Archivi delle etichette: sapienza

Sto seguendo un corso di Fondamenti della Matematica (Sapienza), e mi ripropongo di raccogliere alcune riflesisoni che giungono a me da questa insolita ed esaltante esperienza.
Benché il mio impegno nell’affrontare questa disciplina non sia certo scanzonato, nessuno dei miei articoli di questa serie pretende di essere scientificamente valido, I miei spunti non devono essere considerati come critiche, ma solo come curiosità e riflessioni da parte di un inguaribile impiccione.

Durante la presentazione del corso, il prof. Bernardi ha chiarito che il programma del corso si incentra sull’illustrazione della teoria assiomatica (o razionale) degli insiemi.

Il primo passo è costituito dall’oltrepassamento della teoria ingenua (naive) degli insiemi, che viene vista come una tappa elementare e rudimentale; magari anche utile, ma non rigorosa.

Per far apire in che senso si opprrà una teoria assiomatica ad una ingenua degli insiemi, il professore esemplifica attraverso la distinzione tra geometria intuitiva e geometria assiomatica.

La geometria intuitiva parte dalle osservazioni, e crea un sistema utile a spiegare, ma non a dimostrare. Secondo questo sistema, una retta, ad esempio, è una linea lunga e dritta. La geometria assiomatica, invece, si pone come obiettivo quello di dimostrare gli argomenti comuni alla geometria intuitiva. La dimostrazione parte da risutati che già conosco, e che quindi precedono concettualmente gli argomenti in questione. Questi dati che assumo come base, sono i postulati, o assiomi.

La geometria assiomatica non spiega la natura della retta, ma la classifica come un oggetto che deve soddisfare a determinati postulati.

> Cosa ne pensano su Yahoo! Answer?

A questo punto io avrei due domande.

1) Il punto, ad esempio, è un elemento della geometria intuitiva o assiomatica? Nonostante la sua lampante raffigurabilià, esso è un concetto astratto, al di fuori (per definizione) di ogni umana percezione.

Per approfondire questo punto, rimando al seguente articolo di Francesco Lamendola, Euclide e il punto.

2)  Da dove giungono i postulati se non dalla osservazione? Forse la teoria intuitiva non è una evoluzione di quella intuitiva, bensì una sorta di astrazione simile non tanto a quella pittorica, quanto a quella razionalistico-cartesiana.

Pertanto, mi piace concludere, con un breve cenno al valore che per primo Locke ridà all’esperienza. Contro l’innatismo egli oppone il dato di fatto che, se davvero certe idee fossero innate nell’uono, esse si presneterbbero con carattere universlae e universalmente riconoscibile. A questo punto, la distinzione fra geometria intuitiva  e assiomatica non avrebbe ragione d’esistere, perché coinciderebbero. Ma il fatto è che in realtà non coincidono.

No man’s knowledge here can go beyond his experience

John Locke

John Locke

02/12/2008

Secondo Carla Subrizi, che cura il progetto e introduce questo primo appuntamento, le dislocazioni sono quelle degli spazi, ma anche degli artisti e dei pubblici. Un’articolazione complessa di interventi, conferenze ed appuntamenti per fondare un lavoro corale sul paesaggio. L’obiettivo è quello di rafforzare la consapevolezza della rilevanza sociale di questo tema: un tema che riguarda la sfera pubblica e chiunque sia interessato progettare una convivenza civile.
Il primo incontro si è tenuto presso la stanza 1 di Storia dell’arte (Sapienza), fra Luca Vitone e gli studenti.

Avvertenze

Le citazioni senza note sono tutte dell’artista. Va detto che gli appunti sono stati presi in diretta e senza l’ausilio di registratori, quindi in alcuni casi c’è il rischio che la citazione non sia del tutto letterale, ma posso comune assicurare la totale fedeltà.

Luca Vitone

Per informazioni generali sull’artista, rimando alle seguenti risorse che si trovano in rete

> http://www.artfacts.net/index.php/pageType/artistInfo/artist/2328/lang/1

> http://digilander.libero.it/biblioego/LucaVit.htm

> http://www.rollingstonemagazine.it/page.php?ID=1408

Il suo lavoro di artista inizia fra il 1987 e il 1988

Lavoro dell’artista, asserisce Vitone, “è un lavoro intellettuale particolare, che in Italia non trova un contesto culturale e sociale capace di sostenerlo”. Soprattutto agli inizi della sua carriera ha dovuto fare i conti con una estrema penuria di mezzi.

