadid e David Lynch: due produttori di immagini. Si tratta di un parallelismo che compara le produzioni di un cineasta e di un architetto. Io, per evidenti lacune nel campo dell’architettura, ho approfondito la sezione riguardante il cinema. Tuttavia, a mio modo di vedere, l’aspetto più intrigante di questo scritto sta proprio in quella che è stata la nostra capacità di intersecare i punti di vista e dare luogo ad una produzione saggistica ricca molte simmetrie e di rimandi interni non immediatamente individuabili.  E’ stato interessante il confronto con la destrutturazione architettonica che da decenni si sta prendendo piede nella produzione dell’archiettto iraniano; ancor più interessante il doppio movimento di incontro che con Emmanuele siamo riusciti ad intessere senza troppe forzature. Non voglio lasciare troppo spazio alla retorica dello sconfinamento, ma ci tengo a sottolineare lo straordinario scambio che si è instaurato con il mio amico architetto, augurandomi di poter approfondire questa tematica in futiue pubblicazioni di più ampio respiro.

Dove ci condurranno le nostre vie?

Non è più il tuo film - citazione da Mulholland Dr.

Non è più il tuo film - citazione da Mulholland Dr.

(Forse quello già non è più il nostro articolo)

Se in quella occasione il cinema di Lynch è stato il punto di partenza per approfondire il dissolvimento dell’opera da un punto di vista psicanalitico, più di recente, nell’ambito della preparazione concettuale della mostra Il mercato della frutta (30 ottobre > 2 novemrbe 2009), mi è capitato di sviluppare una seconda tematica sempre legata allo stesso filone del dissolvimento dell’opera. Evidentemente sono molti i fattori che possono condurre un artista o un movimento a prediligere azioni più fluide e tematiche metacomunicative. Infatti  nel nostro articolo, le mie argomentazioni metapsicologiche sul cinema di Lynch non avanzavano alcuna pretesa di esaustività. Così in questo caso torno ad incontrare la tematica generale, e non sento il bisogno di riprendere in mano l’articolo da poco stampato. Se in quella occasione trattavo dell’inconscio psicoanalitico, in questa seconda occasione affronto (per me inaspetattamente) la coscienza ecologica. Più precisamente sto cercando di fare chiarezza sul rapporto fra il lavoro nelle società postfordiste, la coscienza ecologica e l’abbandono dell”opera. Ho recentemente pubblicato due articoli su questo macrotema nel mio blog, ed altri ne sono in arrivo.

Nel primo dei due appena scritti allaccio le riflessioni teologiche di Isacco di Ninive alla questione contemporanea del lavoro. Attraverso questo collegamento conio il concetto di riposo lavorante, il quale è a mio avviso altrettanto bene applicabile alle operazini artistiche di molti artisti contemporanei.

Nel secondo articolo ho affrontato con più ortodossia il rapporto che secondo me si viene a creare tra una coscienza genuinamente ecologica (e non la paternalistica protezione della natura) e l’abbandono dell’opera. Tale abbandono avverrebbe in favore di processualità  prive di delimitazioni formali e temporali; processualità che non siano predefinite da un telos e che non mirino, quindi, alla tradizionale creazione di un’opera finita ed esteticamente fruibile. (di questo articolo c’è anche una versione in inglese, alla quale ho aggiunto un intero capitolo in lingua originale di “The human condition”, ed il rimando alla versione integrale)

In risposta ad una sollecitazione proveniente da due artiste di Anversa, ho prodotto un testo ed un video che nel seguente articolo mi accingo a criticare. Il risultato è da considerarsi una bozza per un articolo di maggio respiro che sto scrivendo per la rivista Origami. Il tema del primo numero della rivista è Simulare per sedurre, ed io tratterò il gioco di seduzione e inganno che si crea tra artista e curatore.

Al di là della contingenza dell’occasione (intervento richiesto da una mia amica artista di Anversa “Dottirslonza” ad una sua performance il giorno del 25 aprile), ho avuto modo di scrivere a mano libera questo testo che sviluppa le mie attuali riflessioni sui livelli di realtà che nella relazione in questione si instaurano (entrando a far parte dello spessore dell’opera – della sua ombra, direbbe Perniola).

