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24 marzo 2009

Sono le 9:30, e mi ritrovo con la mia amica “Cucco” (e numerosi altri miei amici-conoscenti sparsi per la sala), nel gelido grembo del MAXXI-feto.

Mentre la sala si riempie di altri giovani devoti, in me e nei miei vicini di sedia cresce un’amara consapevolezza: la divinità di cui siamo in attesa, God-ot (permettetemi l’arguto giuoco di parole), non ci concederà affatto la sua epifania, e a noi non resteranno che i numerosi tentativi e le vane tentazioni di decifrare messaggi nascosti della sua assenza/presenza.

Nel crescendo della nostra consapevolezza, che ancora si presentava attutita da qualche rimasuglio di impopolare credulità, ingannavamo il tempo parlando del freddo che ci toccava di patire. “Dai Cucco, mettiti il cappotto”. “Non posso, me l’ha rubato il fantasma di Akakij Akakievic”.

Prima delle 10, quando la sala era già colma di fedeli pronti alla liturgia, spinte dall’incipiente scoramento e dalla brama di incantamento, circolavano numerose voci circa le modalità della rivelazione ventura.

Secondo alcuni Egli era già presente fra di noi, nel pubblico, travestito da giovane critico rampante o da vecchia gallerista presenzialista. Secondo altri era semplicemente imbottigliato nel traffico e sarebbe arrivato verso le 11:00, accaldato e chiedendo scusa prima di prender posto, nell’imbarazzo generale.

Mentre alcuni fedeli, oramai disincantati, precocemente abbandonavano stizziti la sala, a me era persino balenata l’idea che potesse, il Nostro MRZ, essere parte del team di lavoratori con copricapo di sicurezza giallo che davanti a noi (cioè, dietro la pedana dei relatori; cioè, oltre i vetri che dividono il freddo antro in cui siamo costretti ad attendere dal cuore pulsante del MAXXI tutt’ora in costruzione) offrivano all’incontro una surreale scenografia fatta di montacarichi, saldatrici e scintille.

Verso le 10:30 Prosperetti esordisce scusandosi per il ritardo. Frase di circostanza che (volutamente?) getta l’auditorio nel più profondo degli sconcerti. Il pubblico, manco si fosse messo d’accordo in anticipo, ha fatto finta all’unisono di non sentire. Ho avuto l’impressione che per un attimo anche i lavoratori con copricapo di sicurezza giallo abbiano accusato per qualche breve istante una insondabile sensazione di perplessità. Certo, loro non potevano sentire. Ma ricordate che, secondo la mia non ancora smentita ipotesi, poteva nascondersi persino Cattelan fra di loro, e ciò avrebbe reso la loro reazione plausibilissima.

Mentre loro continuavano a lavorare, Prosperetti continuava a parlare, inanellando argomenti sul ritardo dei lavori del MAXXI, sulla futura fondazione, etc… Il dato di fatto è che il futuro di questa struttura appare a tutt’oggi in gran parte oscuro. Nonostante questa incertezza (in primo luogo politica, lascia intendere) “iniziamo a far funzionare questo MAXXI, in collaborazione – in questa occasione – con la Quadriennale”.

Prosperetti passa la parola ad Agnese il quale, come me e Cucco, forse per ingannare il tempo parla del tempo che fa… Nel farlo si aggiusta il cappotto che e continua mantendosi su questioni di generale disinteresse (quali la corretta pronuncia di nomi come quello di Cattelan o del suo amico scrittore Franzorin).

Subito dopo entra nel vivo del discorso. Richiama l’attenzione (con un colpetto di tosse; non si sa se intenzionalmente opure accusando i primi dintmomi di raffreddamento).

“Cattelan ha avuro il premio alla carriera, ascoltate! … Di solito tale riconoscimento viene attribuito ad artisti anziani, e può sembrare strano che venga rivolto ad un artista che non abbia ancora compiuto 60 anni”.