Anche a questo fatto materiale è dovuta la sua poetica, basata su un impiego di materiali privi di spessore economico. Quindi fotocopie, walkman,…

Altra origine del suo linguaggio artistico, oltre questa congiuntura socio-economica, viene individuata dall’artista: si tratta del consapevole riferimento all’opera di  Joseph Corner.

Philip Corner - Probabilmente la mostra di cui parla Vitone

Philip Corner, The piece of realityi for today - Probabilmente nella mostra di cui parla Vitone

Fu nel 1983 che vide una sua mostra. (quale?)

“Iniziai a costruire scatolette, imballarle con carte geografiche e collocare oggetti”, il tutto in modo privato, ma continuativo.

In Italia gli anni ottanta sono stati gli anni della pittura. Si veda la transavanguardia dalla fine dei settanta, patrocinata dall’unica influente grande rivista di arte contemporanea allora in circolazione: Flash Art di Politi.

Transavanguardia - De Maria, Il regno dei fiori

Transavanguardia - De Maria, Il regno dei fiori

“Io no; io, in questo ero simile a Corner, non usavo pennelli. E mi si poneva il dubbio su come proseguire la mia formazione. “«Che faccio, vado all’accademia? O all’università?», pensavo. L’Accedemia era infestata di pittori, ma nel 1985 mi sono iscritto a Brera, e in fin dei conti Fabro mi diede spunti molto interessanti”.

Tuttavia dopo poco tempo abbandonò Brera e si iscrisse al Dams, allora praticamente appena istituito, nell’unica sua sede, quella storica di Bologna.

Da cosa è costituita l’opera d’arte?

Per Vitone l’opera d’arte è costituita di due livelli.

Un primo livello, è quello dell’idea o dell’argomento. Si tratta del livello più facile e comune a tutti. Tutti hanno argomenti e idee che potenzialmente potrebbero fornire lo spunto o il contenuto di un’opera d’arte.

Quello che è arduo è la riflessione che l’artista fa sul linguaggio, sulla forma da dare a quel contenuto. E questo secondo livello deriva da una profonda conoscenza storica delle regole: è un po’ come lavorare all’interno di una libertà codificata. “L’artista gioca come un adolescente” al fine di contestualizzare la sua idea.

“Come avevo detto prima, al mio esordio l’Italia era in piena pittura (in Italia, mentre nei paesi anglosassoni il conceptual si evolveva diversamente). Quindi io ho pensato di tornare ad un grado zero dell’immagine: togliere colore, uscire dalla bidmiensinalità pittorica e lavorare sullo spazio con materiali il più invisibili o delicati possibili.

C’era anche da sviluppare un tema, riflettere su un argomento funzionale ad esprimere quello che volevo”. L’artista ha trovato il suo tema all’interno di se stesso, in una sua antica ossessione: quella delle carte geografiche.

La carta geografica non è solo il supporto che rappresenta il paesaggio, ma un contenitore di luoghi ed un riproduttore di luoghi che vengono abitati in maniera seconda. Attraverso la mappa geografica viviamo un esperienza raddoppiata e modificata dal sapere che le carte stesse ci hanno trasmesso. In questo processo retroattivo, noi operiamo un percorso conoscitivo dello sdoppiamento che siamo portati a vivere.

Breve elenco dei suoi lavori

Uno dei suoi primi lavori è stato Galleria pinta: fotocopie della planimetria, ingrandite fino a raggiungere le dimensioni reali e collocato in modo da aderire al suo referente.

Parte della Galleria Pinta

Parte della Galleria Pinta

Anche qui si fondono motivazioni personali, concettuali e strutturali. Le fotocopie rappresentavano, infatti, per Luca Vitone, il mezzo più economico e allo stesso tempo più spersonalizzante (almeno allora): grazie a questo mezzo, l’artista ha potuto ottenere quelLa duplicazione del luogo che ricercava. I visitatori non avevano rapporto diretto con i l luogo ma con la sua rappresentazione.

Quando l’artista dice della fotocopia: “il mezzo più spersonalizzante (almeno allora)”, accentua con il toNo della voce, l’“almeno allora”. Sarebbe stato logico chiedergli cosa ne pensasse dei media a disposizione oggi, ma per questa osservazione non c’è stato tempo.Second Life, e mi sarebbe piaciuto paragonare Galleria Pinta alla performance che era stata organizzata per Ars Electronica 2007 nella piazza…. Avrei voluto chiedergli cosa ne pensasse in particolar modo degli ambienti virtuali del tipo di quelli usati in Second Life.

“La cartografia è un convenzione usata per dominare il territorio: infatti è gestita dai militari, e i luoghi militari vengono spesso occultati nelle carte geografiche”.

