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Cogliendo lo stimolo proveniente dal discorso di Canevacci sull’ordigno simbolico della musica, decido di cambiare in corsa l’ordine degli interventi previsti e dare la parola ad Andrea Gagliarducci, autore di un libro dal titolo La musica dell’altro (disponibile anche su Internet Book Shop).

La musica come dispositivo culturale eminentemente corporale che, a detta di Canevacci, rappresenta una via euristica di apertura empatica fra individui “appartenenti” a culture diverse, ha a che vedere con il discorso più prettamente linguistico proposto in La musica dell’altro?

Andrea Gagliarducci ha detto che lui intende il linguaggio come musica (non solo come una musica, né tantomeno intende egli semplicemente parlare della muscia come un linguaggio).

Gagliarducci concepisce la musica, credo alla stregua di quanto facesse Heidegger con il linguaggio, come “ciò in cui siamo dentro”. Ciascuno vi è situtato, come uno strumento perfetto e meraviglioso che emette a propria parte di musica (una musica parziale, magari simile a quella degli altri, ma necessaramwnte diversa ed indicibile). La singolarità dell’evento musicale che ciascuno di noi rappresenta fa sì che ciascuno sia straniero agli altri ma anche a se stesso. La sfida, per Gagliarducci, non è quella di trovare un massimo comune denominatore tra i diversi fattori, bensì di mantenere le differenze. “Mantenerci diversi”, ha testualmente detto.

Oggi le identità vengono messe sul mercato e questo non è necessariamente negativo, ma lo diventa nel momento in cui per  far sentite la propria voce non si riesce né ad ascoltare quella degli altri, né ad ascoltare/capire quella degli altri.

Dopo queste parole di introduzione egli ha seguito piuttosto fedelmente l’abstract di che aveva inviato in fase di preparazione della tavola rotonda. Tale abstract è talemente ben scritto e ricco di stimoli, che ritengo opportuno pubblicarlo.

LA MUSICA DEL MERCATO, LA MUSICA E’ IL MERCATO

Sono cresciuto in un piccolo paese, Pontecorvo, e vivevo al centro della città. Per anni il mercato si è svolto proprio sotto casa mia, tanto che avevamo la necessità di andare a parcheggiare la macchina fuori il giorno prima per essere in grado di uscire dal paaesello, nel caso ce ne fosse bisogno. Ricordo ancora la sensazione che avevo la mattina quando andavo a scuola, e la sensazione che mi prendeva al ritorno. All’andata, era un mercato in via di definizione, già vivo, con le voci delle persone che si sovrapponevano una sull’altra. Eppure non era un sovrapporsi rumoroso, quanto piuttosto la dolcezza di un rumore, un brusio di fondo. Forse è lo stesso brusio di fondo che sentiamo se ci fermiamo ad ascoltare la nostra vita. Non il cuore. La vita. Al ritorno, c’era un senso di disfacimento, mentre ogni bancarella veniva smontata… come un’eco delle voci, del chiasso, delle storie di vita che si erano incrociate in quella giornata. Qualcosa di più dello scambio di merci. Era uno spazio nel quale si raggruppava il dono, lo scambio, l’incontro, la prossimità a qualcuno di diverso. Una volta mia nonna diede qualcosa a un extracomunitario che vendeva pupazzi. Non voleva niente in cambio. Questo la inseguì, le regalò un pagliaccio. È un pagliaccio che è rimasto nella cantina di mia nonna, e che tuttora non ho il coraggio di guardare: ci sento una storia dentro, qualcosa di più grande di me.

Il mercato della frutta di cui oggi parliamo rappresenta per me qualcosa di molto simile a quelle sensazioni. Una sorta di spazio aperto dove profumi, colori, suoni si mescolano in una maniera strana, dove strano è un termine che definisce la stranierità di ogni cosa all’altra. Stranierità, perché diversa, straniera, ma non per questo considerata necessariamente negativa. Il mercato, in fondo, è un luogo di stranierità. Siamo stranieri a noi stessi, prima di tutto, e lo dimostra la fatica continua che facciamo a capirci, comprenderci, guardarci dentro; siamo stranieri a chi ci è vicino, perché anche un amico è qualcosa di diverso da noi, e non ne possiamo comprendere ogni singola sfumatura; siamo stranieri all’interno di ogni circostanza, perché ogni circostanza necessita una continua ridefinizione di quello che siamo e che vogliamo essere. Ecco perché un luogo come il mercato rappresenta un luogo di stranierità: perché vi si incrociano diversi tipi di stranierità, ed è un incrocio continuo e vivo, che ha a che fare prima di tutto con il movimento del mercato. Il mercato, infatti, non è fermo, ma cambia continuamente la sua fisionomia, come un volto che passa dal sorriso al pianto attraverso tutta una serie di sfaccettature intermedie, tante minuscole espressioni facciali che solo chi ci è meno straniero può notare. Il mercato non annulla le differenze, ma le mette una vicino all’altra, le mescola o spesso le mette semplicemente in condizione di confrontarsi. Il mercato è un luogo di prossimità, nel senso fisico del termine.

