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Melius dare quam accipere.

Questo pare che sia il motto del casato degli Odescalchi. Lo apprendo da un articolo apparso su Repubblica nel 2002. Si tratta di una intervista di Laura Leurenzi a Carlo Odescalchi, discendente di quel Ladislao Odescalchi che fondò Ladispoli nel 1888. Da quanto scrive Cinzia Dal Maso, va tuttavia rilevato che se il caro Ladislao  decise di lottizzare la striscia di terra tra il Vaccina e Sanguinaro è soprattutto perché il nobiluomo era dotato di uno spiccato senso degli affari.

Strinse una società con l’ingegnere Vittorio Cantoni e fondò quello che sarebbe diventato il più grande comune del comprensorio, dandogli il suo nome: Ladispoli, ossia “città di Ladislao”. Villeggianti e abitanti del borgo di Palo furono dirottati verso il nuovo centro, restituendo la pace al principe amante della solitudine.

Melius dare? Mmmm…Città che naque per essere dis-abitata; quello che è oggi uno dei Comuni più popolosi della Provincia ricorda, nelle sue origini, il giardino del gigante egoista (vedi il video qui sotto, caricato dalla Rai sul suo canale YouTube. Vittorio De Sica recita la favola in questione)

L’albero da frutta, per il tramite del quale la terra ci dona i suoi tesori, non è stato a caso scelto come simbolo per la trasformazione dall’egoismo privato all’altruismo: come a suggerire che la strada dell’altruismo conduce l’uomo a staccarsi dal proprio congenito egoismo e raggiungere un rapporto privilegiato con la divinità.  Tuttavia questa sarebbe una lettura banale della metafora, ed occorre fare attenzione alle ambiguità pittosto che alle evidenze. Il sacro infatti non si palesa in un luogo pubblico, ma necessita, per così dire, del giardino privato edell’egoismo stesso che alla sostruzione dello spelndido giardino aveva condotto. Non puà infatti darsi sacralità al di fuori di qualcosa che, come questo giardino, non abbia qualcosa di privato e di segreto. L’altruismo e la dimensione pubblica conseguono la statuto della sacralittà solo dopo essersi affrancati dall’individualità. L’ultima soglia, infatti, è qulla della vita della persona, il gigante egoista.

Un primo stadio della sacralità viene conseguiro attraverso la restituzione al publico del tesoro privato, di un un ritorno, er così dire, alla ciclicità della natua. Ma infine egli dovrà uscire dalla sua vita personale per ricongiungersi a quella sacra creatura che simboleggiata da un bambino in simbiosi con un albero. Come illustrerò anche in seguito, la rinuncia (sacrificio) sembra essere una componente essenzale del sacro: la rinuncia da parte del singolo a privilegiare il prorio interesse personale fino a far coincidere quest’ultimo con quello pubblico. Questa profonda relazione fra privato e sacro, fra pubblico e profano, è già nota dai tempi dell’antichità classica.

Plauto (Trin., 286) chiarisce molto bene i limiti semantici della parola: sacrum profanum, publicum privatum habent.

Sacrum indica la sfera di ciò che ha riferimento col dio, publicum indica la sfera dei rapporti fra gli uomini nell’ambito della collettività e della sua organizzazione: i due piani si integrano fra di loro, e il piano dei rapporti fra gli uomini può essere considerato solamente alla luce del piano dei rapporti fra uomo e dio.

Abbiamo pertanto il seguente schema:

sacer (appartenente al dio) profanus (non appartenente al dio)
publicus (appartenente allo Stato) privatus (non appartenente allo Stato)

La contrapposizione fra sacer, publicus e privatus, con publicus termine intermedio fra i due, è presupposta nelle espressioni sacra pecunia ‘denaro di proprietà del dio’ e privata pecunia ‘denaro appartenente al privato’ (Quint. IV 2, 8), alle quali si può accostare l’uso di pecunia publica ‘cassa comune della collettività (in questo caso l’esercito)’ in Cesare (BG VII 55, 2) (3).

Moreno Morani, in un articolo su Zatesis (rivista on-line di studi classici).


Anche durante una guerra, conflitto pubblico per eccellenza, la Bibbia prescrive di rispettare l’albero da frutta e persino di rinunciare alla battaglia per godere dei frutti prodotti dagli alberi che si è coltivati.

Deuteronomio 20:19 – Quando farai guerra a una città per conquistarla e la cingerai d’assedio per lungo tempo, non ne distruggerai gli alberi a colpi di scure; ne mangerai il frutto, ma non li abbatterai: l’albero della campagna è forse un uomo che tu debba includerlo nell’assedio?

Deuteronomio 20:6 – C’è qualcuno che ha piantato una vigna e non ne ha ancora goduto il frutto? Vada, torni a casa sua, perché non muoia in battaglia e sia un altro a godere il frutto della vigna.

D’altro canto nemmeno questa dicotomia fra pubblico e privato basta a rendere conto della sacralità dell’albero da frutta. Infatti pubblico e privato non sono due dimensioni originarie ed alternative, e con la loro dialettica non esauriscono la descrizione dell’intero  spettro delle caratteristiche della vita umana. La sacralità sta, infatti, nella soglia tra vita e non-vita. Non parlo necessariemente di una divinità, ma del segreto fine dell’esistenza, il quale trova innumerevoli menifestazioni nelle religioni e nei culti di tutto il mondo. Solo in un seconfo momento entra il gioco il rapporto fra pubblico e privato, in regione del fatto che le il dolore privato deve trovare conforto in una mitologia condivisa, la rappresentazione pubblica della fine della vita risulta interdetta per questioni di ordine sociale.

