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Il mercato della frutta (il cui titolo esteso è Il mercato della frutta | Fruit market | 水果市场 _ The pure products of Italy go crazy) è una mostra che agisce in modo precipuamente localizzante ma che riallaccia nodi con diverse zone del globo. Un livello intermedio fra la concretezza del mercato ladispolano (mi verrebbe da dire la polpa dei suoi frutti) e la portata intecontinentale che fa parte di un progettualità volutamente ad ampio raggio, è rappresentato dall’ente amministrativo provinciale.

Infatti Il mercato della frutta fa parte di una filiera espositiva sovracomunale sostenuta e patrocinata dalla Provincia di Roma e gestita centralmente da Sala1. Il progetto a cui Il mercato della frutta è legato, ma rispetto al quale si sviluppa autonomamente si chiama PorteAperte.

PorteAperte

Logo PorteAperte

Il progetto si articola attorno al concetto della porta come elemento che consente il passaggio da una dimensione ad un’altra. Considerata elemento di connessione tra due spazi la porta consente l’interazione tra realtà diverse. Elemento di apertura la porta diventa metafora della disponibilità verso altre e differenti culture. A tal proposito i Comuni di Ariccia, Bracciano, Nemi, Ladispoli e Rocca di Papa aprono le loro porte ad iniziative a vocazione multiculturale.

I Comuni scelti rappresentano realtà differenti e sono stati selezionati sulla base del bagaglio storico di appartenenza e delle differenti identità in quanto luoghi dotati di un grande patrimonio di tradizioni e usi locali e che quotidianamente si confrontano direttamente con altre culture.

Ladispoli, ad esempio, ha raggiunto (notizia che apprendo dal sito ufficiale del Comune) il 9 luglio 2009 quota 40000. E pensare che nel 1971 erano appena 7000 abitanti!

Tabella scaricata da Wikipedia e rozzamente modificata

Quarantamila residenti, quindi, di cui ben oltre il 10% provengoo da altre nazioni. Da fonti Istat raccolte sul sito di Litorale Spa si apprende infatti che nel 2007 “la popolazione straniera, con un incremento del 155,4% rispetto al 2002, è passata da 2.209 a 5.642 stranieri residenti”.

Negli articoli precedenti ho messo a fuoco soprattutto gli elementi che rendono Il mercato della frutta un progetto concettualmente autonomo da PorteAperte.

Ricapitolazione:

> Arte ecologica

> Reification in Arendt

> Isacco di Ninive

> Greenness

> Gibran Kalhil

> The location

In questo articolo, invece, vorrei parlare del modo in cui Il mercato della frutta risponda ad una precisa esigenza artistica e politica. Una esigenza che fornisce del filo rosso  a tutte le mostre di PorteApere: far fronte ed interpretare nel modo corretto le sfide che ci si presentano vivendo in comunità vieppiù farmmentate ad opera del processo di globalizzazione. L’aperura all’altro è divenuta una condizione quotidiana che non sempre siamo in grado di assimilare. Uno dei compiti dell’arte è quello di fornire gli strumeni di senso per tesaurizzare queste differenze. Da qui, nello specifico, si dipana la mia analisi artistico-antropologica del fenomeno e la mia impostazione della mostra come un lavoro di ricerca sul campo. Le differenze sono un tesoro, ci insegna Ulf Hannerz; ma, come vedremo , l’euristica riduzione dell’arte a un tesoro culturale si presta a numerose critiche.  Un approccio curatoriale antropologico può aiutare a storicizzare e a individuare i sistemi di valore soggiacenti all’attribuzione di un certo valore all’arte. Nel momento in cui questa si trova attaccata non più solo dalle avanguardie interne, ma anche da una miriade di altri stimoli esterni (che si tende a raggruppare sotto il medesimo concetto-ombrello di arte orientale), allora ecco che si fa sentire la necessità di aprire delle mostre che siano allo stesso momento un luogo di discussione e di ridefinizione dei criteri (imperialistici) ai quali siamo abituati.