Trovo particolarmente interessante che questo mercato di Ladispoli sia un “polo” all’interno di una cittadina nata per essere disabitata, come si legge nella curatorial dashboard. Per venire al mio campo, l’idea mi dà l’impressione di un qualcosa di ancora più vivo: un vuoto di significato da riempire, un posto dove i significati vanno e vengono, e non si escludono, ma si includono. Il mercato è un generatore di significanti, per dirla con Saussure, oppure molto più prosaicamente è il luogo in cui le parole e le cose si uniscono, fino a formare suoni particolari e stravaganti. Stravaganti nel senso positivo ed artistico del termine. Noi stiamo riempiendo di significato in questo momento un luogo che luogo non è. Stando alla definizione di non-luoghi di Marc Augéé, il non-luogo è un posto che non possiede prima di tutto una memoria storica, che non ha una precisa identità. Ecco, quanti di noi sono qui oggi, e passano il tempo all’interno di questo mercato, e interagiscono con questo mercato, fanno di questo non-luogo un luogo. Riempiono il luogo di significato. È un procedimento peculiarmente umano. Che ha parecchio a che fare con una serie di cosa: l’alterità, la musica, il volto.

Tralascio il primo, che farà capolino continuamente in questo breve discorso, e parto dall’ultimo, perché è già entrato prepotentemente tra noi nel momento in cui ho definito il mercato “un volto che passa dal sorriso al pianto attraverso tutta una serie di sfaccettature intermedie”. Il volto è il luogo dell’altro, come ci insegna Lévinas. Tutto il lavoro di Lévinas è un andare incontro al volto dell’altro. Per lui (ma anche per me) il volto ha una caratteristica che lo rende unico: è irriducibile. Quando io mi approccio a un volto, questo volto mi interroga. E poi pronuncia un comandamento: non ha bisogno di dirlo a parole, perché lo pronuncia con la sua stessa esistenza: “Tu non ucciderai”. Ovvero: tu non mi ridurrai ad altro, non mi renderei qualcosa di diverso da quello che sono. Di fronte al volto dell’altro, è forte la tentazione di ridurlo a qualcosa di altro da se stesso, e di uguale a me, piuttosto che di renderlo altro da me, ed amarlo per questo. Succede ogni volta che – ad esempio – un amico si comporta in un determinato modo e noi pretendiamo che faccia esattamente quello che pensiamo noi. Quando ci aiuta a modo suo, e noi vorremmo ci aiuti a modo nostro. E invece dovremmo cogliere la sua alterità, il suo diverso modo di fare e di essere. In ogni altro caso, stiamo uccidendo l’altro. Mi rendo conto che si tratta di una definizione che ai più può apparire estrema. Per ora, mi limito a chiedervi di non uccidere questa definizione e di capirne il senso profondo, sganciandola da ogni personalismo. Grazie.

Questa idea mi dà anche una prospettiva per questo mercato. Un luogo dove opere d’arte diverse si incrociano, e sono fruibili al pubblico in maniera varia. Una mostra che mantiene unità di spazio, tempo e luogo, secondo quello che dice Aristotele. Una mostra che è un teatro nel quale le identità si incontrano e interagiscono, cosa che in effetti poi noi riproduciamo a teatro. La differenza è che il testo scritto qui è la vita. E la vita è fatta di continui incontri con la differenza. Non esistono dicotomie fisse, ma solamente dicotomie che servono per comprendere. Abbiamo bisogno di scomporre significati per comprendere la totalità delle cose, pur sapendo che l’intuizione ci permette una visione globale incredibilmente più realistica, anche se assolutamente più difficile da gestire. Anche questa, mi rendo conto, è una posizione estrema. Ma ci porta ad una apertura secondo me singolare.

La prima grande esperienza di incontro con la differenza nella storia dell’umanità è stata probabilmente la distruzione della Torre di Babele. La Bibbia dice che Dio disperse gli uomini e ne confuse le lingue, perché non si comprendessero più e non avessero la superbia di cercare più di essere come Dio. Sembra una punizione. Ma io vedo la cosa da un punto di vista differente. Ho appena pubblicato un piccolo libro, “La musica dell’altro”, tutto dedicato all’incontro con la differenza, e la mia interpretazione dell’episodio della Torre di Babele è proprio nella copertina di questo libro. Ve la leggo, perché è più semplice: “Babele è stata il dono di Dio all’uomo, perché questi non fosse individualista, ma passasse la vita comprendere l’altro. Babele è stata la risorsa musicale alla crescita dell’uomo nella relazione”.

Cosa c’entra il mercato con questo? Il punto è che la questione Babele ci permette di combattere l’individualismo, ma non ci impedisce di essere individuali. Così ognuno di noi, di fronte a questo mercato della frutta, può avere un approccio individuale all’opera. E, allo stesso tempo, può avere un approccio relazionale che si basa sulla differenza. Il consiglio che mi sento di dare, come buona pratica, senza presunzione, è quello di lasciar scorrere ogni opera esposta sulla propria pelle per quello che è, e di comprendere prima di tutto il significato d’insieme di questa mostra. Che è poi quello di accostare le differenze senza annullarle.