Sull’ondata di una moda heideggeriana, molti critici tornano a considerare l’arte come la messa in opera della realtà. Cosa si vorrà mai intendere con questa accezione volgarizzata del verbo heideggeriano?
Uno dei maggiori difetti che spesso si riscontrano nel Portobello della critica (passatemi questa coloriture scritte di getto e poco ponderate) è la riduzione della teoria heideggeriana ad un semplice fatto di realizzazione di una virtualità. Altre volte come il disvelamento di un messaggio implicito. Altri casi…
In molte occasioni,  l’elemento del pensare heideggeriano che maggiormente viene leso è proprio la sua base di partenza: la fenomenologia.
Senza stare troppo a discutere sul rapporto di Heidegger con la fenomenologia, e l’evolversi di tale rapporto nel tempo; dirò solo che evitare (anche inconsapevolmente) di considerare questa base fenomenologica, porta ad un’aporia critica riducibile a quanto segue: uno scollamento (eheh) fra realtà dell’opera ed il suo significato (come se fossero due mondi a parte). Con la conseguenza che l’oggetto non conta nulla (con la facilitazione di una presunta legittimazione da parte delle avanguardie storiche) e che tutte le interpretazioni (non importa quanto banali), sono ammesse. Come se il significato fosse l’anima di un corpo partorito dall’artista.

Io credo che ragionare sullo statuto dell’illusione e dei livelli di illusione presenti in un’opera e scandagliare la genealogi a di un’opera (non fermarsi quindi all’intenzionalità dell’autore e o alla ricezione del fruitore) siano per questo motivo urgente di riflessione.
Uno dei punti che si potrebbe rivelare fondamentale a questo scopo è lo studio del rapporto fra artista e curatore; relazione di dialogo cooriginario entro la quale l’opera si costituisce nel suo insieme (non separatamente o cronologicamente; cosa fare; quale messaggio esprimere; quali materiali utilizzare…). Relazione che io ho già analizzato nella mia tesi di Master e che amplio qui ocn recenti appunti e riflessioni.

Fra curatore e artista si crea un mondo condiviso che andrà a fare lo sfondo dell’opera.
Si infittisce la trama relazionale, in un processo di rimando continuo di giochi di realtà e di illusioni reciproche. Tipico più o meno di tutti i tipi di relazioni umane, nel caso specifico un analisi del termine curatore ed una sua contestualizzazione storica (che ho in mente ma ancora non ho scritto) fanno vedere che il rapporto a/c è più apertamente contraddittorio. Compresenza di amicizia ed inimicizia; amore e odio; identificazione e repulsione. Le illusioni, non si cerca di svelarle; i contrasti; non si cerca di conciliarli. Ma di metterli in opera. In “realtà”? Impossibile (forse) dirlo.
Bisogna innanzitutto capire in che senso l’illusione può entrare a far parte di un discorso sulla realtà.

“Perché una cosa abbia un senso, ci vuole una scena, ci vuole un’illusione, un minimo di illusione, di movimento immaginario, di sfida al reale, che vi coinvolga, che vi seduca, che vi ripugni” (Baudrillard).

Jef Safis edited picture inspired by Baurdillard

Jef Safi's edited picture inspired by Baurdillard - "L'illusion ne s'oppose pas à la réalité, elle en est une autre plus subtile, qui enveloppe la première des signes de sa disparition"

Illusione, nel senso estetico, più che nel senso conoscitivo, non ha una radice greca. La sua etimologia è propriamente latina, “viene da ludus, che significa gioco in atti, opposto a iocus, che significa il gioco in parole, cioè lo scherzo. Si tratta perciò di una parola che affonda le radici in uno stile di pensiero tipico della romanità arcaica, la quale privilegia l’azione, anzi un tipo particolare di azione rituale, dotata di efficacia pratica. [Il modo di pensare romano] è imperniato sull’esperienza del rito inteso come azione dotata di effettualità e di obbligatorietà giuridica”.

Perniola riprende Baudrillard in accordo con l’idea secondo la quale l’arte mantiene quell’aspetto rituale e cerimoniale, che usa violenza sul reale.
“È nell’arte che si è preservato qualcosa della potenza cerimoniale e iniziatica […]. È lì ce si conserva una padronanza delle apparizioni e delle sparizioni, e in particolare la padronanza sacrificale dell’eclissi del reale” (Baudrillard).
Non illusione come distrazione, ma illusione come magia. Un effetto magico che incide sulla realtà, ma che nella contemporaneità starebbe, secondo Perniola, svanendo tra l’effetto annichilente dell’opulenza comunicativa e dell’autoderisione dell’arte contemporanea.

