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Arendt, Bateson e l’abbandono dell’opera come presa di coscienza ecologica

Per un arte ecologica

Da quando la condizione umana ha perso il suo punto di riferimento centrale (la Terra), secondo Hanna Arendt, la relazione ecologica primordiale si è andata sfaldando. Promotrici di questo sfaldamento sono proprio le opere con le quali l’uomo, più o meno inconsciamente,  agisce in maniera distruttiva sulla natura. Tale processo sembra inevitabile quando all’operare si accompagna un dispiegamento tecnico come quello moderno.

“Il creatore del mondo dell’artificio umano è sempre stato un distruttore della natura” (Arendt, Capitolo 19. La reificazione, p. 99).

Hanna Arendt

Hanna Arendt

Scopo di questo articolo è capire se uno degli aspetti della dissoluzione dell’opera nell’arte contemporanea non sia proprio la deliberata volontà da parte di molti artisti di riaffermare la necessità ecologica. Nel caso in cui lo fosse, i piacrebbe inoltre capire se si tratta di riacquisire uno stato ecologico bilanciato secondo schemi della purezza primordiale o secondo nuovi modelli di innesti e contaminazioni?

La mia tesi di partenza è la seguente: la coscienza ecologica che soggiace all’abbandono dell’opera da parte dell’artista contemporaneo (mi si permetta la generalizzazione) non può prescindere da una ecologia delle idee. Per questo non si tratta di ri-produrre un modello arcaico di rapporto ecologico con la natura. Non può esistere tale passo indietro. Come diceva un personaggio di Bertolucci, “la natura non è naturale”. E non potrà mai più esserlo.

Nessun modello arcaico di riferimento, ma una continua negoziazione e dialogo. Il funzionamento è quello dell’ecologia della mente descritto da Bateson, e può essere attuato solo attraverso micro pratiche discorsive, che sono quelle poste in essere da molti artisti contemporanei: essi si pongono in tal modo non come creatori di opere,  besì  come operatori di una presa di coscienza collettiva; termini di contatto; amplificatori di idee e di esperienze. Questo il loro ruolo. A questo ruolo è connesso l’abbandono dell’opera come strumento definitivo e l’utilizzo dell’operazione come strumento infinito. Con l’ecologia di idee e il dialogo infinito, non si tratta piu di creazione ma di condivisione, non di opera ma di processo, non di estetica ma di etica.

Questo slittamento è possibile solo a partire dallo status eccezionale concesso all’artista rispetto al lavoro (come ho scritto nell’articolo su Isacco di Ninive), e coincide con l’opinione di Hanna Arendt, secondo la quale, ci troviamo nella condizione in cui “qualsiasi cosa facciamo, si suppone fatta per guadagnarci da vivere. […] La sola eccezione che la società desidera proteggere è l’artista, che, rigorosamente parlando, è il solo «creatore di opere» rimasto in una società di lavoratori” (Anna Arendt, Vita activa, Cap. 17. Una società di consumatori, p. 91).

La trasposizione artistica di un’esperienza, per il fatto stesso di oggettivare l’esperienza individuale e renderla disponibile, la redime dalla fugacità del consumo e la immette nel circuito pubblico. Si potrebbe dire che le offre una chance di immortalità. Si può dedurre dagli scritti di Arendt la volontà di uscire dal solipsismo moderno, e anche se lei parla ancora dell’artista come «creatore di opere», non è illegittimo oggi vedere l’artista come principale veicolo per la riconquista di un orizzonte della condivisione del mondo; condivisione che implica un certo abbandono dell’opera ed una ricerca del rapporto etico e politico con altri uomini liberi ed eguali.

Il valore dell’arte contemporanea, per lo meno quello che vorrei evidenziare con la mostra “Il mercato della frutta”, risiede nello scambio che essa innesca. Non si tratta di uno scambio astratto basato su valori livellati sul medium del denaro, ma di uno scambio necessariamente asimmetrico ed incommensurabile. È impossibile ridurre lo scambio alla relazione fra due parti. Se lo si concepisce come una rete ecologica di relazioni, allora ci si accorge che quanto si dona e sempre meno di quanto si possa ricevere.

Anche l’operato artistico, come la merce secondo Marx, è un «arcano». Ma a differenza della merce non assume un esistenza indipendente dal luogo di produzione e dal produttore. Il mondo dell’opera, per quanto autonomo, offrirà pur sempre un legame con l’hic et nunc della sua ideazione/realizzazione.