Questa volontà di dominio associa la cartografia al linguaggio. Nell’intersezione fa questi due spazi c’è la toponomastica. Senza nomi non possiamo riconoscere il paesaggio. Così, in un altro suo lavoro, Luca Vitone ha cancellato manualmente (“in un epoca in cui non c’era ancora Photoshop!”) le parole sulle mappe, togliendo in questo modo le necessarie coordinate di leggibilità.

Solo con la nostra esperienza personale il luogo diventa un luogo vivibile. Da questa osservazione dell’artista mi viene da dire che, come nel liguaggio per Wittgenstein assume i suoi significati solo in base ai suoi usi, il senso del luogo deriva per Vitone dall’abitarlo.

“Nell’89 cercavo altri elementi di rappresentazione del luogo. Ho pensato di utilizzare musica. Tipica di un cultura materiale del luogo e veicolo di relazioni fra la gente”.

Di qui nasceranno vari progetti basati sulla musica popolare folk delle diverse regioni. Progetti che sono stati in grado di collocarsi a cavallo fra arte, antropologia, sociologia dei media ed etnomusicologia.

A Primo Piano Gallery eseguì un lavoro basato in maniera particolare su canti popolari lombardi. L’occasione era quella di una mostra collettiva in uno spazio, la Primo Piano, che si presentava come la contaminazione fra una galleria d’arte ed un locale notturno. Insieme a Luca Vitone, fra gli altri, espose Maurizio Cattelan, il quale aveva installato uno spioncino nella porta della toilette femminile.

Gli etnomusicologi (in contrapposizione ai musicologi) registrando queste forme musicali si riferiscono a non professionisti: arrangiamenti locali, voci registrate sul campo, con mezzi dell’epoca (specie anni 50). Autenticità deriva dal cantare male? Questa è un’aporia difficilmente risolvibile.

Fatto sta che l’installazione sonora di Vitone entrava in contrasto con la musica da discoteca del locale, e fu costretto (anche in malo modo) a rimuovere il proprio lavoro.

Riutilizzò lo stesso lavoro in un’altra galleria, apponendo una cartina della regione.

Poi, nel 1992, ha usato in una mostra al Gam 4 mensole con regioni diverse che creano caos sonoro. Tuttavia il caos lasciava spazio ad una fruizione di musiche distinte e riconoscibili quando l’istallazione veniva vissuta e, camminando vicino a ciascuna mensola, si potevano percepire le diverse musiche e collegarle alle rispettive regini di provenienza.

Oltre alla musica ho usato anche il cibo come prodotto tipico del luogo, pregno di memoria collettiva e individuale.

L’obiettivo di Vitone è creare relazioni e divulgare proprietà del luogo.

A Colonia, nella Galerie Christian Nagel, Luca Vitone ha fatto una mostra ospitando come coautori della mostra medesima alcuni membri della comunità Rom presente sul territorio. I nomadi avrebbero dato una diversa interpretazione del luogo: punto di vista necessarimanete diverso. La polarità che è stata creata è tra la fissità del luogo ed il luogo come tappa instabile di un movimento.

Nel ’98, a Milano, lavora a Wide City: un progetto rivolto e basato sugli stranieri presenti a Milano.in quest’opera Luca Vitone prende come riferimento l’architettura del grattacielo BBPR, simbolo laico che rimanda alla torre italiana, per distribuire carte geografiche e materiale informativo sulle attività straniere presenti in città.

Nel 2000, presso la PS1, realizza Hole. L’opera si presntava come un’attenta messa in scena di un lavoro di cantiere i cui operai avessero appena interrotto il lavoro. Perché gli operai se ne sono andati?

Dallo scavo lasciato incompiuto esce della musica. Si tratta, in realtà, di due musiche montate insieme: una traccia è una canzone degli indiani nativi del luogo; l’altra traccia è, invece, un canto tipico degli olandesi ai tempi del loro sbarco a Long Island.

Tra gli ultimi lavori, LucaVitone ci ha parlato della sua “regressione senile”. Infatti ha iniziato ad utilizzare, cosa che da giovane avrebbe ripudiato, delle tele. Ma che uso ne ha fatto? Un uso del tutto privo di soggettività. Un po’ sullo stile di Warhol, ha lasciato che sulle tele si imprimesse il segno del tempo (ruggine, polvere,…).

Conclusioni

Sulla base di quest’ultimo esempio, ho domandato all’artista

“Che consigli darebbe al restauratore che fra 100 anni si dovesse trovare alla sue tele polverose?”

“Non so dare risosta…

Magari basta aggiungere altra polvere, ma non credo che il restauratore filologo sarebbe d’accordo.