In questo contesto di differenze e di valori instabili, la mostra Il mercato della frutta propone un dialogo fra un artista cinese (Wang Ruobing), uno malesiano (Jack Seah) ed uno italiano (Giuseppe Stampone). Per preparare i canali e i codici di questo dialogo al momento sto facendo un lavoro sul ocntesto. In particolare sto elaborando modalità di allestimento e di fruizione sotto molti punti di vista inedite e per molti versi debitrici da un approccio antropologico, sia come taglio artistico sia come impostazione organizzativa. Mi spiego meglio: sta accadendo che un concetto antopologico dell’arte (relaticistico e consapevolemnte feticizzato) sta prendendo corpo nella mia curatorial dashboard (vale  adire nell’insieme di riflesisoni ch condivido, a partire dal blog, con artisti, colabratori e pubblico). D’altro canto, al livello organizzativo, abbiamo dato luogo, con il prezioso ausilio di Alessandro Arata, Tiziana Talocci e Carolina Taverna, a specifiche attività tese a preparare il campo alla mostra: si tratta di attività di ricerca e di comunicazione che si ispirano diretamente ad alcuni modelli di ricerca sociale qualitativa (quali l’etnometodologia, la sociologia visuale, l’antropologia visuale e la ricerca sul campo). Essendo lo scambio e le relazioni umane al centro della mostra, abbamo ritenuto necesario preparare il terreno con una comunicazione personalizzata, indirizzata a ciascuna delle persone che lavora nel mercato giornaliero di Ladispoli (vedi mappa). Tra le attività previste e già messe in opera vi sono: un’attenta documentazione e condivisione fotografica delle attività  che si svolgono al mercato; panel di interviste tese a scoprire le strategie di vendita, le condizioni di lavoro, le provenienze e le aspettative dei lavoratori. A presto pubblicherò del materiale, il quale documenterà quello che è stato il primo fondamentale contatto con gli “abitanti” del mercato. Potrei usare il termine “indigeni”, o “informatori”? Ci sarà del tempo per analizzare i date che andremo raccogliendo e per ragionare metodologicamente sul rapporto artista/curatore/informatori. Questa resta comunque solo una prima tappa di una frequentazione ed una presenza sul campo che sempre più confonderà i ruoli di produzione e consumo. Chi produce la mostra? Chi la frutta? Quale la direzione dei flussi di scambio?

L’arte, checché se ne dica, non si orienta più attra-verso l’altro; vale a dire che non definisce più se stessa e le proprie pratiche in vista di una comunicazione conciliante. Si instaurano, altresì, relazioni dense di ambiguità (v. il mio precedente articolo su Isacco di Ninive ed i relativi commenti) e conflittuali rispetto all’identità personale e collettiva. Oggi non è più accettabile sostenere pratiche  che delineino la propria artisticità in contrasto con ciò che viene genericamente individuato come orientale, diverso. Ma nemmeno la loro assimilazione. Le opere d’arte si dissolvono in pratiche che inglobano già l’altro e non partono dalla tradizione artistica occidentale come ceppo determinante.

Dal punto di vista curatoriale, rendersi conto di questo fenomeno significa provvedere allo smantellamento di ogni orientalismo dialettico, e l’approccio antropologico che sto adoperando in Il mercato della frutta permette di uscire da una dialettica storicamente imperniata (impuntata) sul valore universalistico dell’arte borghese o modernista. Non sta, insomma, al curatore collocato in occidente (quale potrei essere io) di rivalutare le arti cinesi e portarle alla ribalta in Italia ponendole a confronto con artisti italiani. Non parto dal punto di vista di chi dice: l’artista cinese realizza delle opere che riescono ad entrare a far parte del patrimonio artistico universale (secondo un parametro occidentale). Altrettanto semplicistico sarebbe affermare il contrario: vale a dire che l’arte contemporanea si sia aperta e lasciata influenzare da forme e processi tipicamente orientali. Entrambe le affermazioni contengono verità parziali. Basti pensare, da un lato, a quanto importante possa essere per un artista cinese un riconoscimento espositivo in una grande  biennale occidentale o a quanti di essi si formino in accademie occidentali. Per quanto riguarda l’altro lato della questione, non sarebbe difficile elencare un ragguardevole numero di importanti artisti che hanno segnato la storia della contemporaneità abbandonando pratiche tradizionalmente artistiche in favore di modelli molto vicini alla meditazione e alla spiritualità orientali.

Tuttavia ritengo fondamentale mettere in discussione il presupposto del primo estremo tanto quanto quello del secondo.

Il presupposto da inficiare nella prima posizione è il fatto che si dia ancora per scontata la prerogativa dell’arte occidentale nel  rapporto con le altre culture e la presnuznione che sia questa ad aprirsi alle altre culture, integrandole.

Il presupposto da inficiare nella seconda posizione riguarda la storicità e la concezione lineare dello sviluppo artistico.  Non esiste una linea evolutiva univoca che conduce l’arte allo zen. Occorre rivendicare l’assenza di qualsivoglia teleologia e scacciare con forza la naturale tentazione di collocare immaginariamente tale obiettivo in un ideale collocazione esterna.