In realtà, mi fa notare Cucco, Cattelan non ne ha nemmeno 50.

“Ma carriera vuol dire corsa! In tutte le lingue!!” – continua Agnese, cercando di giustificare una scelta che ai più era sembrata solo la ricerca di un alibi per mascherare un piccolo misfatto: anticipare i tempi e godere di riflesso del successo che ogni attività firmata Cattelan richiama. Il problema non è solo che la vita di Cattelan diventerebbe un inferno se ogni anno, per tutti e 50 gli ani di vita che gli rimanogno, dovesse ritirare almeno un premio alla carriera. Il vero problema è che, come riattualizzando il pensiero dei greci, la carriera di un artista potrebbe e dovrebbe essere giudicata come un unicum, una volta condotta volontariamente alla fine dall’artista stesso. Che ne sai che Cattelan non covi delle mosse decisive per il futuro, che potrebbero cambiare in toto il tuo giudizio sulla sua carriera nel suo complesso? Quando la sua carriera sarà a termine, ed ogni garnde uomo – nel pensiero greco – dovrebbe avere anche giurisdizione sul tempo e sul modo della fine della propria esistenza, della propria messa in scena. Se vuoi dare un premio alla corsa prima che questa sia ritenuta finita dal corridore stesso, allora perché non dare un premio alla carriera ad un esordiente?

Si che anche Cattelan è stato un esordiente! E molto promettente…

“La Quadriennale – spiega Agnese – è stata una stazione nella corsa di Cattelan”. A questo punto, dando finalmente al pubblico un primo buon compenso per il freddo sofferto, ci ricorda l’opera del giovane Cattelan per la Quadriennale.

L’opera era composta da due fogli di giornale, il quotidiano cattolico “Avvenire”. Nellala Democrazia Cristiana); sullo sfondo di questa foto Cattelan intervenne trasformo la stella delle Brigate Rosse in una stella prima pagina c’era una fotografia di Moro (segretario del cometa.

Marcel Duchamp, Foto X, 1920

Marcel Duchamp, Foto X, 1920

Oramai Cattelan è diventato un Classico.

Dice bene, Agnese.

Dice Cucco: “Bene (Carmelo, ndr.)”. “Ora verrà stampato dalla Bompiani!”.

Agnese: “Oggi Cattelan è famoso, famosissimo! Una cleebrità molto discussa!!! E meno male. Sai che noia altrimenti…” Eppure Cattelan non è un anarchico secondo Agnese. Non è anarchico perché ha bisogno, soprattutto economicamente, delle istituzioni. Nel suo farsi prosecutore delle avanguardie, egli prcede con un modus operandi ed una tradizione iconografica molto italiani. Ad esempio la Nona ora, “opera straordinariamente bella, può sembrare una tavola di Achille Beltrame”

Maurizio Cattelan, La nona ora, 1999

Maurizio Cattelan, La nona ora, 1999

Achille Beltrame, La Domenica del Corriere, 1931

Achille Beltrame, La Domenica del Corriere, 1931

A questo punto la Mattirolo interompe: “Credo di sapere che l’artista sta arrivando e ritirare la medaglia!”

Il pubblico si sente autorizzato a rompere le righe, e tacitamente ringrazia. Nello sventolio delle capigliature alla ricerca dell’esile figura di Maurizio io stesso mi giro e scorgo un signore dalle folte sopracciglia.

“Guarda Cucco, guarda quello quanto assomiglia ad Elio, quello delle storie tese!”

Prima che lei potesse dirmi di non poterlo riconoscere con certezza, già la sala aveva dato un nome a questo strano uomo: era Maurizio Cattelan!

– Pensavamo che non saresti più venuto

“Io son venuto”, con un accento milanese che non ti aspetti…

Maurizio Cattelan riceve il premio alla carriera, 2009

Maurizio Cattelan riceve il premio alla carriera

“Io sono qui per soddisfare le curiosità del pubblico intervenuto”

– Vuole la medaglia?