La deperibilità fa parte della nostra natura, ciò che è eterno mi annoia. Tuttavia non nego che in fondo l’artista sia lusingato dal fatto che le proprie opere conservino nel tempo memoria del proprio autore”.

Articoli correlati

> Progetto Vacanza, Cooking performance

.

> Articolo correlato (precedente)

> Blog correlato

Autoreferenziale di Emilio Fantin

Città universitaria: Polis o Civitas?

“La città universitaria. Cos’è quello spazio?…” ci siamo ripetutamente chiesti nel formulare il tema della mostra e nel comunicarlo all’esterno.

Viene chiama città. Ma a quale modello di città ci si riferisce chiamandola città? Secondo quale progetto urbanistico era stata essa progettata da Piacentini nel 1930?

Piano regolatore di Roma - 1931(fonte Kosmograph.com)

Piano regolatore di Roma - 1931 (fonte Kosmograph.com)

Secondo il piano, quei duecentoventimila metri quadri messi a disposizione per costruire la Città universitaria sarebbero stati strutturati nella riproposizione dell’“antico tema della piazza, strettamente legato al concetto dell’agorà e del foro”[1]. Il team di architetti diretto da Piacentini decise di convergere verso la ricerca di un equilibrio tra razionalismo e tradizione (la «via italiana al razionalismo»[2]), che sfociò in un progetto che si riferiva esplicitamente alla città antica. “Ho voluto, così, riprendere in un tema modernissimo il concetto della migliore tradizione urbanistica a noi derivata dalla antichità greco-romana e dal nostro Rinascimento. È la concezione dell’Agorà e del Foro, delle piazze quattro e cinquecentesche, cioè la espressione completa e complessa della nostra edilizia cittadina, che si traduce in questo nuovo organismo e perpetua in forme moderne lo spirito della civiltà antica”[3]. Una volta stabilito l’effettivo riferimento al modello di una città antica, il Foro o l’Agorà non ci permettono ancora di decidere se far rientrare la Città universitaria più nel modello della civitas romana o della polis greca. In questo modo potremo sapere su quale tessuto fisico e simbolico è andato consapevolmante ad operare Emilio Fantin.

-         “Il modello della polis è un sistema di città radicata nel luogo fisico della propria fondazione e nella cultura del popolo che ne ha delimitato i confini e creato le leggi”[4].

-        “Il modello di civitas è un sistema aperto: il modello di una città che si muove all’esterno delle proprie mura ed ha la vocazione a espandersi, crescere, includendo altri popoli, altre lingue ed altre religioni nel proprio sistema di potere politico , militare e economico”[5].

Probabilmente in essa ci si avvale di caratteristiche prese sia da una parte sia dall’altra.

La Città universitaria è indubbiamente «radicata nel luogo fisico della propria fondazione e nella cultura del popolo che ne ha delimitato i confini e creato le leggi». In questo senso è una polis. La sua legge è la scienza, e tutto quello che non sta nell’Università non è degno di aspirare a sapere accademico. Il suo spazio fisico combacia in questo senso con la chiusura del campo dei suoi saperi, i quali, benché tendenti all’universalità, sono assolutamente esclusivi nell’oggetto quanto nel metodo.

D’altra parte l’evoluzione dell’Università sta facendo vacillare questo modello, ed inserisce sempre più elementi della civitas. In questo senso è esemplare il caso di Scienze della Comunicazione, la quale Facoltà gode sia di una esternalizzazione fisica e di una certa estraneità accademica: come fosse una torre di avvistamento, una fortezza debole, dalla quale filtrano la maggior parte dei nuovi elementi che fino ad oggi non erano stati integrati nel sapere accademico. Da questo bastione di confine, uno dei più affollati dell’intero impero a dire il vero, proviene il canale privilegiato dell’apertura, e quindi dona all’Università stessa una nuova «vocazione a espandersi, includendo elementi provenienti da altre culture».

Pertanto, in questo nuovo equilibrio fra polis e civitas, la Città universitaria sta assumendo sempre più nettamente un nuovo tipo di spazio, lo spazio di una nuova interdisciplinarietà. Quello che sta diventando (e che fuoriXcorso ha contribuito a far diventare) il nuovo spazio universitario sia divenuto il luogo adeguato per l’arte: un grande laboratorio artistico che non necessita di un tempo o di uno spazio particolare per essere esposto, né di una letteratura specifica e scientifica per essere criticata.

fuoriXcorso è una esposizione collettiva ed integrata di arte contemporanea; una esposizione che è pensata per inserirsi nello spazio stesso che assume come oggetto: lo spazio (inter)disciplinare universitario.