Siamo sicuri che l’arte contemporanea non possa più rivitalizzare quell’efficacia simbolica tipica della magia, ricreare un’illusione che emancipi dalla «stupidità estatica nei confronti del reale»? Mario Perniola sembra persuaso del contrario, ma effettua una chiara scelta di campo nel trattare dell’illusione esclusivamente nel suo senso estetico, contro il senso «metafisico-conoscitivo». In senso opposto, i questo caso, va letto il lavoro di Levi-Strauss, il quale (non certo interessato all’estetetica contemporanea) lascia inalterata l’unitarietà degli aspetti «estetico» e «conoscitivo» dell’illusione, così come le trova presso le culture che si trova a studiare.

Nel noto saggio dedicato all’efficacia simbolica nelle pratiche magiche e sciamaniche l’antropologo francese affronta il tema, dal punto di vista occidentale e disincantato; quindi necessariamente incredulo o scettico, ma anche pragmatico e dissacrante. Parte dal dato di fatto: l’alta incidenza di guarigione in seguito a interventi terapeutici di matrice magica. All’incredulità si accompagna un sano relativismo e pragmatismo che conduce lo studioso francese ad escludere, come strumento interpretativo del fenomeno, la facile scappatoia dello psicologismo, che se non approfondito altro non fa che spostare più in là la questione senza fornire alcuna vera soluzione.

Il termine “cura psicologica […] rimarrà vuoto di senso sino a quando non si definirà la maniera in cui rappresentazioni psicologiche determinate sono invocate per combattere squilibri fisiologici, egualmente ben definiti” (Levy-Strauss).

Come esempio e caso studio Levi-Strauss adotta un particolare canto sciamanico che viene eseguito in occasione di parti difficoltosi tra i Cuna. Esso assume la funzione di uno strumento attraverso il quale si opera una vera e propria manipolazione psicologica dell’organo malato. Il testo di questo canto è un racconto che sortisce un effetto lenitivo in quanto interrompe il distanziamento dal mondo che ogni forte dolore provoca. L’ascolto di questo canto, oltre ad altri aspetti quali la prossemica della presenza dello sciamano in persona, fa si che la paziente venga introdotta in una situazione diegetica (o meglio, a metà via tra mondo della narrazione e mondo narrato) in cui “il corpo e gli organi interni dell’ammalata costituiscono l’immaginario teatro” (Levy-Strauss).
Il racconto è ossessivo e basato su immagini molto vivide; viene esposto con una alternanza serrata fra mito e realtà.
“La tecnica del racconto mira dunque a restituire un’esperienza reale, in cui il mito si limita a sostituire i protagonisti” (Levy-Strauss).

Riavvicinamento al reale e sostituzione. L’ambientazione è sfasata tra interno ed esterno; tra “il quadro del mondo uterino, tutto popolato da mostri fantastici e di animali feroci” ed il mondo esterno con il quale lo stregone cerca di far rientrare la partoriente – attualmente immersa nel proprio dolore – in contatto.

“Sono, dice l’informatore indigeno, «gli animali che accrescono il dolore della dona in travaglio», ossia le doglie stesse, personificate”, e poste nella narrazione del canto sotto forma di immagini conosciute. Ecco quindi in cosa consiste la cura. “La cura consisterebbe nel rendere pensabile una situazione che in partenza si presentava in termini affettivi: e nel rendere accettabile alla mente dolori che il corpo si rifiuta di tollerare”.

Un ruolo estremamente importante in questo meccanismo curativo viene giocato dalla comunità e dal grado di coesione o condivisione di un universo simbolico che le sono propri. Nello sciamano, individuo eletto che ha accesso a zone del sacro normalmente interdette agli altri membri della comunità, si incarna il sigillo che garantisce la sopravvivenza del gruppo in quanto gruppo. Attraverso la sua mediazione con il mondo degli spiriti, eventuali squilibri caotici e deleteri per il gruppo vengono riordinati in una immagine ordinata del mondo, un cosmo, novus ordo (simile a quello dell’artista che espone un Mondo nella sua opera); e la presenza del’esserci nel mondo (terminologia usata da Ernesto De Martino sulla base di quella impostata da Martin Heidegger) viene garantita. Il «dramma magico» è inteso da De Martino come l’eterno conflitto dell’uomo che tenta di “affermare la volontà di esserci come presenza di fronte al rischio di non esserci”. La magia è, quindi, per De Martino, un dispositivo atto a difendere la coscienza precaria dell’uomo arcaico, uomo per il quale il mondo non è mai dato una volta per tutte.