Si tratta, piuttosto, di una inglobazione cooriginaria; situazione complessa rispetto alla quale il libro di Clifford ci aiuta a smettere di ricercare punti atavici immutabili (frutti puri). Clifford propone una strategia di riclassificazione. Occorre abbandonare l’idea che l’arte sia il tronco di un albero mitico dalle quali ramificazioni e innesti raccogliamo oggi frutti (magari spuri e frammisti, ma tutti appartenenti al grande albero). L’arte è una determinazione concettuale occidentale, che ha solo l’aspetto di un valore universale ed assoluto, ma che è in realtà arbitrario, mutevole e relazionale. “Arte” è utilizzabile alla stregua di qualsiasi altro tag (etichetta), contemporaneamente ad una serie di altri tag, per designare la compresenza di tradizioni e valori cooperanti.

Wang Ruobing, Seeded, 1999

Wang Ruobing, Seeded, 1999

L’apertura delle porte tematizzata nel progetto generale è declinata nel mercato, sulle specificità del contesto. Luogo di scambio per eccellenza, esso è contraddistinto da un tipo di relazione contrattuale per certi versi paradigmatica per segnalare la reciprocità e l’artificialità di qualsiasi pretesa identitaria. Il conterso del mercato ci aiuta a svincolarci dalla logica del’incontro fra pacchetti culturali prestabliti e dalla logica dell’appropriazione, e ci introduce nella reciprocità. La mostra Il mercato della frutta, si pone qunti consapevolmente contro linea di quella che Clifford chiama “la lunga storia di esposizioni «esotiche» in occidente”. L amostra non prevede, infatti, che gli artisti cinesi si siano appropriati del modello artiscitco europeo, non spettacolarizza l’arte orientale, non ricerca un fondo di autenticità (ad esempio nell’are cinese di Ruobing o nella musica senegalese di Sheikh).

7. [Benefattori e beneficati].

Si ritiene che i benefattori amino i beneficati più di quanto coloro che hanno ricevuto del bene amino coloro che l’hanno fatto, e, poiché, ciò accade contro ragione, se ne cerca il motivo. Orbene, per la maggior parte degli uomini è manifesto [20] che il motivo è che gli uni sono debitori e gli altri creditori: come, dunque, nel caso dei prestiti i debitori vorrebbero che non esistessero i creditori, mentre coloro che hanno concesso il prestito si preoccupano anche della sopravvivenza dei debitori, così anche i benefattori vogliono che esistano i loro beneficati per riceverne la riconoscenza, [25] mentre a questi non importa affatto pagare il proprio debito. Orbene, Epicarmo298, probabilmente, affermerebbe che essi dicono così “perché guardano le cose dal lato cattivo”, ma ciò sembra umano, giacché i più hanno poca memoria e aspirano a ricevere benefici piuttosto che a farne. Ma si ammetterà che la causa di ciò si trova piuttosto a livello generale di natura, e che non è la stessa cosa che [30] nel caso del prestito. Nel caso loro, infatti, non c’è nessuna affezione, ma solo il desiderio che il debitore si conservi per recuperare il prestito. Invece, coloro che fanno del bene amano, anzi amano profondamente i loro beneficati, anche se questi non sono loro di alcuna utilità né potranno esserlo in futuro. E questo succede anche nel caso degli artisti: ognuno, infatti, ama profondamente la propria opera, [35] più di quanto sarebbe amato dall’opera stessa se questa diventasse un essere animato. [1168a] E questo succede soprattutto nel caso dei poeti: essi amano fin troppo profondamente le proprie composizioni, volendo loro bene come a dei figli. È quindi ad un caso simile che assomiglia quello dei benefattori: l’essere che ha ricevuto benefici da loro è una loro opera: per conseguenza, l’amano di più [5] di quanto l’opera non ami chi l’ha fatta. La causa di ciò sta nel fatto che l’esistere è per tutti meritevole di scelta e di amore, e noi esistiamo in virtù di un’attività (in virtù, cioè, del vivere e dell’agire), e chi ha fatto l’opera in certo qual modo esiste in virtù della sua attività: ama, quindi, la sua opera, perché ama la propria esistenza. E questo è naturale: infatti, ciò che è in potenza, l’opera lo rivela in atto.

LIBRO IX, disponibile al seguente indirizzo http://www.filosofico.net/eticaanicomaco9.htm

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IN ITALIANO

Wang Ruo Bing

Beauty


Wang Ruo Bing (this is her internet web site), Robin for all the inhabitants of Toffia, was the young veteran of the group of seven Chinese artists who created the Vacanza project. It was she to mediate and curate the exhibition on the basis of her first experience in Sabina, in may 2008, during 20eventi; was she, therefore, to contact her chinese friends and involve them for an Italian holiday.