Per capire in che modo questo avvenga, non basta tenere in considerazione la sempre maggior attenzione alla collaborazione interdisciplinare, né al successo del pensiero complesso[6]. Occorre tener presente che la logica dello sconfinamento è propria tanto dell’arte quanto del sapere racchiuso in un modello di città che non è più né quello della civitas né quello della polis, ma di entrambe. Sia chiuso sia aperto, con uno scarto insormontabile tra quello che si sa e quello che si potrebbe sapere; tra quello che si com-prende e quello che resta fuori.

Omaggio ad Aldo Moro - Foto di Sarah LEpée

Omaggio ad Aldo Moro - Foto di Sarah L'Epée

L’arte non mai è abbastanza. Il campo dell’arte non è mai sufficientemente ampio, e l’arte non si esaurisce mai nella scena in cui si mette. L’arte differisce, e tale diversità è data dal Mondo. In questo senso l’opera d’arte si dà nello scarto tra il Mondo ed il mondo esposto nell’opera. Più quello dell’arte diviene un sistema chiuso, più gli artisti mettono in campo tattiche di riappropriazione del Mondo.

La logica di tale riappropriazione, che potrei chiamare mi sembra con maggior precisione logica dello sconfinamento, fa si che anche nei casi in cui la debordazione avvenga in campi molto distanti, anzi, soprattutto in questi casi, si tratta sempre di un appropriazione di qualcosa che già era stato proprio: quindi sempre comunque di una ri-appropriazione.

Il ri- di questa –appropriazione è un elemento centrale nell’opera che Emilio Fantin ha pensato per fuoriXcorso. Si tratta di una interdisciplinarietà neutra che mira al ritorno verso una unità sapienziale piuttosto che ad un mantenimento delle discipline. Non è per la distruzione del sapere accumulato nella disciplina; non è un atteggiamento negativo (come quello di Bataille, inutile nel regime della comunicazione delineato da Perniola[7]), ma neutro e promiscuo (come quello di Blanchot). Ci aiuta a capire che non si deve necessariamente trattare di un rapporto di negazione della logica, ma neanche forzatamente di mera interdisciplinarietà.

Proprio Fantin si inserisce nello spazio neutro fra i campi e le specializzazioni della scienza. In questo modo la sua arte funge da spinta a restare in quello spazio neutro, attraverso la meditazione, tra i diversi saperi accumulati dalle diverse scienze.

Piranesi - Le carceri dinvenzione (fonte Wikipedia)

Piranesi - Le carceri d'invenzione (fonte Wikipedia)

Lo spazio dell’arte (che pongo, ma accetterò solo momentaneamente, come corrispettivo del campo nelle altre discipline scientifiche) si dissolve, ed in questo dissolversi non offre più alcun riferimento all’arte per individuare uno spazio che sia il suo proprio o proprio il suo (luogo deputato).

L’operazione artistica di Emilio Fantin non perpetua la disciplinarietà, ma la neutralizza. Lo spazio dell’arte è il framezzo, l’entre deux (come tra amici), caratterizza il neutro come esperienza limite. Questo spazio è – per Blanchot – quello della scrittura letteraria[8]: “questa si identifica con il neutro, perché è l’unico linguaggio che mettendo in gioco se stesso, crea al suo interno un rapporto non di identità, né di alterità, ma di differenza infinita”[9]. Ma il linguaggio che mette in gioco se stesso è, seppure in una accezzione più ampia, proprio l’obiettivo che Emilio Fantin perseguiva con la sua opera performativa e videoinstallativa.

Emanuele Sbardella


[1] Gloria Arditi G. e Cesare S., Giò Ponti. Venti cristalli di architettura, il Cardo, Venezia 1994. Estratto dal sito intenet http://www.mat.uniroma1.it/menu-script/apri-frames.cgi?num_frames=3&menu=altro&voce=5&lang=it.

D’altronde la progettazione avvenne in pieno regime fascista, e l’influenza si palesa anche da quanto Piacentini scrive sulla rivista da lui diretta, Architetture, nel 1935: “Nella primavera del 1932 il Capo del Governo mi chiamava all’altissimo compito di preparare il progetto della Città Universitaria, affidandomi la direzione dei lavori. Egli stesso mi assegnava i limiti e le caratteristiche del tema: innalzare i limiti del principale centro di studi del Mediterraneo, esprimendo in essa le più alte e moderne possibilità della tecnica costruttiva italiana. [...] Quasi a significare che il massimo Ateneo d’Italia doveva essere costruito con il contributo spirituale dell’intera Nazione, il Duce volle che chiamassi intorno a me alcuni giovani architetti, scelti tra i migliori di ogni regione d’Italia, suddividendo tra loro il vasto compito”.