“Preferirei! Vorrei dire qualche cosa, ma non mi piace parlare a braccio, non mi viene facile, mi sono scritto un piccolo testo…”

Non è mai facile fare un discorso in occasione della ritiro di un premio. Ancor di più quando si tratta di un premio alla carriera (che di solito si dà in punto di morte; io invece sono nel pieno della mia attività!).

Sono onorato di aver anticipato questo premio, anche se qualcun altro lo avrebbe meritato piu di me.

Ringrazio gli artisti che mi hanno preceduto e che mi hanno insegnato molto. Ringrazio la mia famiglia: anche se non ha mai capito quello che faccio ma mi ha sempre sostenuto.

Ricevo questo premio in nome di tutti gli artisti che come me si impegnano ogni giorno alla ricerca di un arricchimento del proprio linguaggio.

 

Inizia una serie di domande:

– Perché l’arte nel tempo di Scherzi a parte? Colui il quale ha posto la domanda, non go preso nota del nome, faceva riferimento a Heidegger: perché la poesia nel tempo della povertà?

“Io non so chi sia Duchamp.

L’arma della sorpresa di non presentarsi a ritirare premi non funzioni più. Infatti io sono qui!

Nell’epoca di scherzi a parte, l’arte può combattere GF and Xfactor”

– L’assenza, mi fa venire in mente Cage, ed una sua conferenza sui funghi.

“Funghi commestibili o anche della pelle?”

– Hai qls da dire sull’argomento?

“È un argomento vasto.

Io sui funghi della pelle ho molto da dire. Io li ho avuti. A differenza di quelli che si mangiano quelli della pelle non vengono via mai.

L’assenza e la presenza è un bel tema, non so se oggi c’è il tempo.

Essi sono negli occhi dell’interlocutore.

Se vuoi credere che c’è, c’è!”

– Cage aveva notato che, nel dizionario, mushroom viene immediatamente prima di music…

“Se mangi certi funghi componi ottima musica”

– Hai iniziato con la morte di un o scoiattolo. Lavoro tristissimo. Poi hai lavorato su infanzia traviata… Parlaci della tua infanzia.

“La vita è un evento drammatico in sé. Perché nasconderselo. La mia infanzia ha avuto dei momenti tristi, come quella di tutti”

Ti senti l’artista italiano più importante e conosciuto del mondo?

“Si!”

“Bisogna mettere in atto delle strategia. Visto che in Italia, tutto quello che viene dall’estero è ben accetto, io me ne sono andato negli USA per far si che i miei lavori venissero recepiti in Italia come provenienti dall’estero”

È importante che oggi un istituzione scenda in campo sulla contemporaneità visto che tanta arte si fa fuori dal museo?

“Importante in questa fase storica. Mi sembra persino strano che accada in oggi, quando l’arte non interessa a nessuno all’infuori di voi.

Per questo vi tengono al freddo.

Anche perché l’arte è sofferenza”

– Lapo Elkan alla direzione del MAXXI?

“Sempre meglio di uno come Bondi”

– Maurizio, dici di non conoscere Duchamp. Puoi dirci, invece, cosa ne pensi di Courbet, considerando l’affinità che esiste fra la sua Origine du monde, e la tua La visione della figa?

“La visione della figa non è mia. Non accetto l’attribuzione”.

Gustave Courbet, Lorigine du monde, 1866

Gustave Courbet, L'origine du monde, 1866

L’incontro di oggi dimostra che l’arte non è morta…

“Sono vivo”

L’ultimo mestiere esercitato da te… (prima di iniziare a fare arte; che secondo te è un modo per non lavorare)… è stato il becchino…

“A dire il vero truccavo i morti. La la morte è poco presente nei media. Noi siamo convinti che non sia ancor a giunta la nostra ora. Che non toccherà presto a noi.”