Tale paradosso è espresso ottimamente anche nelle parole di Maometto. Secondo Abu Said Al Khudri, Maometto disse che Touba è ” un arbre dans le jardin paradisiaque.

Mbep

Mbep

Le laps de temps nécessaire pour le franchir est de cent ans et, à l’orifice des fruits apparaissent les vêtements des habitants du jardin. TOUBA est un arbre du paradis que Die a planté par sa puissance et y a insufflé son Âme, ses branches pourront être vues en dehors des murailles du paradis. Cet arbre produit des bijoux et des fruits qui sont à la portée de ceux qui le désirent”. La paradossalità risiede nell’accostamento della frutta ad un tesoro, il quale non cessa di essere prezioso pur essendo a disposizione di chiunque ne voglia. O forse è prezioso proprio per la sua accessibilità! Una volta entrato in questa condizione paradossale interdipendenza fra pubblico e privato, l’individuo contemporaneo si trova sempre più esposto alle coercizioni della biopolitica, secondo le modalità tipiche dell’homo sacer descritto da Agamben. Secondo quanto dichiaroato da Filosofico.net L’homo sacer, l’uomo sacro (aggettivo che deriverebbe dall’indoeuropeo, e significa “separato”) che viene definito nel II sec. d.C. da Festo come “colui che il popolo ha giudicato per un delitto; e non è lecito sacrificarlo; ma chi lo uccide, non sarà condannato per omicidio”.  Si tratta, quindi, di una vita umana che si può uccidere ma che non è sacrificabile, che trascende tanto l’ordinamento del diritto umano (Nomos) quanto le norme del diritto divino (Physis).

Sacer è ciò che è riservato agli dèi (quidquid quod deorum habetur), secondo una definizione di Trebazio raccolta anche da Macrobio (Sat., II 3,2): il carattere collettivo della religione romana implica, come conseguenza, che il privato non possa rendere sacro nulla: è privilegio della collettività, nella persona di chi la rappresenta, dichiarare sacro qualcosa.

Quale rapporto fra rappresentante, sovrano e la legge? Dentro o fuori la legge? La legge di dio o legge umana?

Due frammenti di Pindaro ci vengono in aiuto.

a) La legge sovrana di ogni cosa, mortale e immortale, guida facendola giusta l’azione più violenta con mano suprema

b) Il risultato è nelle mani di Dio

Il mercato della futta ha a che fare (nel senso che mette in discussione questo paradigma) con la violenza insita nel diritto, che è l’istituzione con cui l’arroganza umana opera una scissione fra un giudice sovrano (non necessariamente il giudice o il sovrano) e chi viene sottoposto a giudizio. Che rapporto (inclusione o esternalità) c’è tra chi viene chiamato a giudicare e lo spazio delle leggi in base alle quali giudica? Oggi il problema non è solo italiano (v. lodo alfano), ma ancor più riguarda il sistema globale, così imperniato sulle diseguaglianze da rendere persino utopico un panorama di giustizia.

Pubblico il testo di una canzone scritta da Guide Lo Sheikh, per il suo gruppo musicale “the Heartbeats Melody”.

logo the heartbeats melody_s

Price of sacrifice

The same as goods,

Humans born, grow, become mature, then dies,

I and I sometimes cry inside….eye I, aie ay….

Mistakes, sins, dreams and ambitions turn around ,

all along this single way ,so called, life cycle..

Loosing this, and winning that,

There is no surprise,

That’s the price of sacrifice …oh yes ,price of sacrifice (  2 times)

(What to loose and what to win? That’s the question.)

Time runs fast,

Today, in just few hours, will be count in past..

Fortunately God controls…yeah Allah guides my way,

One more time, giving thanks to Allah,

For growing faith’ here in foreign land,

in corner of illusions…in land of temptations

Nothing good comes easily, oh no…, great hope on you,

Being daily victim of stereotype of each type,

Controlling emotions, so much dreams to realise..

Loosing this, and winning that,

There is no surprise,

that’s the price of sacrifice…. Yes, price of sacrifice…. (2 times)

(What to loose and what to win? That’s the question.)

When comes time to  see, with eyes of truth,

Nobody can bribe you,

Even body and soul attain a critical size,

Fruits of choices, come alone ,by themselves.

Just like sweet victory,

after long tribulations

For a champion

That means the price of sacrifice

Loosing this, and winning that

There is no surprise,

that’s the price of sacrifice…. Yes, price of sacrifice….

(What to loose and what to win? That’s the question.)

Guide Lo SHEIKH 26/04/2009

> Leggi l’intervista al musicista, su Africa Nouvelles.


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3 thoughts on “Il mercato della frutta_Agamben al mercato e il prezzo del sacrificio

  1. Pingback: Il mercato della frutta_World music made in Ladispoli « Emanuele Sbardella

  2. Non mi sono chari alcuni passaggi di questo articolo.
    Il primo è relativo a questa affermazione:

    il dolore privato deve trovare conforto in una mitologia condivisa, la rappresentazione pubblica della fine della vita risulta interdetta per questioni di ordine sociale.

    Cosa intendi dire con la seconda frase?

    Un altro punto che non mi è chiaro è dove si parla della relazione tra il Mercato della frutta e il diritto, il sacro e l’albero…non riesco ad avere chiari i passaggi da un discorso all’altro…

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