[2] “L’idea della pittura murale o la plastica murale, rappresentata con tendenze così diverse all’interno del salone d’onore e dei vari padiglioni [si parla della Triennale del 1933, giunta alla sua quinta edizione, per la prima volta tenutasi a Milano, ed organizzata dallo stesso Sironi che due ani dopo eseguirà l’affresco nel Rettorato L’Italia tra le Arti e le Scienze] ricercava, in un espressione monumentale e nell’accordo con l’architettura, una funzione pubblica, coerente con l’estrema illusione di un processo di modernizzazione dell’Italia. Il dibattito, che all’epoca impegno politici ed artisti a livelli culturali ed ideologici diversi, ci rivela le differenti posizioni all’interno del regime,e soprattutto la volontà da parte degli artisti sressi di contribuire con la realizzazione delle loro opere ad affermare un’idea dell’arte italiana, sensibile al rinnovamento internazionale degli ultimi venti anni, ma radicata nei valori profondi della sua tradizione” (Lux Simonetta, Coen Ester, Introduzione al catalogo della mostra 1935. Gli artisti nell’università, Multigrafica Editrice, Roma, p. 13)

[3] Piacentini, cit. in Presta C., L’Architettura per la matematica: la Scuola di Matematica a Città Universitaria di Roma. Articolo scaricato da http://www.emis.ams.org/journals/NNJ/Presta-it.html

[4] Abruzzese A., Mancini P., Sociologie della comunicazione, Editori Laterza, Roma-Bari 2007, p. 42.

[5] Ibidem.

[6] Morin: “La spiegazione delle circostanze, la comprensione della complessità umana del divenire del mondo richiedono un pensiero che trascenda l’ordine dei saperi costituiti e la banalità del discorso accademico” Educare per l’era planetaria, Armando editore, Roma 2004, p. 31.

[7] Nota 8.

[8] Solo la scrittura letteraria? Ad ogni mdo quello che contava per Blanchot era la caratteristica dell’autoreferenzialità, in quanto portatrice di una infinita possibilità di differenziazione dell’identico.

[9] Perniola M., Estetica de novecento, p. 177.

[10] Heidegger M., Osservazioni su arte – spazio – scultura, Op. cit.

[11] p. 19.

[12] p. 21.

[13] Elemento che, secondo Heidegger, accomuna la società occidentale della polis greca con quella dell’era atomica.

[14] p. 21.

[15] p. 21.

[16] p. 23.

[17] Si vedano le mie conclusioni al capitolo Arte contemporanea fra idiozia  e filosofia.

[18] Kosuth J., L’arte dopo la filosofia, p. 36.

[19] Fare spazio, räumen, sfoltire, render libero. In opposizione a questo fare spazio sconfinante, l’inclusione di Kosuth è, invece, di riempimento ed accumulazione.

[20] Nel dibattito che ha avuto luogo il 31 ottobre del 1997 tra lui Sabrina Mezzaqui, Cesare Pietroiusti e Marco Vaglieri, nell’ambito del convegno Come faccio a spiegare a mia madre che quello che faccio serve a qualcosa,  Emilio Fantin ha concluso un discorso sull’arte relazionale in questi termini: «Non vi sembra che questi due termini, relazione ed interazione, non corrispondano più oggi alle tematiche che si vorrebbero discutere? Voglio dire che mi semrano termini che hanno fatto il loro tempo: appartengono ad un linguaggio scientifico ed artistico che ha avuto la sua centralità negli anni ‘60/’70. Ora, alle porte del terzo millennio, credo che sia necessario rinnovare il  linguaggio. Il termine «relazione», infatti, mi dà l’idea di un inontro dialettico di tipo fisico, e «interazione» mi ricorda le particelle. Invece penso che l’uomo del futuro, l’artista (se esisterà ancora), cominci ad avere una coscienza di sé tale da riuscire a lavorare un materia non più fisica ma a-fisica».

[21] Si veda il capitolo La meraviglia infinita.

[22] Kosuth, L’arte dopo la filosofia, op. cit., p. 17.

[23] Ibidem, p. 17.

[24] p. 29.

[25] p. 30, grassetto mio.

La mostra fuoriXcorso si colloca all’interno di un periodo molto vivo della Sapienza Università di Roma.

Il mese di luglio, infatti, vedrà fermentare per la quarta edizione consecutiva la Sapienza, grazie agli eventi promossi nell’ambito di Estate alla Sapienza.

Estate alla Sapienza - 2008

Estate alla Sapienza - 2008

Dal sito istituzionale della Sapienza Università di Roma:

La Sapienza rinnova l’appuntamento con gli eventi estivi, nell’ambito della programmazione dell’Estate romana.