Non sembra questo carattere precario essere tornato preminente nel nostro mondo contemporaneo? Ma in quale epoca questo non sia avvenuto, non è possibile asserirlo. A parte le banalizzazioni storicizzanti che vogliono un ritorno del post- al premoderno, non si tratta poi degli stessi caratteri di precarietà? Chi sarebbe lo sciamano contemporaneo? (Forse più Saatchi che Beuys!). E che tipo di ruolo giocherebbe in questo caso la comunità? Sappiamo che la comunità assiste direttamente lo sciamano nella cura, conferendogli il necessario consensus collettivo. L’importante è, infatti, che ci sia un sistema coerente e condiviso (e, per questo, significativo) di entità che stanno alla base dell’universo. Il dolore incoerente ed arbitrario, che costituisce un elemento estraneo al suo sistema (come il dolore di una partoriente in gravi condizioni), “grazie al mito, viene sostituito dallo sciamano in un insieme in cui tutto ha una ragione d’essere” (Levy-Strauss).
La risposta alla comprensione di questo nuovo quadro non è la rassegnazione, ma la guarigione.

Mentre nella nostra società “la relazione fra microbo e malattia è esterna alla mentalità del paziente, è in una relazione di causa ed effetto; […] la relazione fra mostro e malattia è interna a quella stessa mentalità, è una relazione fra simbolo e cosa simbolizzata, fra significante e significato. Lo sciamano fornisce alla sua ammalata un linguaggio nel quale possonoesprimersi immediatamente certi stati non formulati, ed altrimenti non formulabili”.

Polona Tratnik - Foto by Emanuele Sbardella

Polona Tratnik - Foto by Emanuele Sbardella

Levi-Strauss sostiene che forse lo sciamano della nostra società contemporanea è lo psicanalista. I tratta solo di un a suggestione, benché fondata. Pertanto la mia proposta nn sarà una vera e propria critica, quanto una suggestione alternativa.

Nel pieno rispetto di quanto scritto da Levi-Strauss (che resta ancora da approfondire), io propongo invece di designare il curatore come lo sciamano nella nostra società, colui che sussume il ruolo di rappresentante di collettività e funge da mediatore con l’artista. Il curatore, e non l’artista o il massmediologo/pubblicitario. Come nel caso della sciamano, il curatore può essere inteso come un soggetto che ha attraversato in prima persona uno stato di crisi di quelli patologici considerati rischiosi per la società; essendone usciti, essendo in un certo senso guarito, può essere investito in prima persona, a nome della collettività, ed in rapporto di identificazione con l’artista (come lo sciamano con il malato) per controllare quegli stati dissociativi, e senza ricorrere a censura o eliminazione.

Il mito e la poesia, o meglio: la poesia, quando inserita in un rituale (su uno sfondo mitologico più o meno rilevante), può quindi essere efficacemente usata per la sua «proprietà induttrice». L’efficacia simbolica dell’arte (la sua magia) deriva dal suo statuto illusionistico, a metà via tra la sua declinazione conoscitiva ed estetica.

Illusione non propriamente avulsa dal suo aspetto conoscitivo (segno e sapere), ma nemmeno svincolata dal suo aspetto estetico (simbolo ed apparenza).

Ed è qui che noi vediamo ancor oggi stagliarsi l’ombra lunga di Platone: nell’impossibilità di liberarci dalla prigione del corpo e apprezzare il mondo in una maniera che non sia estetica.

Se per Levi-Strauss non c’è differenza tra pensiero scientifico e mentalità primitiva in quanto ad organizzazione ed articolazione linguistica dei concetti, anche la tanto acclamata utopia duchampiana (quanto più tardi quella kosuthiana) di liberarsi dell’apparenza dell’opera d’arte rimane la semplice copia di una idea.

