discorsiXcorsi_presento Fantin (La meraviglia infinita)

La mia introduzione all’intervento di Fantin

La meraviglia infinita

Non è dovuto al fatto che ci troviamo a parlare di arte nelle aule di questa università (Sapienza) o di questa particolare facoltà (Lettere e filosofia) che inizio con il parlare di filosofia, la quale disciplina, secondo Aristotele, tende al conseguimento della sapienza a prescindere da qualsiasi altro fine pratico.

Essa, sempre secondo Aristotele, ricerca una forma di conoscenza per la conoscenza e

“per nessun vantaggio che sia estraneo ad essa; e, anzi, è evidente che, come diciamo uomo libero colui che è fine a se stesso e non è asservito ad altri, così questa sola, infatti, è fine a se stessa. […] Tutte le altre scienze saranno più necessarie di questa, ma nessuna sarà superiore”.

È curioso notare che un artista cardine del novecento individui una precisa funzione all’arte del suo tempo nel superamento della filosofia, e che tuttavia la nuova artevecchia filosofia. (Ecco, quindi, a cosa era dovuto il mio incipit sullo statuto della sapienza e della filosofia). abbia le medesime funzioni della

Prendiamo in mano il testo di Joseph Kosuth, tenendo bene a mente quanto letto poc’anzi da quello di Aristotele.

“È implicita nel carattere unico dell’arte la sua capacità di restare al di fuori dei giudizi filosofici. In questo conteso, dunque, l’arte presenta somiglianze con la logica, la matematica, nonché con la scienza. Ma, mentre le altre discipline sono utili, l’arte no lo è. L’arte, invero, esiste per se stessa”.

L’arte supera, quindi, la filosofia mantenendo la mira al conseguimento di un medesimo obiettivo essenziale?

Parlare di tale incongruo superamento, è ciò che vorrei incominciare a fare in questa tavola rotonda.

• Liberazione. La libertà (o meglio, la carica “liberante”) di cui si fa carico il filosofo o l’artista

• Gratuità. Il produrre un attività apparentemente superflua, in quanto non utilitaristica

• Rivoluzione. La volontà di svolgere aprioristicamente una’attività che intende legittimarsi a posteriori attraverso la modificazione del contesto nel quale si inserisce

• Superiorità. Il vaneggiamento della superiorità di tale contesto di appartenenza (arte o filosofia, in generale) rispetto agli altri campi del vissuto umano, o anche alle altre discipline

Per farlo, comincio con l’individuare i punti di contatto tra la filosofia per Aristotele e l’arte per Kosuth.

Tali punti in comune potrebbero essere:

• La libertà (o meglio, la carica “liberante”) di cui si fa carico il filosofo o l’artista

• Il produrre un attività apparentemente superflua, in quanto non utilitaristica

• La volontà di svolgere aprioristicamente una’attività che intende legittimarsi a posteriori attraverso la modificazione del contesto nel quale si inserisce

• Il vaneggiamento della superiorità di tale contesto di appartenenza (arte o filosofia, in generale) rispetto agli altri campi del vissuto umano, o anche alle altre discipline

Per questioni di tempo ci accontentiamo di Aristotele e Kosuth, e non andremo oltre nell’appurare la vicinanza teorica che crea il nostro paradosso.

Giunti a questa considerazione preliminare sarà importante andare ad analizzare l’origine del filosofare, per tornare così a ritroso verso l’origine dell’arte (ammesso ce ne sia una), per poi sviscerare, insieme a Fantin, quel paradosso iniziale e tematizzarlo nel rapporto tra arte ed università (o della contestualizzazione scientifica dell’arte).

Riprendiamo, quindi, sempre secondo la nota impostazione dell’antico filosofo che oggi sto assumendo quale punto di riferimento, il discorso sull’origine del filosofare.

Ogni filosofo, parafraso Aristotele (per non citarlo in continuazione), è mosso dal senso di meraviglia che scaturisce dall’osservazione di un mondo (o di un aspetto del mondo) che per la prima volta capisce di non capire; il filosofo si scopre tale nel momento in cui percepisce (e ne resta meravigliato), la propria estraneità rispetto a ciò che gli era sempre parso come assolutamente familiare (heimlich, in tedesco).