L’università più grande d’Europa apre le porte alla quarta edizione di Estate alla Sapienza, dando spazio ai giovani artisti emergenti e alle iniziative degli studenti. Dal 3 al 27 luglio, la città universitaria si trasforma in un grande palcoscenico: manifestazioni dedicate alla musica, al teatro, alla poesia, alla fotografia e alla divulgazione di scienza e cultura.

Alcuni link dell’evento:

> Sito ufficiale dell’evnto Estate in Sapienza

> MySpace di Estate alla Sapienza

> My Open City

> Uni Magazine

> Sapienza News

> Roma One

> Blog di Specchio Incerto

Il 10 luglio, in concomitanza con l’inaugurazione della mostra fuoriXcorso;

il calendario della rassegna universitaria ( Estate alla Sapienza ) prevede:

- ore 19:00
| Anna Oliverio Ferraris, SINDROME DI LOLITA, ed.
| Minverva Dibattiti

- ore 22:30
| Bertolt Brecht, OPERA DA TRE SOLDI, esegue MuSa Classica
| Minerva Teatro

- ore 21:00
| Short’s Monday Night Orquestra
| Festival Esperanto

- ore 23:00
| ROM
| RINASCITA SUONA

- ore 21:00
| RAMPA DI LANCIO: Cinico Disincanto presenta Tecnosospiri e chiazzetta
| Sapienza Musica
————-
| urban pressure – dj soundtherapy + dj jl
| dj-set – ore 24:00

fuoriXcorso logo

fuoriXcorso,

ovvero come alcuni artisti leggono lo spazio della città dei saperi

Giovedì 10 luglio 2008, alle ore 18:30, il MLAC – Museo Laboratorio di Arte Contemporanea, Sapienza Università di Roma ospita la mostra fuoriXcorso. Ovvero come alcuni artisti leggono lo spazio della città dei saperi.

La città universitaria. Chi sono gli abitanti di questo spazio universale del sapere, di questa realtà in continuo mutamento che sconfina oltre i propri limiti architettonici? Perché passano di qui? Quali sono i sogni, le aspettative, le relazioni che li legano? Questi sono gli interrogativi a cui la mostra fuoriXcorso si propone di dare una serie di possibili risposte.

Gli artisti sono stati chiamati a dare la loro interpretazione della città universitaria: una città nella città, uno spazio inteso come luogo fisico e simbolico. Gli artisti hanno lavorato sui saperi e sulle sensazioni che circolano in questo luogo, sperimentando situazioni diverse, creando nuovi spazi, nuove forme, nuovi linguaggi. La mostra consiste in un atto critico, e trova la sua naturale evoluzione in un contesto che fa della ricerca uno strumento essenziale di conoscenza.

Ciascun curatore ha individuato l’artista che riteneva più idoneo a interpretare il tema della mostra affiancandolo nelle fasi di realizzazione del progetto.

Io mi sono occupato sia della cura dei lavori di Emilio Fantin, sia di quello di Cesare Pietroiusti.

> Ho curato la messa in scena delle performance di Cesare Pietroiusti. La sua opera, Una risposta ad ogni domanda, consiste in un’azione che avrà luogo a partire dalle ore 13.30 nel Porticato del Palazzo del Rettorato, e che si presenterà in diversi modi nei giorni successivi.

Dalle ore 13:30 siete tutti invitati a parlare con l’artista, e porgli qualsiasi tipo di domanda!

> Ho, inoltre, curato una performance che Emilio Fantin ha realizzato a cavallo tra arte e logica. La sua esposizione sarà dislocata fra gli spazi del MLAC ed il Dipartimento di Matematica. Nell’ambito di questo specifico progetto ho realizzato un apposito blog (http:www.selfreference.wordpress.com) nel quale far continuare il dibattito che si era creato dutante a sua azione, inserire foto e documenti vari, far lasciare durante il periodo dell’esposizione, il commento dei visitatori.

fuoriXcorso invito

Anna D’Andrea ha curato l’operazione artistica di Gea Casolaro che ha realizzato l’opera collettiva Percorsi identitari, in collaborazione con alcuni studenti della Sapienza. Francesca Taurino ha curato l’intervento di Valerio Faggioni, artista-compositore il cui progetto mira a combinare la componente visuale a quella sonora, con l’intento di realizzare un’arte interattiva che faccia dell’osservatore parte integrante dell’opera. Francesca Ghirra ha curato il progetto di Sükran Moral incentrato sul tema del diritto allo studio, in un’accezione diversa dal consueto. Il giorno dell’inaugurazione l’artista realizzerà una performace negli spazi del Museo Laboratorio. Gabriele Pesci ha collaborato alla realizzazione del progetto artistico-curatoriale di Eva Bellini. Il progetto si interroga sulla possibilità dell’evento espositivo di instaurare una relazione con il pubblico, attraverso una verifica sul campo i cui esiti saranno esposti nel corso della mostra.