Nonostante una propulsione conoscitiva sempre più spregiudicata, si resta sempre legati a questi sensi. Fin quando si sentirà il bisogno di liberarsene, si stringeranno sempre di più le catene. Ma fino a quando si sentirà questo bisogno? Si potrà non sentirlo? Cosa accadrà a quel punto?

Forse quando finirà anche la necessità di un illusione.
«La natura deve essere contraddetta. Qui, l’usato fascino dell’illusione deve cedere ad una fascinazione più alta»

Questo è quello che ho cercato di condensare nell’intervento su Dottirslonza; quello che ho riassunto qui. Molto altro ho già scritto nella mia tesi e nei miei appunti. Moltissimo c’è da aggiungere.
Occorrerà in seguito comprimere quanto possibile.

Per direzionare lo sviluppo del mio discorso ho già in mano un’altra opera (nn più contemporanea, che sto iniziando a leggere in quest’ottica).

A presto per futuri aggiornamenti. Sono graditi commenti da chiunqueper correggere/ampliare/deviare le direzione del mio studio epr compilare la’rticolo “finale”

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Due articoli per strutturare un intervento sul saggio di Mario Perniola, Verso un cinema filosofico.
Nel primo ho introdotto alcune riflessioni che avevo già fatto nel passato, riassumendo il punto di vista e fornendo un’applicazione della teoria al caso pratico di un recente film dei Fratelli Coen, 2007.
Nel secondo effettuerò una critica più sostanziale al testo del filosofo italiano

Mario Perniola, David Lynch e l’aspetto diegetico del cinema

Punto di partenza di Verso un cinema filosofico è la constatazione dell’intrinseca tensione filosofica propria del cinema, e che il cinema suscita negli spettatori (temi quali conoscenza e rappresentazione, verità e realtà…). Mi limito a segnalare uno solo dei possibili esempi: l’analisi filosofica di Matrix condotta da Diego Fusaro…

La questione che Perniola rende centrale nel suo saggio è, invece: può il cinema, in quanto cinema, aprire lo spazio per un nuovo tipo di discorso filosofico? Se Heidegger, a questo quesito, risponderebbe con una recisa negazione, Perniola apre a diverse possibili soluzioni (le quali rimandano sia al Sex Appeal che ad altri saggi contenuti in L’arte e la sua ombra; in particolare il tema del resto e della differenza)

Piattaforma di partenza per la sua apertura ad un cinema filosofico è la constatazione e l’auspicio che l’aspetto documentaristico stia riemergendo con vigore dopo la lunga narcosi imposta dalla narrazione spettacolare. Il presupposto è, per Perniola, un tipo di film che non sia “meramente didattico, parenetico o propagandistico” (p. 50).
A questo proposito vorrei lanciare una prima suggestione:
Si può dire che Perniola prefiguri un ritorno ai Lumière dopo il regno di Méliès?

Lumière

Meliès


A partire da questo presupposto, la questione si formula, sotto la penna di Mario Perniola, nel modo seguente: “Accanto a un pensiero linguistico esiste un pensiero visivo, sonoro, rituale, spaziale?” (p. 50).
Perniola trova i prolegomeni di questo linguaggio in A Lisbon Story di Wim Wenders. Qui, infatti, il linguaggio cinematografico si stacca dalla soggettività del Serafino Gubbio di turno ed aspira ad una soggettività, per così dire, diffusa (che, alla fine del saggio, sarà descritta come un “sentire impersonale e in sospensione”).
A questo proposito voglio solo fare due annotazioni.

Innanzitutto indicare in Vertov (e, in anticipazione negatrice, anche Pirandello) un precursore.

Secondopoi indicare nel surrealismo il riferimento tecnico. La scena descritta da Perniola, infatti, non è altro che frutto dell’automatismo surrealista applicato al cinematografo. Quindi lancio l’ipotesi che non si tratti di scovare il pensiero visivo, ma ancora una volta, l’inconscio visivo. Il passaggio è lo stesso, insomma, di quello delineato dall’inconscio linguistico (fondato da Freud) all’inconscio ottico (ricercato dai Breton).

Ma che cos’è il cinema surrealista? Può ad esempio Lynch essere considerato un tardo surrealista? Me ne occuperò presto, in un altro articolo.

