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Isacco di Ninive

Isacco di Ninive

Secondo uno dei padri della Chiesa Cattolica (Isacco di Ninive, VII sec.), Dio si è storicamente rivelato

– come Giudice (subito dopo la trasgressione originaria)

– come Signore

– come Padre (dalla venuta di cristo in poi)

Nonostante oggi si viva nell’ordine della paternità divina, non bisogna sentirsi autorizzati a vivere una vita più attenta agli affari terreni. La contemplazione di quel Dio che agli occhi del mistico cristiano si sta facendo sempre più prossimo resta un’attività totalmente ascetica, quindi slegata dagli affari mondani. Mi interessa sottolineare il modo in cui Isacco di Ninive collocava l’attività contemplativa rispetto al resto degli affari mondani, delle attività che quotidianamente gli uomini svolgono per sopravvivere (ed, eventualmente, vivere) su questa terra.

Innanzitutto egli afferma, con un certo anticipo su quelli che sarebbero stati scrupoli tipicamente moderni, che la contemplazione di dio non è un’attività oziosa (v. Arendt su ozio, lavoro e commercio), bensì la grande opera che gli uomini devono compiere per effettuare l’esodo dal mondo e per porre fine a tutti i lavori.

Il lavoro deve tramutarsi in un obbligo nei confronti di dio, e non permanere ad essere il semplice assolvimento del fabbisogno umano, del suo essere parte di un superiore sistema di cui farebbe semplicemente funzionare il metabolismo (direbbe Arendt, a proposito del lavoro).

A testimonianza di quanto un diverso tipo di lavoro rimanga centrale nell’attività umana secondo isacco, cito i seguenti frammenti (45 – 46; 69), tratti dal suo primo discorso sulla conoscenza di Dio.

“Il riposo di fatto acceca l’uomo, perché non guardi alle raltà divine con stupore, ma le indaghi come con una vuota ricerca.

Lo stupore del pensiero coerisce al sedere da soli, senza dispersione, che mette in moto moviementi fervidi e stupendi, a partire dalla necessità e dai lavori, tramite la speranza che genera nel pensiero”

“Filopono non è chi non ama i riposi del corpo, ma chi non ama le consuetudini del corpo”

Il lavoro proposto da Isacco di Ninive non è obliterato ma trasfigurato; costituisce non solo una critica ante litteram al lavoro per come questo viene organizzato all’interno delle società fordiste, ma anche un modello in grado di gettare luce su alcune pratiche di artisti contemporanei.

Contro il lavoro tra gli uomini e contro il riposo tra gli uomini; il mistico vaticina non un lavoro riposante bensì, direi, un riposo lavorante. La (il) fine di tutti i lavori è una redenzione dalla necessità del lavoro (dalla sua fatica), e nemmeno una liberazione del tempo in esso impiegato. Quello che viene esaltato e ricercato è un tipo di attività continuo ed impegnativo, ma scevro da qualsiasi valore d’uso e completamente in-utile. L’esaltazione dell’attività non funzionale procede di pari passo con l’impegno costante e lacerante della persona che decide di dedicarvisi.

Così molte ricerche artistiche contemporanee mirano ad una spossante ricerca oltre il limite corporale (e mondano): lo fanno ponendosi come obiettivo attività spesso ripetitive e prive di qualsiasi funzionalità (nella logica di chi non si è ancora fatto straniero nel mondo e vive per lavorare).

Senza l’impegno lacerante che resta nel lavoro trasfigurato e svincolato dagli scopi mondani, la vita dell’uomo sprofonderebbe nel riposo e non si nutrirebbe più della meraviglia che fanno uscire le sue naturali propensioni ad indagare al di fuori del circolo vizioso di un autistica e vuota ricerca di se stessi (arendt su cartesio).

In questa ricerca, l’obiettivo che Isacco pone non è quello – di certa teologia contemporanea – di operare al fine di una inclusione (rispettosa dell’estraneità) dello straniero, bensì quello di farsi straniero tra gli uomini.

Questo mi induce a riflettere  e a mettere in dubbio la facilità con la quale si tende ad utilizzare il paradigma del “relazionale” e rivalutare lo straniamento, il disorientamento e l’amibiguità che si creano in molti comportamenti messi in sena o innescati al’interno di pratiche performative contemporanee.

Impressioni che produciamo, raccogliamo in questa vita. Che ne sarà?…

Concludo con il passo che mi sembra più profondo e meno parafrasabile, nel convincimento che anche al di là della momentanea impossibilità razionale di collegarla al discorso appena concluso, essa possa fornire innumerevoli altri momenti di riflessione.

“Rapinano la coscienza coloro che la aggrediscono senza la pratica, cioè invece della verità ne rapinano un sembiante. Essa abita da se stessa nei movimenti di coloro che nella propria vita sono divenuti dei crocifissi e hanno aspirato la vita da dentro la morte” (Primo discorso, frammento numero 26)

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5 thoughts on “Il mercato della frutta_Isacco di Ninive e il lavoro dell’artista contemporaneo

  1. Pingback: La dissoluzione dell’opera_Ágalma 17 e Il mercato della frutta « Emanuele Sbardella

  2. Questo articolo è molto interessante, alcune citazioni sono davvero belle e portano ad una riflessione profonda sul tema.
    L’unica cosa che non mi è chiara del tuo discorso è questa: ma se lo straniamento e l’ambiguità di certe pratiche contemporanee va rivalutato, come si fa ad innescare una rete di relazioni finalizzata alla costruzione di un’etica collettiva ecologica?non è un paradosso?

    • Grazie, Tiziana, per il tuo intervento.
      Molto stiomalte.

      Voglio dire (e lo faccio riferendomi a “L’arte e la sua ombra” di Perniola) che bisogna asoslutamente farla finita con tutta la ovlontà di conciliare aspetti inconciliabili. Non perché tutto sia in conflitto. Anzi, da una certa ottica (quella dell’economomia, della sociologia, dei mass media…) tanti conflitti sono del tutto inutili da sottolinerare; e gli operatori di quei settori hanno buon gioco a trovare aspetti accomunanti anziché sottilemnte o fastidiosamente inconciliabili.
      Quello di cui invece parlo è una rete di differenze (da qualche parte arlo di polifonia) in cui l’estraniazione e l’ambiguità non siano visti solo e semplicemente come fattori che corrodono la buona salute di una comunità.

  3. Pingback: Il mercato della frutta_Porte Aperte a Ladispoli « Emanuele Sbardella

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