A pochi giorni (inaugura giovedì 10 luglio) dalla mostra fuoriXcorso, ho raccolto da Flickr e da Panoramio quelle che mi sembravano le foto più particolari e rappresentative di quella stessa città universitaria che andiamo a “fotografare” anche noi con la nostra mostra, fuoriXcorso.

I Marinari (Flickr) ha scattato la foto “La Sapienza del Papa”

__________________

LucaCaOs (Flickr) ha scattato la foto “Sapienza”

__________________

Visionet (Flickr) ha scattato la foto “La Sapienza…”

__________________

Fabrizio Dal Passo (Panoramio) ha scattato la foto “La Sapienza Entrance”

__________________

Fabrizio Dal Passo (Panoramio) ha scattato la foto “La Sapienza”

——————

FotoRita ha scattato la foto “University La Sapienza”

fuoriXcorso logo

fuoriXcorso,

ovvero come alcuni artisti leggono lo spazio della città dei saperi

Giovedì 10 luglio 2008, alle ore 18:30, il MLAC – Museo Laboratorio di Arte Contemporanea, Sapienza Università di Roma ospita la mostra fuoriXcorso. Ovvero come alcuni artisti leggono lo spazio della città dei saperi.

La città universitaria. Chi sono gli abitanti di questo spazio universale del sapere, di questa realtà in continuo mutamento che sconfina oltre i propri limiti architettonici? Perché passano di qui? Quali sono i sogni, le aspettative, le relazioni che li legano? Questi sono gli interrogativi a cui la mostra fuoriXcorso si propone di dare una serie di possibili risposte.

Gli artisti sono stati chiamati a dare la loro interpretazione della città universitaria: una città nella città, uno spazio inteso come luogo fisico e simbolico. Gli artisti hanno lavorato sui saperi e sulle sensazioni che circolano in questo luogo, sperimentando situazioni diverse, creando nuovi spazi, nuove forme, nuovi linguaggi. La mostra consiste in un atto critico, e trova la sua naturale evoluzione in un contesto che fa della ricerca uno strumento essenziale di conoscenza.

Ciascun curatore ha individuato l’artista che riteneva più idoneo a interpretare il tema della mostra affiancandolo nelle fasi di realizzazione del progetto.

Io mi sono occupato sia della cura dei lavori di Emilio Fantin, sia di quello di Cesare Pietroiusti.

> Ho curato la messa in scena delle performance di Cesare Pietroiusti. La sua opera, Una risposta ad ogni domanda, consiste in un’azione che avrà luogo a partire dalle ore 13.30 nel Porticato del Palazzo del Rettorato, e che si presenterà in diversi modi nei giorni successivi.

Dalle ore 13:30 siete tutti invitati a parlare con l’artista, e porgli qualsiasi tipo di domanda!

> Ho, inoltre, curato una performance che Emilio Fantin ha realizzato a cavallo tra arte e logica. La sua esposizione sarà dislocata fra gli spazi del MLAC ed il Dipartimento di Matematica. Nell’ambito di questo specifico progetto ho realizzato un apposito blog (http:www.selfreference.wordpress.com) nel quale far continuare il dibattito che si era creato dutante a sua azione, inserire foto e documenti vari, far lasciare durante il periodo dell’esposizione, il commento dei visitatori.

fuoriXcorso invito

Anna D’Andrea ha curato l’operazione artistica di Gea Casolaro che ha realizzato l’opera collettiva Percorsi identitari, in collaborazione con alcuni studenti della Sapienza. Francesca Taurino ha curato l’intervento di Valerio Faggioni, artista-compositore il cui progetto mira a combinare la componente visuale a quella sonora, con l’intento di realizzare un’arte interattiva che faccia dell’osservatore parte integrante dell’opera. Francesca Ghirra ha curato il progetto di Sükran Moral incentrato sul tema del diritto allo studio, in un’accezione diversa dal consueto. Il giorno dell’inaugurazione l’artista realizzerà una performace negli spazi del Museo Laboratorio. Gabriele Pesci ha collaborato alla realizzazione del progetto artistico-curatoriale di Eva Bellini. Il progetto si interroga sulla possibilità dell’evento espositivo di instaurare una relazione con il pubblico, attraverso una verifica sul campo i cui esiti saranno esposti nel corso della mostra.