Wang Ruo Bing - Perfect Forest, 2005

Wang Ruo Bing - Perfect Forest, 2005

Perfect Forest, 2008

Wang Ruo Bing - Perfect Forest, 2008 (may)

Introduction

What remained, in Robin, after her first Italian trip? What has driven her to seek a new opportunity to return to re-make a work in Toffia? Which aspects would she rediscover and which, instead, change from the first experience?

Perfect Forest, 2008 (dettaglio)

Perfect Forest, 2008 (detail)

What has probably in Ruo Bing remained is the memory of a spring experience. Probably, coming into contact with it, she was in turn touched by the  Sabina’s nature  and the people, so indissolubly (apparently) linked to those places. The artist has not worked in archaeological ways, she has not sought the charm of ruins or exotic curiosities. Rather ethnographically, perhaps, has she carried out a virgin but conscious exploration of these places, in which she has so warmly welcomed and that, with Beauty, she wanted to pay tribute too.

The experience of May 2008 (the first one, that preceded Beauty of three months or so), although gave the incipit, but has certainly left a certain emptiness, a  sense  of vacanza (vacanza means, in italian, mainly holiday, but also something like emptyness, something missing) in Ruo Bing.

On the one hand beacause of the oppression of a lush (and difficult to control) environment , on the other hand because of a congenital lack of freedom when it is a collective event as 20eventi, Wang Ruobing felt this responsibility to come back to the same environment to face that emptiness that seemed to been left (inside? outside?).

As we are taught by psychoanalysis, the obsession should not be ignored, and fears must be addressed. But in our case it is not to fill the empty  mental speces with some meanings that even remain. It is the courage to return and share the experience of emptiness that unite us; it’s the courage to share it without trying to force it looking for a meaning.

For this reason, Ruo Bing contacted his friends and made sure they can manage their own experience. Only then Ruo Bing could choose collaborations and goals from his vacation. No longer an organized trip, but a genuine artistic adventure to the borders of a different culture, peasant, rural, so tied to the land and the rhythms of the seasons. A land so far away, but so close to an artist who inhabits the world, perhaps a strange place, but that still arouses the same poetics of respect for the secrets of Earth and its inviolability.

The artist statement:

Beauty deals with different yet common perceptions of our universe/nature. It explores the various ways that we, both the Easterner and Westerner, attempt to rationalise or even fictionalise the modern environment by transmuting raw material such as bird, marble and plant, and integrating commercial materials such as plastic and Coca Cola bottles into a beauty which suits our philosophy. The philosophy of beauty in such everyday items, borrowing Keith Thomas’s words, is “breathtakingly anthropocentric” (Thomas Keith, Man and the natural world. A history of the modern sensibility, New York, 1983, p. 18)

Io, Sai e Ruobing attorno all'opera di Ruobing - Beauty

Io, Sai e Ruobing attorno a Bauty

The vague and the engagément

Yes.. we can surely not say that her first Italian experience is ended with nothing (and  I do not even wanted to say that, although it seemed to be the opposite). Indeed, May is still the initial seed and Ruo Bing keep from this experience not only material and information that would have then reuse fro Beauty in a few months later, but  she has also acquired and could reprocess a stimulating sense of incompleteness. An exciting sense of incompleteness, that pervades the entire project, and explains further the acquisition of a title such Vacanza (Holiday).

The vagueness of this feeling (incompleteness) put together the scenarios proposed by the artist and the dreams. The first Italian experience was, in fact, the inspiration for the work (Beauty, in august) as – I would say – a dream that continues  to be in your head all day (or as a mnemonic traces of the day which is stirring in the dream?) .

By that way, this sense of vagueness, of vacanza,  (like in Giacomo Leopardi) become beauty.

Emanuele Sbardella che si immegre nell'opera di Ruobing

Kant e Duchamp

Beauty? You just used the word beauty? Do you realize - could tell the reader- that contemporary art has divorced, with Duchamp, from the retinal art and the taste?!

But I go back, and talk about beauty, and I use even Kant, the dusty philosopher of absolute beauty, dishonored since generations from now …
BBut do not go now, oh ungrateful reader: listening to my reasons!

First, I could ‘exculpate’ saying that it is not my fault if the artist wanted to call her work Beauty. But I’ll not do it, because nothing could justify me in the use of Kant’s texts.
So, we can momentarily accept that I am failing, and that I’m in a position of having to earn the losted credibility .

Let’s start with this question: what’s universal in Kant’s beauty?

The fact that we recognize ourself as men belonging to a community that can appreciate, more than any difference, a pleasant feeling. The esthetical judgemetn  is not purely subjectiv but is based on a communicating subjectivity (term used by both Fazio-Allmayer both Negri, compared to the kantian Critique). Communicating subjectiviy, that is not based on the concepts, but on feelings.