Viene citato l’epitaffio sulla tomba di Duchamp.

“Anche se no lo conosco, ha detto delle cose giuste”

Sul rapporto ironia ambiguità delle immagini…

“L’ambiguità può suscitare il riso. Io mi presento sotto un aspetto, a magari non sono io.

Io credo nella forza dell’ironia”

– Il suo rapporto con il mercato dell’arte?

“Ottimo!

Anzi lo ringrazio.

Speriamo che duri, insomma”

– Quanto era organizzata questa situazione?

“Era scritto ovunque che sarei venuto a ritirare questo premio!”

– Musica contemporanea?

“Mi piacciono molto Elio e le storie tese.”

“Per il resto, a volte sembra una gara a non farsi comprendere. L’arte non deve rincorrere il gusto del pubblico, ma non è giusto neanche l’opposto. Va avviato altro modo di accostarsi al pubblico, educae e farsi comprendere”

– Cosa significa comprendere?

“se non proprio comprendere, il pubblico dovrebbe poter apprezzare, e quindi RICEVERE. Il compito dell’arte è DARE”.

– Ma alcuni sentono di ricevere anche dalla musica contemporanea… Non possiamo non tener conto del gusto di una minoranza colta (o forse una minoranza snob?)

“Ma se ad un a prima di musica contemporanea ci vanno in 4, forse questa minoranza è troppo minoritaria”

– Cosa apprezzi di Elio e le storie tese?

“Mi piacciono fisicamente”.

Per concludere… Un messaggio che il gramde artista lascia ai giovani che sono qui?

“Se sono qui non hanno bisogno dei miei suggerimenti. Continuate così.”

“non arrendetevi. La qualità paga sempre (anche se a volte è difficile). Non mollare!”

A questo punto Cucco, la mia amica del Cappotto, si avvicina a me bisbigliandomi: “Alloralascia un messaggio ai giovani che NON sono qui!”

Uno dei relatori prende la parola per chiudere: “È stata una giornata di vertiginosa allegria”.

E il pubblico scoppia a ridere.

Fuori Cattelan ci fa un autografo, che Cucco si è fatta fare sul libro di Crispolti, Come studiare l’arte contemporanea.

Maurizio Cattelan, Autografo

Maurizio Cattelan, Autografo

Anche nella firma ha mantenuto la sua identità: Maurizio Cattelan?

L’abilità di Elio è stata quella di non scendere a compromessi con il contesto (v. le sue risposte evasive suelle domande circa la sua identità); ma neanche di ossidarsi sul ruolo assegnatogli da Cattelan (v. Battute su Elio e le storie tese).

> La notizia sul sito di Eelst

Chiudo pensando a cosa accadrebbe se io denunciassi Elio per essersi spacciato per Maurizio. Il gioco infinito delle maschere che si scontra con il principio (giudiziario) di realtà. Chissà quale giudice oserebbe affrontare la vergogna di affermare la “realtà”. La potenza della finzione di fatto non lo permette.

 

Emanuele Sbardella

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4 thoughts on “Elio tese le storie di Maurizio Cattelan, ovvero Aspettando Godot

  1. l’arte è quella cosa che permette a un Cattelan di passare alla sua storia come genio, ma pure oggi costringe un genio a fare per vivere delle cose come quelle di Cattelan Ando Gilardi

    • Caro Ando,
      in questo articolo nessuno ha parlato di Genio.

      Quindi non saprei cosa risponderti.

      Dico solo che la seconda parte della tua frase, benché funzioni esteticamente per via dell’assonanza, non è condivisibile nemmeno ad un livello puramente concettuale. Un vero genio, ammesso che esista, non si lascerebbe costringere da alcun tipo di apparato critico esistente.

      Questo il mio parere.

      Grazie per l’intervento

  2. Pingback: Cinque anni di asocial network | es

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