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Sono stato chiamato ad intervenire alla giornata di studi su De Simone.
Ringrazio gli organizzatori, gli ospiti e l’artista.
Sotto al volantino informativo dell’evento, posto la bozza di testo su cui ho impostato il mio odierno intervento.


La Luce incontra l’Arte e la Scienza

Evento promosso da:
Museo di Chimica, Dip.to di Chimica
“Sapienza”, Università  di Roma
MLAC‐ Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea
“Sapienza”, Università  di Roma
A cura di:
Luigi Campanella
Simonetta Lux
Roberto De Simone

Interventi di:
Luigi Campanella
Simonetta Lux
Emanuele Sbardella
Cesare Sarzini
Domenico Scudero

Rispetto a quella con Cesare Sarzini, che è una lunga amicizia, il mio personale rapporto con Roberto De Simone si riduce tutto sommato ad un rapporto molto recente nato per caso circa un anno fa. Brevissimo, quindi, ma arricchito da un intenso scambio di opinioni e una sostanziale comunità di vedute.

Grazie ad comune interesse filosofico e alla sua disponibilità a discutere anche con giovani critici, abbiamo potuto dialogare regolarmente su questioni artistiche (che separatamente affrontiamo quotidianamente da punti di vista diversi; artistico lui, curatoriale io).

Ritengo di rilevanza cruciale che si possano spontaneamente articolare questi tipi di dialoghi, perché mi hanno permesso di chiarire alcune teorie avevo elaborato in lunghi anni di studi effettuati senza, in realtà, entrare molto in contatto con gli artisti e di sviluppare in seguito insieme a lui un progetto curatoriale basato proprio sul dialogo filosofico.

Quello che sono riuscito a capire è che il tratto che contraddistingue Roberto De Simone è la pluralità del suo sguardo, aperto allo scambio fino allo spossessamento del sé. Che importa di chi sia un’dea di cui si discute? a chi appartengono le idee? Questo è un punto molto delicato anche per Cesare Pietoriusti, di cui De Simone è amico dai tempi di Jaktrakor. A questa attitudine (questa pluralità, questa specie di coltura delle idee), ancor più che alla sua “discendenza” da Fontana e da Klein, riesco a vedere l’abbandono della fattività dell’opera. Non tanto per una volontà di posizionarsi storicamente nei confronti di determinati movimenti artistici, ma da una personale attitudine alla filosofia intesa come polifonia.

Lavorando sull’idea, passa in secondo piano l’identità e l’espressione assunta dalla persona in cui questa idea momentaneamente si incarna.

Il suo essere concettuale non parte dall’abbandono dell’opera come presupposto (Kosuth, ad esempio, se lo pone come obiettivo a priori), ma lo ottiene di conseguenza. Questo lo rende genuinamente concettuale.

Questo fa si che il rapporto il suo rapporto con l’oggetto o con la traccia residuale delle sue azioni-pensiero non sia di repulsa ma nemmeno di feticismo.

L’opera di De Simone è un processo, un dialogo che egli ha aperto con il mondo, e che sintetizza in opere (sarebbe meglio parlare di azioni, di processi, di ambienti), che di volta in volta rispecchiano lo stato attuale della sua ricerca (sul susseguirsi dei suoi periodi potrà essere più chiaro Cesare Sarzini)

Conoscere Roberto personalmente, aver colto l’occasione (come lui amerebbe dire, l’occasione, il momento giusto, Kayros), non solo mi ha aperto orizzonti ma soprattutto mi ha offerto una sponda con la quale dialogare e sviluppare i miei personali progetti curatoriali. Egli ha gettato luce su aspetti del mio operare che io stesso non avrei mai potuto individuare in solitudine.

Ad esempio, in un progetto di recente elaborazione che avevo portato avanti anche insieme a Roberto, egli mi disse personalmente: “Che resti fra noi… Ma tu questo progetto di mostra avresti potuto anche realizzarlo senza artisti!” Lì per lì non acconsentii. Ma riflettendoci, oggi posso dire che aveva avuto ragione. Ebbene, nonostante io avessi lavorato in senso opposto, nel massimo rispetto delle opere di ciascuno degli artisti, era vero.

Ma solo lui avrebbe potuto capirlo! Lui che è un artista genuinamente concettuale aveva colto nel progetto l’autonomia dell’idea anziché l’apertura della proposta. Così come per lui la realizzazione dell’opera resta secondaria, anche il coinvolgimento di artisti in una mostra poteva essere considerato superfluo allo sviluppo concettuale dell’idea curatoriale.

Ma qui nasce un fantastico paradosso. Infatti, il “non aver bisogno di artisti per realizzare un mostra” è apertamente contraddetto dal fatto che l’artista, e solo lui, abbia messo in luce la (relativa) autonomia del progetto filosofico della mostra. Anche se io avevo creduto che l’idea curatoriale fosse mia; è l’artista che l’ha attualizzata (anche solo a parole). L’artista, di cui (non) si può fare a meno, ha a tutti gli effetti realizzato un aspetto fondamentale dell’idea curatoriale (idea che il curatore non aveva deciso Né pensato di poter inserire!).

