La dissoluzione dell’opera_Ágalma 17 e Il mercato della frutta

Mi è capitato recentemente di affrontare la questione della dissoluzione dell’opera d’arte sotto due punti di vista diversi.

La prima volta, qualche mese fa, analizzando il cinema di David Lynch da un punto di vista psicoanalitico. Quell’articolo è stato recentemente pubblicato nel 17° numero di Agalma. Il titolo del diciassettesimo numero è L’arte senza opere. Il titolo dell’articolo, scritto a 4 mani con Emmanuele Pilia tra settembre e dicembre 2008 (se non ricordo male), è De-formazione professionale. Zaha Hadid e David Lynch: due produttori di immagini. Si tratta di un parallelismo che compara le produzioni di un cineasta e di un architetto. Io, per evidenti lacune nel campo dell’architettura, ho approfondito la sezione riguardante il cinema. Tuttavia, a mio modo di vedere, l’aspetto più intrigante di questo scritto sta proprio in quella che è stata la nostra capacità di intersecare i punti di vista e dare luogo ad una produzione saggistica ricca molte simmetrie e di rimandi interni non immediatamente individuabili.  E’ stato interessante il confronto con la destrutturazione architettonica che da decenni si sta prendendo piede nella produzione dell’archiettto iraniano; ancor più interessante il doppio movimento di incontro che con Emmanuele siamo riusciti ad intessere senza troppe forzature. Non voglio lasciare troppo spazio alla retorica dello sconfinamento, ma ci tengo a sottolineare lo straordinario scambio che si è instaurato con il mio amico architetto, augurandomi di poter approfondire questa tematica in futiue pubblicazioni di più ampio respiro.

Dove ci condurranno le nostre vie?

Non è più il tuo film - citazione da Mulholland Dr.
Non è più il tuo film - citazione da Mulholland Dr.

(Forse quello già non è più il nostro articolo)

Se in quella occasione il cinema di Lynch è stato il punto di partenza per approfondire il dissolvimento dell’opera da un punto di vista psicanalitico, più di recente, nell’ambito della preparazione concettuale della mostra Il mercato della frutta (30 ottobre > 2 novemrbe 2009), mi è capitato di sviluppare una seconda tematica sempre legata allo stesso filone del dissolvimento dell’opera. Evidentemente sono molti i fattori che possono condurre un artista o un movimento a prediligere azioni più fluide e tematiche metacomunicative. Infatti  nel nostro articolo, le mie argomentazioni metapsicologiche sul cinema di Lynch non avanzavano alcuna pretesa di esaustività. Così in questo caso torno ad incontrare la tematica generale, e non sento il bisogno di riprendere in mano l’articolo da poco stampato. Se in quella occasione trattavo dell’inconscio psicoanalitico, in questa seconda occasione affronto (per me inaspetattamente) la coscienza ecologica. Più precisamente sto cercando di fare chiarezza sul rapporto fra il lavoro nelle società postfordiste, la coscienza ecologica e l’abbandono dell”opera. Ho recentemente pubblicato due articoli su questo macrotema nel mio blog, ed altri ne sono in arrivo.

Nel primo dei due appena scritti allaccio le riflessioni teologiche di Isacco di Ninive alla questione contemporanea del lavoro. Attraverso questo collegamento conio il concetto di riposo lavorante, il quale è a mio avviso altrettanto bene applicabile alle operazini artistiche di molti artisti contemporanei.

Nel secondo articolo ho affrontato con più ortodossia il rapporto che secondo me si viene a creare tra una coscienza genuinamente ecologica (e non la paternalistica protezione della natura) e l’abbandono dell’opera. Tale abbandono avverrebbe in favore di processualità  prive di delimitazioni formali e temporali; processualità che non siano predefinite da un telos e che non mirino, quindi, alla tradizionale creazione di un’opera finita ed esteticamente fruibile. (di questo articolo c’è anche una versione in inglese, alla quale ho aggiunto un intero capitolo in lingua originale di “The human condition”, ed il rimando alla versione integrale)

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