“Il grano mietuto a mano su ripidi pendii da gente che mangia tortillas a ogni pasto non può essere equivalente a quello dispensato da giganteschi motacarichi” (Clifford, Strade, p. 376).

Nello scambio artistico vengono tenute in considerazione anche tutte le simbologie intrinseche alla lavorazione. Il processo (non solo la forza lavoro) che si incarna nell’oggetto apre un orizzonte di scambio in cui, a differenza di quello puramente economico, non si ricerca il semplice soddisfacimento privato. Anzi, si cerca un affrancamento dalla vita privata, cioè a dire di quella vita che risulta privata della dimensione propriamente umana, che è quella pubblica – la cui amministrazione spetta alla vera politica (non si intende certo la partitocrazia moderna).

L’operazione di messa in scena una nuova dimensione dello scambio all’interno del luogo dello scambio economico per eccellenza è provocatorio,  e mira anche a far riflettere sull’essenza del lavoro e sulla condizione umana come basata in modo imprescindibile sullo scambio con gli altri. Cos’è il lavoro? Perché e come lavorare?

Agli occhi dell’homo faber “il mondo, la casa dell’uomo, costruita sulla terra e fatta di materiali che la natura affida alle mani dell’uomo non consiste di oggetti da consumare ma da oggetti da usare” (Arendt, p. 95).

La natura perde il suo valore quando viene ridotta a materiale da costruzione per le opere dell’uomo. La Natura non  un Altro da difendere (men che meno da sfruttare), ma allo stesso tempo una origine da riacquisire ed un fine da accettare. In questo, l’artista che dismette l’opera come principale strumento di produzione, accetta di farsi parte di una rete ecologica che lo sovrasta. Nell’accettare questa odalità egli reimmette automaticamente anche al livello di tematizzazione la questione ecologica  nel dibattito pubblico; e non lo fa per trarne un beneficio privato (come giustamente sospettava Giorgio Gaber), bensì per aprire un dialogo al quale tutti ambiscano a contribuire. In questo modo tende a crearsi spontaneamente una sinfonia che non solo parli democraticamente del mondo condiviso, ma che nel parlarne lo costituisca. Non il solo uomo è unità di msura dell’evoluzione, ma l’interezza delle relazioni che si instaurano  fra  gli uomini  e l’ambiente in un rapporto non asimetrico (ecologia della mente).

“Qualsiasi organismo che la spunti nella sua lotta con l’ambiente, sarà inesorabilmente cancellato dal pianeta Terra” (Bateson).

Un costrutto politico che assunse questo modello ecologico fu la polis greca,  del quale nome la nostra città conserva ancora traccia – Ladispoli.

Quale costrutto artistico possiamo imaginare in relazione al modello di interconnessione ecologica?

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4 thoughts on “Il mercato della frutta_Per un’arte ecologica

  1. Pingback: La dissoluzione dell’opera_Ágalma 17 e Il mercato della frutta « Emanuele Sbardella

  2. Per quanto riguarda l’arte ecologica mi chiedo qual è il punto di partenza delle tue argomentazioni. Con ciò intendo dire quali artisti o progetti hanno motivato le tue riflessioni, se ti riferisci ad un evidente movimento generale che hai osservato nelle pratiche artistiche contemporanee o se ad alcuni in particolare (magari, quelli che parteciperanno alla mostra).
    Mi vien da chiedermi anche se la smaterializzazione dell’opera non sia solo riconducibile alla tua ipotesi di una tendenza all’arte ecologica. Banalmente, si può dire che ciò è dovuto alla tecnologizzazione (che ha influenzato soprattutto i rapporti umani), ma cos’è che in particolare porta a pensare al diffondersi, e all’esigenza, di una coscienza ecologica (a parte l’attuale attenzione a degli stili di vita ecocompatibili)? quali fattori in particolare, oltre alla smaterializzazione, spingono ad ipotizzare che si ricerchi una rete relazionale ecologica?
    Un altro dubbio in proposito è legato alle pratiche artistiche con cui ciò si metterebbe in atto.
    Ciò vuol dire che la performance è oggi la pratica più adatta/utilizzata a tali scopi, o che lo sono magari delle tecniche miste che possono più o meno lasciare un segno (feticcio) a testimonianza di un avvenuto rito di condivisione? O meglio, che lo sono delle attività che sfruttano le consuetudini comunicative dei nuovi media (internet etc.) e che presuppongono delle sotterranee e sottili linee guida che mantengono un’impronta e un fine artistico?
    Un’ultima domanda è relativa alla questione con cui chiudi l’articolo…è l’interrogativo che sottende come risposta i risultati che ti aspetti di ottenere dalla mostra “Il mercato della frutta”?