The community is therefore able to rediscover itself as com-unity,  around an object judged beautiful. In this beauty there is nothing unattainable and elitist.


Wang Ruo Bing - Beauty, 2008 (particolare)

Wang Ruo Bing - Beauty, 2008 (particolare)

Artists like the american Andy Warhol don’t stop their work  to the admiration of the goods as common objects. Even films like American Beauty can represents the pars construens of the new mythology of what is common and public.

The extraordinary strength of Ruo Bing’s work is making universal that sense of beauty that was manifested with great strength (for example in Warol and American Beauty) , but colely linked to the capitalistici western ephos. She was able to do so playing the rule of the human being who walks the world, drawing alternative (although not opposed) trajectories to capital flows and tourism traffic.

Emanuele Sbardella che si immegre nell'opera di Ruobing

 

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IN ENGLISH

Wang Ruo Bing

Beauty

Wang Ruo Bing o Ruobing (questo è il suo sito), da tutti a Toffia chiamata Robin, era la veterana del gruppo dei sette artisti cinesi che hanno dato vita al progetto Vacanza.

È stata lei a mediare e curare la mostra sulle basi della sua esperienza pregressa, in Sabina, durante 20eventi 2008; lei, quindi, a contattare i suoi amici cinesi e coinvolgerli un questa vacanza italiana.

Wang Ruo Bing - Perfect Forest, 2005

Wang Ruo Bing - Perfect Forest, 2005

Perfect Forest, 2008

Wang Ruo Bing - Perfect Forest, 2008

Introduzione

Cosa è rimasto nella nostra Robin del suo primo viaggio italiano? Cosa l’ha spinta a ricercare una nuova occasione per tornare a lavorare a Toffia? Quali aspetti voleva riscoprire e quali, invece, modificare con il proprio intervento?

Perfect Forest, 2008 (dettaglio)

Perfect Forest, 2008 (dettaglio)

Quello che è probabilmente rimasto in Ruobing è il ricordo di una esperienza primaverile. Probanilmente, entrandoci in contatto, fu a sua volta toccata dalla natura della Sabina e dalla gente, così indissolubilmente (apparentemente) legata a quei posti. L’artista non ha operato archeologicamente, non ha ricercato il fascino del rudere o della curiosità esotica. Piuttosto etnograficamente, forse, ha effettuato una ricognizione consapevole ma vergine di questi luoghi, che così calorosamente l’hanno accolta ed ai quali, con Beauty, ha voluto rendere omaggio.

L’esperienza del maggio 2008 (la prima, che ha preceduto Beauty di tre mesi circa), pur avendo dato l’incipit, ha sicuramente lasciato anche un certo vuoto, una vacanza, in Ruo Bing.

Vuoi per la sopraffazione di un ambiente arduo da controllare, vuoi per una mancanza di libertà congenita quando si tratta di una manifestazione collettiva complessa come 20eventi, Wang Ruobing ha sentito questa responsabilità di tornare sul luogo per affrontare quel vuoto che era rimasto.

Come la psicanalisi ci insegna, le ossessioni vanno affronatte, il rimosso va svelato. Ma qui non si tratta di riempire di senso quel vuoto che pur rimane. Si tratta del coraggio di tornare, affronatre e condividere l’esperienza del vuoto che già da sempre ci accomuna.

Per questo ha contattato sei suoi amici ed ha fatto in modo di poter gestire più autonomamente la propria esperienza, scegliere le collaborazioni e le mete dalla sua Vacanza. Non più un viaggio organizzato, ma una vera e propria avventura artistica, ai confini di una cultura diversa, contadina, rurale, così legata alla terra e ai ritmi delle stagioni. Una terra così lontana ma così vicina per un’artista che abita il mondo; così strana, ma così affine ad una poetica tento ripsettosa dei segreti della tertra e della sua inviolabilità.

Le dichiarazioni dell’artista:

Beauty tratta delle comunanze e delle differenze delle nostre visioni della natura/universo. L’opera esplora gli svariati modi in cui sia gli orientali sia gli occidentali cercano di razionalizzare o anche immaginare l’ambiente moderno trasformando il materiale grezzo, come un uccello, del marmo o una pianta, ed integrando materiale commerciale, come la plastica o alcune bottiglie di Coca-Cola, in una bellezza che si addice alla nostra filosofia. La filosofia della bellezza in tali oggetti quotidiani, prendendo in prestito le parole di Keith Thomas, è “di un antropocentrismo da togliere il fiato” (breathtakingly anthropocentric, Thomas Keith, Man and the natural world. A history of the modern sensibility, New York, 1983, p. 18)

Io, Sai e Ruobing attorno all'opera di Ruobing - Beauty

Io, Sai e Ruobing attorno a Bauty

Il vago e l’impegno

Certo… non si può comunque assumere che la prima esperienza italiana si sia conclusa con un nulla di fatto (e non lo intendevo nemmeno dire, benché possa essere parso il contrario). Anzi, maggio resta comunque il seme iniziale e da quell’esperienza Ruobing non ha raccolto solo il materiale e le informazioni che avrebbe poi riutilizzato in Beauty qualche mese dopo, ma ha anche acquisito e potuto rielaborare uno stimolante senso di incompiutezza. Uno stimolante senso di incompiutezza, che pervade l’intero progetto, e spiega ulteriormente l’acquisizione di un titolo come Vacanza.