Ma la meraviglia che caratterizza il dialogo filosofico (e, secondo me, e anche artistico) non è solo dovuta o riferita all’oggetto ricercato/osservato, ma anche al soggetto investigante, che inizia a riflettere su se stesso nello stesso momento in cui riflette sull’oggetto. L’oggetto che desta meraviglia, desta per così dire, il soggetto stesso. (È proprio in ambito della filosofia greca che nasce, ad esempio Lacan parla di Socrate, l’uomo moderno. Sarà con la fine della modernità che questi due momenti verranno riconosciuti come non separabili).

Il filosofare, come il ricercare scientifico ed il fare artistico, quindi, scaturiscono da una meraviglia soggettiva (implicante anche la scoperta di se stessi) (come poi questa soggettività si sia evoluta nella scienza moderna è un argomento che non tratteremo oggi).

Così, ad esempio, il metodo goethiano dello streben, il cercare, l’aspirare, il tentativo continuato di superare i propri limiti.

La meraviglia che caratterizza ogni streben è forse l’elemento che travalica le diatribe interdisciplinari e che non implica solo l’esperienza diretta di qualcosa di meraviglioso o perturbante, ma anche uno studio sui meccanismi della meraviglia o di fenomeni meravigliosi che continuano ad alimentare le mitologie contemporanee.

Il paradosso iniziale di un’arte che supera la filosofia rimanendo sulle stesse posizioni teoriche, si spiega, secondo me, così:

L’arte supera la filosofia in quanto, agli occhi di Kosuth, miscela alla teoria (del filosofo) la prassi (dell’antropologo).

Effettivamente, però, l’arte rimane inchiodata sulle posizioni filosofiche alle quali è costretta a tornare in circolo se non si rende conto che non è la meraviglia o lo streben che la distingue dalla filosofia.

Ciò che distingue l’arte dalla filosofia è l’indeterminatezza con la quale essa affronta la meraviglia, rompendone la circolarità del ritorno sul medesimo aggancio teorico, accettandone l’assenza di un fine. Questo la rende in-finita (distinguendola ancora oggi, a mio parere, dalla meraviglia dello scienziato o del filosofo, la cui meraviglia ha un fine posto a priori dallo scopo della propria ricerca. Lo scienziato ricerca perché vuole scoprire il meccanismo che lo meraviglia; il filosofo si interroga perché vuole scoprire l’essenza di ciò che lo meraviglia. Perché l’artista fa, agisce? Certo non per lo stesso motivo per cui il baco fa la seta!).

Preparando questo incontro a casa di Fantin, davanti ad una buona tazza di tè caldo, si parlava di arte ed artisti senza dio. Si ragionava sul fatto che arte e scienza da un certo momento storico hanno assunto percorsi contrastanti, eppure appaiono accomunate da un medesimo processo di secolarizzazione, vale a dire che esse appaiono sganciate da un riferimento al valore ultimo della metafisica che storicamente si è incarnato in dio.

L’idea di dio, pur se di essa non resta che una versione formato tascabile, è – secondo Fantin – un’ideuzza che fa accomodare chi la fa propria su una posizione statica che poco si concilia con il viaggio e la scoperta così tipiche del fare artistico. Gli artisti che accettano, più o meno esplicitamente, questa posizione statica si identificano in dio come modello di creazione.

“È una faccenda che si risolve tra lui e la sua opera. Tutto il mondo si esaurisce in questo… un rapporto solipsistico intollerante di qualsiasi imprevisto, di qualsiasi rischio, di ogni apparire di qualche taumaturgia anomala. […] L’artista come tutti gli altri fedeli si prostra nella liturgia del consumo, devoto al turn over, orante dell’efficace litania del copyright, esuberante nella sua adesione all’international style”.

L’artista senza dio, invece, appare come una forma di anomalìa sociale, un antiprofessionista dichiarato.

Vorrei che Fantin ci parlasse di come, dal puto di vista interno, l’essenziale antiprofessionalità dell’arte si contestualizza in un’istituzione tesa alla formazione professionale.

Su questo vorrei interrogare Fantin, per sapere come egli (artista in itinere senza meta, senza dio – come si definisce) si collochi nel suo tentativo di meravigliare, rispetto alla richiesta del museo di farlo dialogare con l’ambito scientifico.

Come si conciliano, quindi, la finitezza e l’in-finitezza della meraviglia?

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