    • Per quanto riguarda l’arte ecologica mi chiedo qual è il punto di partenza delle tue argomentazioni. Con ciò intendo dire quali artisti o progetti hanno motivato le tue riflessioni, se ti riferisci ad un evidente movimento generale che hai osservato nelle pratiche artistiche contemporanee o se ad alcuni in particolare (magari, quelli che parteciperanno alla mostra).

      Sicuramente ci sono sia i riferimenti generici a vari movimenti e artisti storicizzati (sicuramente bauys, ma anche il situaizionismo e, per assurdo, l’azinismo viennese); ma ho anche sicuramente in mente i lavori degli artisti invitati. In particolare Ruobing è molto attenta alla tematica ambintale. Oltre a quello che ho già acritto sul suo “Beauty”, va detto che lei gira video negli spazi verdi cittadini in Cina, in cui riprende i modi in cui la gente se ne appropria quotifdianamente. Recentemente ha fatto una installazione in cui, contro il cliché dell’ecologismo (di cui parlo nel recente articolo sul greenness), espone centinaia e centinaia di libri che parlano in diverso modo di Natura. Disponendoli in linea, riece a rappresentare tute la sfumature del verde: dal verde chiaro al verdone.

      Mi vien da chiedermi anche se la smaterializzazione dell’opera non sia solo riconducibile alla tua ipotesi di una tendenza all’arte ecologica. Banalmente, si può dire che ciò è dovuto alla tecnologizzazione (che ha influenzato soprattutto i rapporti umani), ma cos’è che in particolare porta a pensare al diffondersi, e all’esigenza, di una coscienza ecologica (a parte l’attuale attenzione a degli stili di vita ecocompatibili)? quali fattori in particolare, oltre alla smaterializzazione, spingono ad ipotizzare che si ricerchi una rete relazionale ecologica?

      Oltre al fattore tecnologicoo (fondamentale per guardare il mondo da lontano e accorgersi della sua/nostra precarietà), esiste un fattore socioeconomico che vede il culmine di una globalizzazione mescolante. Il confronto forzato (inevitabile) porta ad un relativismo che induce da una parte a valorizzare le differenze culturali che engono messe in risalto; ma anche a concentrarsi sull’oggetto comune che rimane la Terra che abitiamo. Quindi ne emerge una unità eterogenea, una rete ecologica composta di differenze culturali: differenti modi di argomentare questa coabitazione. L’abitazione nella casa-mondo in qualche modo risulta enfatizzata (al contrario di quanto molti teorici si aspettavanofra gli anni 70 e 90). Per questo è importante specificare che quando parlo di scomparsa dell’opera non parlo di scomparsa del mondo. Anzi; forse la scomparsa dell’opera è un lasciare che il mondo emerga da sé.

      Ciò vuol dire che la performance è oggi la pratica più adatta/utilizzata a tali scopi, o che lo sono magari delle tecniche miste che possono più o meno lasciare un segno (feticcio) a testimonianza di un avvenuto rito di condivisione? O meglio, che lo sono delle attività che sfruttano le consuetudini comunicative dei nuovi media (internet etc.) e che presuppongono delle sotterranee e sottili linee guida che mantengono un’impronta e un fine artistico?

      Qui non so che dirti. Compito dell’artista risponderti. Ma io non prediligo in modo assoluto le performance.
      Dico solo che in qualsiasi opera l’atto performativo va considerato (e non omesso).

      Un’ultima domanda è relativa alla questione con cui chiudi l’articolo…è l’interrogativo che sottende come risposta i risultati che ti aspetti di ottenere dalla mostra “Il mercato della frutta”?

      Più che altro una spinta rivolta agli artisti a ragionare sul tema anche da un punto di vista politico (che è il parallelismo con cui chiudo l’articolo).

  3. Pingback: Il mercato della frutta_Porte Aperte a Ladispoli « Emanuele Sbardella

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