La vagehzza di questa sensazione accomuna gli scenari proposti dall’artista al materiale onirico. La prima esperienza italiana è stata, infatti, lo spunto per il lavoro tanto quanto – mi verrebbe da dire - un sogno interrotto che continua a girarti in testa per tutto il giorno (o come le tracce mnemoniche del giorno che si rimescolano nel sogno?).

In quersto senso di vaghezza, di vacanza, si cela la bellezza dell’opera di Ruobing.

La bellezza, non è, in questo caso, solo la declinazione leopardiana del fascino del vago e dell’indeterminato… è un concetto più radicato nel concreto svilupparsi delle relazioni.

Kant e Duchamp

Bellezza? Hai usato proprio il termine bellezza? Ma ti rendi conto – potrebbe dire chi legge – che l’arte contemporanea ha divorziato, con Duchamp, dal retinico e dal gusto!?!

Ebbene torno a parlare di bellezza, e rispolvero persino Kant, quel filosofo del bello assoluto, disonorato ormai da generazioni… (povero critico stantìo che sono!)

Ma non voltarmi subito le spalle, oh ingrato lettore: ascolta le mie ragioni!

Innanzitutto, potrei ‘discolparmi’ dicendo che non è colpa mia se l’artista ha voluto chiamare Beauty il suo lavoro. Ma non lo faccio, anche perché nulla potrebbe giustificarmi dal voler ritirare fuori il vecchio Immanuel.

Diciamo, allora, che diamo momentaneamente per buono che io parta in difetto, e che mi trovi nella condizione di dover guadagnare la credibilità perduta.

Cosa c’è di universale nel bello di Kant?

Il riconoscersi dell’uomo come appartenente ad una comunità in grado di apprezzare, oltre ogni differenza, un sentimento (non un concetto) che procura piacere. Il giudizio estetico non è puramente soggettivo ma si basa su una soggettività comunicante (espressione usata sia da Fazio-Allmayer sia da Negri, rispetto alla Critica del giudizio kantiana). Tale doggetività comunicante non è basata sui concetti, ma sul sentimento.

In base alla loro lettura del testo kantiano possiamo escludere una interpretazione puramente estetica e trarre dal medesimo testo un approccio politico che fa venire in mente il pensiero di Benjamin: la soggettività comunicante estetica diventa soggettività comunicante politica.

La comunità è, quindi, in grado di riscoprirsi tale (comunicante) nell’adesione ad un oggetto giudicato bello. In questo bello non c’è alcunché di irraggiungibile e di elitario come tanta arte che attacca Kant, invece – nonostante dica il contrario -, continua ad essere o a propugnare.

Il bello comune o comunitario, d’altro verso, non era nemmeno osteggiato dallo stesso Duchamp, il quale anzi lo ricercava. Bensì molti prosecutori del suo operare l’hanno tradito nella direzione di un conservatorismo riestetizzante (nel senso più tradizionale e disimpegnato).

Tradimento che si manifesta in certa Pop art e nella semplice esaltazione della merce, o nell’identificazione di quest’ultima con la cultura tout-court. L’erroe è in questo caso far coincidere una parte del fenomeno con la sua complessità.

Artisti come Andy Warhol, tuttavia, non arrestano il proprio lavoro a quello stadio. Esistono, per altro, anche film come American Beauty che riescono a mettere in scena la pars construens della nuova mitologia del quotidiano.

La straordinaria forza dell’opera di Ruo Bing sta nell’aver reso universale quel senso di bellezza che si è manifestato con gran forza nel cuore del capitalismo occidentale. Lei è stata in grado di farlo impersonificando la persona che cammina sul mondo, tracciando traiettorie alternative anche se non opposte ai flussi del capitale e del turismo.


Wang Ruo Bing - Beauty, 2008 (particolare)

Wang Ruo Bing - Beauty, 2008 (particolare)

Il giudizio (quello estetico quanto quello teleologico) è per Kant una facoltà che permette, a partire dal particolare, di avere una idea coerente del tutto. Il sentimento di piacere “deriva dallo scoprire che elementi disparati sono riportabili ad un’unità” (Perniola 1997: 13).