Problematica che nasce con Szeemann di trovare un equilibrio fra idea dell’autore della mostra (curatore) e specificità degli artisti. Il giusto rapporto fra le reciproche libertà e doveri.

Un artista come De Simone trae la propria libertà di azione non solo dal patrimonio filosofico.

La sua formazione è anche da chimico, e non è un caso che il rapporto arte/scienza abbia contraddistinto per anni il suo lavoro, e annodi tutti i fili dell’odierna giornata di studi.

A questo proposito si è detto molto, forse anche un po’ troppo. Anche io, da par mio, non faccio nulla per rallentare questa inflazione, visto che sto attualmente curando un progetto di Emilio Fantin propri o a cavallo fra arte e matematica.

Teoricamente, però, ci terrei ad aggiungere una cosa, che ritengo specifica del rapporto arte/scienza in De Simone.

Si potrebbe applicare la categoria di Sublime tecnologico ai suoi lavori?

Sarebbe Roberto un operatore estetico (come preferirebbe dire Mario Costa, sostituendo il vetusto termine di artista?) I gran parte si. Per l’annichilimento della volontà e dell’espressione individuale, la distruzione della forma dell’opera e dei media tradizionali.

Tutti conosciamo le teorie di Mario Costa, quindi mi soffermerò solo sui punto critici, che in parte fanno traballare non il suo impianto teorico quanto la possibilità di questa attribuzione nel caso di De Simone.

Il De Simone non è del tutto vero che viene meno l’espressione. Quel che è vero è che il contenuto trasmesso non viene più veicolato (espresso) da un unico punto di vista. Quello che emerge sono delle idee che, una volta oggettivate, sembrano rinnegare ogni paternità, ma la rinnegano secondo la volontà stessa del padre!

La casualità e la spersonalizzazione, che pure esistono nell’opera di De Simone, sono mediate da un attenta assunzione di responsabilità che preparano il lavoro e tutta la sua opera.

Inoltre, a mio modesto modo di vedere, Costa cavalca la moda delle neo-tecnologie, mente gran parte delle sue interessanti riflessioni sarebbero valide anche per qualsiasi altra tecnica. A me sembra che il motivo principale per cui egli effettua questa scissione (al di là della moda macluhaniana), è che sente il bisogno di staccarsi dal simbolico e quindi – a suo parere – dalla parola. La parola (fonte di “falso sublime”), che certo è una tecnica ma non una neo-tecnologia, è naturalmente (per consuetudine naturalizzata) latrice di significato, ed è proprio il significato espresso personalmente ciò di cui Costa vorrebbe sbarazzarsi.

L’utopia di filosofi come Costa e Levy va quindi artisticamente e filosoficamente contestualizzate in quel che resta dell’uomo (come in realtà hanno fatto i primi e più grandi annunciatori della morte dell’Uomo).

E su questi residui De Simone ha sempre lavorato. Senza mai decadere nel metafisico, egli ha ricercato di andare al di là dell’umano, ma senza prescindere dalla condizione umana.

Per questo non si è fatto abbagliare dal fascino delle neotecnologie a tutti i costi, ma ha scelto di volta in volta dal materiale tecnico e dalle conoscenze scientifiche che fanno parte del vissuto comune e sedimentato.

Per sintetizzare il modo in cui egli si appropria artisticamente dell’agire scientifico, mi piace concludere con la teoria dell’agire di Hanna Arendt.

Nel descrivere il dramma della società contemporanea, questo grande teorico della politica sintetizza dicendo che l’agire (la più alta delle attività umane, ma anche la più incerta a imprevedibile) è stata sostituita dall’idolatria del fare.

L’unico settore in cui l’agire resista ancora come agire, come iniziazione di processi, è proprio l’agire scientifico.

Esempio portato dalla Arendt. Werner von Braun (scienziato):

“La ricerca base di uno scienziato consiste nel fare ciò che non si sa di fare”.

Quella che Roberto De Simone chiama la sua ricerca dell’invisibile, è la stessa ricerca che compiono gli scienziati secondo Hanna Arendt.

“L’agire scientifico portò a una capacità sempre crescente di scatenare processi elementari che, senza l’interferenza degli uomini, non si sarebbero mai verificati; si arrivò a una vera e propria arte di fare la natura, cioè di creare processi naturali che senza gli uomini non sarebbero mai esistiti”

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2 thoughts on “Roberto De Simone – Filosofia e agire scientifico

  1. Pur conoscendo molto bene il De Simone di cui ho scritto, potrei sbagliarmi…
    Ma mi sembra che lui non abbia mai fatto un’opera intitolata “La Gatta Cenerentola”.

    Ma pi, a pensarci bene, lui non è nemmeno campano. Quindi no, direi che non si tratti della stessa persona. Ma domani mi informerò meglio.

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