discorsiXcorsi_presento Pietroiusti (Volevo fare l’artista)

La mia introduzione all’intervento di Pietroiusti

Volevo fare l’artista

Secondo Chesterton:

«Il temperamento artistico è una malattia che affligge i dilettanti».

Scopo di questo discorso con in qui presente Cesare Pietroiusti sarà in primo luogo di capire in che senso egli rovesci la questione posta dallo scrittore inglese.

Non credo di sbagliare presumendo che Pietroiusti modificherebbe i termini di quella citazione facendola suonare come:

«Il dilettantismo è una qualità che caratterizza gli artisti»!

L’artista, in quanto dilettante, esce dal circolo manageriale della produttività, della specializzazione e degli obiettivi SMART. In questo modo gli è concesso di perlustrare qualsiasi tipo di medium (dalla stampa a caratteri mobili al linguaggio come casa dell’essere), scoprendo in esso lati inattesi e nascosti (e sappiamo che spesso ciò che è nascosto, ci è nascosto, e nasconde un elemento di verità che ci è sempre appartenuto). Tale scoperta (termine, scoperta, che uso in evidente volgarizzazione del disvelamentoalétheia) contribuisce a disegnare, oltre la mera strumentalità del mondo, una dimensione più umana e meno umanista dell’abitare il pianeta. heideggeriano, che usa il termine greco di

Chiaramente non solo all’artista è concessa tale prerogativa (ho, a questo punto, evidentemente abbandonato i termini heideggeriani). Già alcuni filosofi la fecero propria; e tra questi troviamo Voltaire, il quale scriveva (e nell’ambito di questa tavola rotonda non poteva non venir citato):

Le università furono istituite per il progresso delle scienze, ma non si poté mai conoscere nulla se non compiendo percorsi opposti a quelli delle università, perché queste avevano istituito soltanto delle scuole d’opinioni errate. (Voltaire, Quaderni)

Riterrei, pertanto, opportuno basare questo discorso con Pietroiusti sul modello della conversazione, per come questa è vista proprio dallo stesso philosophe, quando nei suoi Quaderni la descrive così:

Conversare è comunicare le nostre debolezze.

Nel conversare con Pietroiusti, quindi, non voglio nascondere quell’insieme di perplessità, di dubbi, di ripensamenti e di lacune le quali, insieme a quelle di cui non mi rendo nemmeno conto, costituiscono le mie debolezze. Per presentare Pietroiusti spogliandomi del mio ruolo di curatore competente sarei stato tentato di copiare il lavoro di presentazione diligentemente stilato da Elisabetta Fabrizi per la mostra Democracy!, una ragazza, l’unica italiana, di un gruppo di giovani curatori che si trovarono nella nostra stessa situazione circa sette anni fa, in un master gemello svoltosi presso il Royal College of art.

Sarei stato tentato, dicevo, ma non l’ho fatto. (Che sia bastato il pensiero?) Non l’ho fatto per non attirarmi le ire di chi deve dimostrare, attraverso le competenze da me acquisite (di cui in questo momento io dovrei dar pubblico saggio), che il corso di master sia riuscito a formare un professionista del contemporaneo, un tecnico della cura critica.

Ho scelto un’altra strada, per alcuni versi simile, ma più facilmente digeribile in quanto sembra recitare un copione già scritto: quello del curatore che finge di andare oltre la semplice relazione con l’artista e ne usurpa (sempre nella finzione) il trono. Più digeribile, azzardo, perché prevede uno sconfinamento accettato, in quanto rientra nei margini di sicurezza posti alla guardia del rispetto dei ruoli e delle competenze, in quanto c’è sempre lo scampo ed il rifugio della finzione (non certo giunta ancora ad una sana e nihilistica derelizzazione): sono un curatore che gioca a fare l’artista chiamando un artista (acclamato, vero, autentico, verace) a fare il curatore, e lo faccio ri-utilizzando un suo linguaggio. Questa strada può venir meglio compresa in quanto rientra, o sembra rientrare, nella logica del ready-made, dell’appropriazione ed in quanto la soggettività sottesa è sempre inquadrabile in una funzione (non matematica, o non proprio, forse non ancora) che è quella del curatore (un curatore un po’ scherzoso, carnevalesco, forse, ma pur sempre un curatore). Classico caso di un curatore che voleva fare l’artista, forse.

Pietroiusti è un artista che mette spesso in discussione il ruolo dell’istituzione e, implicitamente, del curatore proponendo inversione di ruoli (come far fare al curatore, per esempio, cose che tradizionalmente spetterebbero all’artista) (mi riferisco, in particolare al lavoro che Pietroiusti ha presentato per la mostra organizzato dal succitato master).

Ho voluto vedere, con questo piccolo esperimento, cosa succede se ci si lascia andare all’evento limite in cui il curatore non oppone più alcuna resistenza.

Cosa succede, insomma, quando non è più l’artista a giocare ad invertire i ruoli? Cosa succede quando è il curatore a proporre questo scambio?

La strada che ho scelto è stata sostanzialmente di far fare all’artista quello che avrei dovuto fare io, quindi di scrivere la sua presentazione e parlare delle problematiche curatoriali specifiche di una mostra che si svolge nell’università e sull’università (su un università in grado di inglobare ed assorbire una mostra come questa).

A questo punto manca solo che io compia quel che resta del mio dovere … vale a dire:

La re-citazione di un lavoro altrui. (È poi così diverso dall’altra strada?)

biografia pietroiusti

Annunci

Un pensiero riguardo “discorsiXcorsi_presento Pietroiusti (Volevo fare l’artista)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...