Dal particolare all’universale, quindi. Segni particolari (special signs, usually marked above the italian identity cards), sono quelli che Ruo Bing indica nelle sue fotografie, descrivendole compilando un modello ricavato per analogia sulla base della carta di identità italiana del primo Novecento. La base del suo lavoro è, infatti, la scoperta di un cumulo di antiche carte di identità appartenute agli abitanti di Toffia. Erano disposte senza un ordine in una soffitta dell’ex municipio. L’artista ha ricopiato il modulo dell’antico documento ed ha messo il titolo dell’opera nello spazio dedicato al nome; il sottotitolo nello spazio del cognome; data e luogo dello scatto al posto di quelli di nascita; una descrizione nient’affatto denotativa dell’immagine o dell’occasione in cui era stata scattata nello spazio dei segni particolari.

Create in numero pari alle carte di identità presenti su quel tavolo, e tratte da soggetti a prima vista poco significativi dei suoi viaggi in Italia quanto in Cina, le nuove “carte di identità” sono state disposte con ordine al fianco dei documenti preesistenti, anch’essi impilanti con ordine per l’occasione.

Così come le identità delle persone raffigurate negli antichi documenti (attrazione per la gente del posto che si riscopre da giovane, o consce i propri parenti ed amici) costituiscono frammenti individuali di un gruppo comunitario più vasto che li riconduce ad unità, così le foto di Ruo Bing, ridotte a formato fototessera, costituiscono suggestioni e documentazioni di frammenti disparati di viaggi diversi, ma possono essere ricondotte all’unità dell’esperienza dell’artista e, per metonimia, alla condizione itinerante dell’essere umano.

Infatti, nascoste sotto il tavolo, due casse riproducevano a basso volume in loop un estratto audio  (passi continui, cani che abbaiano, la curiosità di alcune donne del paese e la voce dell’artista)che Ruo Bing aveva raccolto a Toffia durante una semplice passeggiata per le strade di quel paese straniero eppure così familiare .


Emanuele Sbardella che si immegre nell'opera di Ruobing

Emanuele Sbardella che si immegre nell'opera di Ruobing

 

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Vacanza (Holiday)

DU JIA

Toffia

13>17 August , 2008

Organized by 33 Officina Creativa

Curated by Wang Ruo Bing

Lanterna cinese. Progetto Vacanza - Foto di Sarah LEpée

Vacanza chinese lantern - Photo by Sarah L'Epée

Seven chinese artists

Lee TY Jeffrey

Pok Chong Boon

Sai Hua Kuan

Seah Yark Beow

Tan Poh Mui

Wang Ruobing

Wong Yvonne

Locandine del progetto Vacanza - Foto di Sarah LEpée

Vacanza Project's posters- Photo by Sarah L'Epée

Terminological notes

Vacanza is the italian word for the chinese Du Jia (in english Holiday)

But we must bear in mind that the literal translation of dùjis something like to spend  holidays.

Introduction to the project

The Vacanza Project is the result of a collaboration between seven Chinese artists and members of 33 Officina Creativa of Toffia (a little center in Sabina – Italy). A preponderant role in creating this artistic experience was played, in Toffia, by Alessandro and Giordano. Their main mediator was undoubtedly Ruo Wang Bing by the chinese side.

A first contact occurred in May, when Ruo Bing was selected to participate in 20eventi with some other young artists of the Ruskin School (Oxford University – London). On that occasion, in which even I got to know both the artist and the association of Toffia, was developed the idea of the project which would take place three months later, always in Toffia, but with more autonomy from 20eventi.

I was lucky enough to get involved in Vacanza just at the exhibit and critic level (i came at a time when the exhibition had already set up) starting from August 11th. My experience was dazzling.

In addition to a friendship that in a short time was consolidated with both the souls of the project (i mean the assosiation and the seven artists), I could go through the artist’s maze of their creative and philosophical concerns; but I also had to face and solve many organisational problems that happened in the various levels of the Project.

I am going, in this first article, to give a neutral report of what happened, then investigate more specific issues with other interventions. This series of articles (tagged with “vacanza”) will be, with the contribution of all comments, part of a work that must continue in various forms in agreement with 33 Officina Creativa and with seven chinese artists.

It’s important, not only for me and my personal memory, but for scientific knowledge of contemporary art, that an event like this does not fall into oblivion.

