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Due articoli per strutturare un intervento sul saggio di Mario Perniola, Verso un cinema filosofico.
Nel primo ho introdotto alcune riflessioni che avevo già fatto nel passato, riassumendo il punto di vista e fornendo un’applicazione della teoria al caso pratico di un recente film dei Fratelli Coen, 2007.
Nel secondo effettuerò una critica più sostanziale al testo del filosofo italiano

Mario Perniola, David Lynch e l’aspetto diegetico del cinema

Punto di partenza di Verso un cinema filosofico è la constatazione dell’intrinseca tensione filosofica propria del cinema, e che il cinema suscita negli spettatori (temi quali conoscenza e rappresentazione, verità e realtà…). Mi limito a segnalare uno solo dei possibili esempi: l’analisi filosofica di Matrix condotta da Diego Fusaro…

La questione che Perniola rende centrale nel suo saggio è, invece: può il cinema, in quanto cinema, aprire lo spazio per un nuovo tipo di discorso filosofico? Se Heidegger, a questo quesito, risponderebbe con una recisa negazione, Perniola apre a diverse possibili soluzioni (le quali rimandano sia al Sex Appeal che ad altri saggi contenuti in L’arte e la sua ombra; in particolare il tema del resto e della differenza)

Piattaforma di partenza per la sua apertura ad un cinema filosofico è la constatazione e l’auspicio che l’aspetto documentaristico stia riemergendo con vigore dopo la lunga narcosi imposta dalla narrazione spettacolare. Il presupposto è, per Perniola, un tipo di film che non sia “meramente didattico, parenetico o propagandistico” (p. 50).
A questo proposito vorrei lanciare una prima suggestione:
Si può dire che Perniola prefiguri un ritorno ai Lumière dopo il regno di Méliès?

Lumière

Meliès


A partire da questo presupposto, la questione si formula, sotto la penna di Mario Perniola, nel modo seguente: “Accanto a un pensiero linguistico esiste un pensiero visivo, sonoro, rituale, spaziale?” (p. 50).
Perniola trova i prolegomeni di questo linguaggio in A Lisbon Story di Wim Wenders. Qui, infatti, il linguaggio cinematografico si stacca dalla soggettività del Serafino Gubbio di turno ed aspira ad una soggettività, per così dire, diffusa (che, alla fine del saggio, sarà descritta come un “sentire impersonale e in sospensione”).
A questo proposito voglio solo fare due annotazioni.

Innanzitutto indicare in Vertov (e, in anticipazione negatrice, anche Pirandello) un precursore.

Secondopoi indicare nel surrealismo il riferimento tecnico. La scena descritta da Perniola, infatti, non è altro che frutto dell’automatismo surrealista applicato al cinematografo. Quindi lancio l’ipotesi che non si tratti di scovare il pensiero visivo, ma ancora una volta, l’inconscio visivo. Il passaggio è lo stesso, insomma, di quello delineato dall’inconscio linguistico (fondato da Freud) all’inconscio ottico (ricercato dai Breton).

Ma che cos’è il cinema surrealista? Può ad esempio Lynch essere considerato un tardo surrealista? Me ne occuperò presto, in un altro articolo.

Per ora mi accingo a chiudere con le critiche finali al testo di Mario Perniola.
Mi sembra che il maggiore punto di debolezza del saggio di Mario Perniola stia nella decisa contrapposizione che egli instaura sin dall’inizio tra mimetico e diegetico.
Si può opporre il mimetico a diegetico come fa Perniola?
A me sembra che questi due termini si collochino a due livelli diversi di generalità e che l’uno (mimetico) sia una categoria dell’altro (diegetico). Infatti, la diegesi può essere mimetica o non mimetica; mente una mimesi non può non essere diegetica (a meno che non si intenda enfatizzare la linearità della diegesi; ma allora sarebbe stato meglio opporla, come fa Ricoeur, alla configurazione!).

Un’altra critica si può muovere alla stessa questione, da un altro punto di vista. Infatti non è irresponsabile affermare che tutto il diegetico è documentaristico. Non solo, infatti, sempre di più il cinema di finzione viene oggi utilizzato come documento storico, ma inoltre, molti registi sarebbero pronti a sottoscrivere la seguente affermazione di David Lynch: “ogni film rispecchia il mondo, e anche un film storico – cito a memoria – parla più del mondo attuale che di quello custodito nella referenza”.

Infine, credo si debba dire un’ultima cosa.

“La riduzione dell’importanza dell’aspetto diegetico”, che è il punto di partenza del cinema filosofico, non equivale ad un proporzionale aumento della’spetto mimetico.

Anzi, mi sembra che i migliori prodotti di un cinema protofilosofico ottengano i risultati più importanti frequentando il campo metadiegetico piuttosto che quello mimetico.
Come accade, ad esempio, in Mulholland Dr., ma ancor prima, in modo strabiliante, in Otto e 1/2.

Vi saluto con il trailer di Mulholland Dr.

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One thought on “Cinema_Mario Perniola /Verso un cinema filosofico/ II

  1. Ciao Mèle, scusa se non commento adeguatamente però non ho proprio avuto il tempo… Dovrei avere la possibilità di farlo da Venezia (se il sito dell’ostello non mi ha mentito). Non ho potuto nemmeno rispondere il tuo ricchissimo commento, e questo veramente è colpa mia perchè mi sono messo a scrivere sul tacquino una cosa organica per risponderti, ma alla fine, ormai, devo scappare!
    Ci sentiamo presto, se ti senti solo chiamami pure! A presto!

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