Per ora mi accingo a chiudere con le critiche finali al testo di Mario Perniola.
Mi sembra che il maggiore punto di debolezza del saggio di Mario Perniola stia nella decisa contrapposizione che egli instaura sin dall’inizio tra mimetico e diegetico.
Si può opporre il mimetico a diegetico come fa Perniola?
A me sembra che questi due termini si collochino a due livelli diversi di generalità e che l’uno (mimetico) sia una categoria dell’altro (diegetico). Infatti, la diegesi può essere mimetica o non mimetica; mente una mimesi non può non essere diegetica (a meno che non si intenda enfatizzare la linearità della diegesi; ma allora sarebbe stato meglio opporla, come fa Ricoeur, alla configurazione!).

Un’altra critica si può muovere alla stessa questione, da un altro punto di vista. Infatti non è irresponsabile affermare che tutto il diegetico è documentaristico. Non solo, infatti, sempre di più il cinema di finzione viene oggi utilizzato come documento storico, ma inoltre, molti registi sarebbero pronti a sottoscrivere la seguente affermazione di David Lynch: “ogni film rispecchia il mondo, e anche un film storico – cito a memoria – parla più del mondo attuale che di quello custodito nella referenza”.

Infine, credo si debba dire un’ultima cosa.

“La riduzione dell’importanza dell’aspetto diegetico”, che è il punto di partenza del cinema filosofico, non equivale ad un proporzionale aumento della’spetto mimetico.

Anzi, mi sembra che i migliori prodotti di un cinema protofilosofico ottengano i risultati più importanti frequentando il campo metadiegetico piuttosto che quello mimetico.
Come accade, ad esempio, in Mulholland Dr., ma ancor prima, in modo strabiliante, in Otto e 1/2.

Vi saluto con il trailer di Mulholland Dr.

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Due articoli per strutturare un intervento sul saggio di Mario Perniola, Verso un cinema filosofico.
Nel primo introdurrò alcune riflessioni che avevo già fatto nel passato, riassumendo il punto di vista e fornendo un’applicazione della teoria al caso pratico di un recente film dei Fratelli Coen (Non è un paese per vecchi).
Nel secondo effettuerò una critica più sostanziale al testo del filosofo italiano

Mario Perniola e i fratelli Coen

Fonti del saggio

Che film vengono citati in questo saggio?

A Lisbon Story – Wim Wenders, 1994
La Società dello Spettacolo – Guy Debord, 1973
Guy Debord, son art et son temps – Brigitte Cornand, 1994
Blue – Derek Jarman, 1993
Le Pays des sourds – NIcolas Philibert, 1992

Che libri vengono citati?

La piega – Gilles Deleuze
Opere cinematografiche complete – Guy Debord
Shaved Heads and MArkde Bodies – M. Stiles
Linciaggi – T. Villani
Manuale di antropologia visiva – P. Chiozzi
La grande madre – E. Neumann
Lettera sui sordi e muti – Denis Diderot
Teoria del film – S. Kracauer
Osservazioni sulla filosofia della psicologia – Ludwig Wittgenstein

Ho già parlato di questo testo di Mario Perniola nell’ambito del progetto NoMA. Un articolo che vi invito a leggere cliccando qui, in cui parlo di Non è un Paese per vecchi .

Di quell’articolo ora devo assolutamente riportare due questioni sul perché ritengo il film dei Fratelli Coen un esempio di cinema filosofico:

In primo luogo, «riducendo importanza al valore diegetico dell’opera», offre la possibilità ad una miriade di elementi apparentemente separati di proporsi alla riflessione ed al piacree dello spettatore. Come ho detto all’inizio, infatti, io qui tratto solo della moneta, ma il film offre miriadi di altri spunti, per una gamma amplissima di gusti e di ossessioni (perversioni?).

In secondo luogo perché è in grado come pochi altri film (tra quelli recenti mi viene in mente solo “Il grande capo”) di trasmettere – come scrive Perniola – “un sentire impersonale ed in sospensione o, per usare le parole di Wittgenstein, «un epoché colorata ed intensa»”.

Per il resto, prima di continuare, devo rimandarvi al primo articolo.

NoMA

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Link esterni

> Sito di Mario Perniola (personal webpage)

> Comprare “L’arte e la sua ombra”

> Intervista a Mario Perniola su “L’arte e la sua ombra”

Vi saluterei con l’inizio del film di Wim Wenders