Vacanza

Vacanza was a residence and artistic project for the production of highly localized and participatory pieces. Vacanza was a very complex project but readble on multiple level; as such accessible to be able to integrate itself without contrasts with the concomitant popular festival “Let’s relive the Old Town”. In this festival was organized an extensive exhibition of craftsmen from all over Italy and dinners prepared and put on the table thanks to the extraordinary voluntary cooperation of a large number of residents (especially women and boys). In view of this, was the will of far-sighted artists and curators to amalgamate the individual works in the exhibition and put them in connection with the external environment through the “culinary code”.

As well as to raise various individual works, the culinary code was the medium for a collective performance which is completely open to the public, abandoning any modernist utopia of  objective and intellectualised observation. Although the latter, in fact, is not excluded, the enjoyment of their Cooking performance implies the complexity of their work that never placed in any way as an obstacle to fruition by an audience of non-professionals.

The bruschetta with olive oil and sausages were married in the will of the same visitors, as well as the intentions of artists, with the chicken curry and soy sauce. The more the climate created a festive atmosphere of openness and acceptance, the more you could appreciate the effort of the seven chinese artists (that, to tell the truth, have not saved at all in daily devote to the kitchen, to make spending to wash the dishes, to satisfy the curiosity of italian housewifes recipes of their meals …), to create chinese food with typical italian ingredients.

Comunicazione di Cooking performance

"Broadcasting" the event - Photo by Wang Ruo Bing

Assaggio per primo il Pane speziato fritto - Foto di Wang Ruo Bing

I taste some Hum Chin Peng - Photo by Wang Ruo Bing

The food offered for free and ritualised (every day from 18:00 to 20:00) easily obtained the esteem and confidence of local residents, tourists and artisans. Appreciated and sometimes paid back with gifts (as in the case of toffian beekeeper that gave us, including myself, a sample of his delicious honey).

The intercultural comparison work of the artists has never falls into the stereotypes and pointed, as only art can do, subtle differences and deep affinity between the places their roots are and the european fronds of their work.

I conclude with the words that Wang Ruo Bing has written as an introduction to their project:

A contemporary art exhibition in the historical medieval hilltop village of Toffia is not a new phenomenon for most tourists visiting from big cities, neither is it a surprise for local residents who have encountered the “20eventi” in last few years. Nevertheless, this contemporary art exhibition, “Du Jia” (Vacanza/Holiday), by artists from the Chinese diaspora is, indeed, an experimental and controversial attempt in fusing the two rich and enduring civilizations of Chinese and Medieval European culture. Art by Chinese artists has gathered great momentum in recent years, appearing throughout the international art scene since the 1990s, most frequently in the sophisticated big cities such as Roma, Berlin, London and New York.  In this sense, an exhibition of Chinese artists in the remote medieval village of Toffia is worthy of exploration.

Other than myself, no other participating artists had been to Toffia, even though we all had diverse prior contact with Italy such as having visited Venice Biennale. Nevertheless, this is not unusual, as many exhibitions bring artists to a particular region for the first time. But, when the photos of Toffia were shown to the artists at the beginning of the discussion on how to carry out the show, surprisingly the first perception of everyone is the seducement of a holiday. And this: the Vacanza conception of these members of the Chinese diaspora in viewing the medieval village Toffia, somehow, seemed to resonate with the local Italian conception of their own village.

Searching through Internet, it is not difficult to find Toffia described as a charming ancient medieval village, offering tourists not only incredible visual pleasure such as the untouched landscape of rolling hills, olive trees and wine groves, but also spoiling them with locally produced healthy vegetables, oil and delicious Italian cuisine. Only 30 miles north of Rome, Toffia was built on a wedge-shaped spur of rock with an obvious defensive purpose during the medieval period. The extraordinary position at the hilltop also bestows on Toffia a contemporary value. Today Toffia has less purpose as a place of residency than a suburban holiday resort supplying cultural and natural needs for the city dwellers nearby. Nor is this an isolated case: there are many such villages nearby experiencing similar circumstances, for example Farfa and Fara in Sabina.  And this is precisely the reason why the appearance of Toffia struck us collectively a temptingly like a Vacanza, even though we come from various social and political backgrounds.

Ho messo on-line le foto che raccontano l’esperienza del progetto Vacanza, di cui vi sto parlando analiticamente in una serie di articoli (che ho già pubblicato, che ho già scritto o che sto preparando).

Il primo è stato questo.

Nell’attesa dei seguenti, potete godervi la splendida serie di foto che hanno scattato e mi hanno concesso di pubblicare Sarah L’Epée e Wang Ruo Bing.

Le foto sono raccolte nella mia pagina di Panoramio. Potrete selezionarle cliccando sul tag “vacanza”.

Foto di Sarah LEpée

Foto di Sarah L'Epée

Foto di Wang Ruo Bing

Foto di Wang Ruo Bing