È un’esperienza che ci viene da Babele, e che noi possiamo fare proprio perché abbiamo maturato questa millenaria esperienza. Il mercato della frutta è come un mercato delle identità nelle quali il vestito dell’identità viene preso in prestito e vissuto, ma non scambiato. Sono abiti stranieri che mettiano al di sopra della nostra stranierità. Riusciamo a comprendere il tutto solo se abbiamo un’idea globale del tutto. Ma c’è una caratteristica, tipica del mercato: a volte si urla. A volte una persona vuole sovrastare le altre, imporsi, mostrare di essere superiore. A volte si cerca una leadership delle identità, oppure una leadership per distruggere le identità: a mio avviso si tratta della stessa cosa, semplicemente vista da due prospettive diverse. Il risultato, in fondo, è sempre lo stesso: si crea una certa disarmonia, perché allo stesso tempo si crea una certa asimmetricità. Le identità non sono più alla pari. È quello che succede, in fondo, ad una nostra particolare percezione quando ci accostiamo ad un’opera d’arte: lo sono tutte, ma qualcuna ci appare più opera d’arte delle altre, perché ha colori più sgargianti magari. L’ho detto male: qualcuna delle opere d’arte ci catalizza l’attenzione, e impedisce di guardare il resto. È un discorso che non ha molto a che fare con il gusto, quanto con la nostra capacità di selezionare e vedere una globalità di situazioni diverse. Spesso selezioniamo nel momento in cui dovremmo essere globali.

È quello che ci succede di fronte all’altro. Quando ci troviamo di fronte all’alterità, spesso tendiamo a non considerarla per quello che è. La vogliamo ridurre a noi, come ho già detto prima, e non ci accorgiamo che in fondo la bellezza è anche in quello che è.

A guardar bene, si tratta di una questione “musicale” (e così veniamo al secondo punto di cui ho parlato in precedenza). Perché l’altro può essere preso in considerazione secondo i parametri della musica? Prima di tutto, la musica è irriducibile. Certo, possiamo concentrarci su quello o quell’altro strumento. Ma, per comprendere fino in fondo la sinfonia, dobbiamo prendere la globalità della musica. La dobbiamo cogliere per quello che è. Ci può piacere o non piacere, ma non la possiamo scomporre. Non subito. È un procedimento che il filosofo francese Paul Ricoeur chiamava del comprendere e dello spiegare, dove il comprendere (cioè la globalità) veniva sempre prima dello spiegare. La spiegazione è la riduzione ai minimi termini, ma per ridurre ci deve prima essere una globalità che ci interroga. I parametri della musica ci aiutano a comprendere l’altro perché sono l’altro: in fondo, noi non siamo altro che prismi di suoni e silenzi. Noi siamo non solo quello che diciamo, ma il modo in cui lo diciamo, l’inflessione, la voce. Da un suono si comprende una intera persona.

Approcciarsi all’altro a ritmo di musica: è questo il suggerimento che mi sento di dare. C’è stata una musica anche nell’installare queste opere d’arte, e c’è una musica nel fruirle. È un suono che ogni artista sa bene di dover riconoscere, per comprendere se è stato compreso. C’è una musica in questo mercato, anche ora che sembrate in silenzio e all’ascolto, anche prima che si passeggiava tra le opere d’arte chiacchierando del più e del meno.

C’è un tempo musicale e un linguaggio musicale. E il gioco delle differenze si svolge proprio su questo spartito, fatto di un linguaggio peculiare (che è poi quello che diciamo) e di un tempo particolare, nel quale non è solo il testo a contare ma anche il modo in cui il testo viene agito e interpretato. Per comprendere le differenze c’è bisogno di quelli che io chiamo lettori capaci, mutuando l’espressione di uomo capace di Paul Ricoeur. Il lettore capace è colui che si sa mettere in ascolto, che sa cogliere ogni singola implicazione di ciò che sente, e che è in grado di non ridurla a qualcosa di altro, ma ad un sé. Il lettore capace è fondamentalmente una persona che ama. Il lettore capace è, in seconda istanza, una persona in grado di fare conversazione.

Preferisco parlare di conversazione e non di dialogo, perché il dialogo – e mi rifaccio sempre a Lévinas, ma anche a Martin Buber – presuppone un tu che va verso un io, mentre io ci tengo a considerare la totale parità del rapporto tra sé e l’altro. Conversazione, dunque, in cui ogni singolo strumento ha pari valore nello spartito, pur suonando una partitura differente. C’è molto dell’idea di convivialità in questa affermazione. Il convivio altro non è che un ricevimento di persone, durante il quale si conversa amabilmente. L’idea è quella di creare un convivio musicale, ovvero un incontro nel quale l’aspetto musicale dell’uomo sia considerato.

Personalmente – ed è spero l’ultima affermazione drastica di cui vi faccio omaggio – credo che la cosa più umana che ci possa essere è il suono di una risata. Ci insegnano a soffocare il riso, a metterlo da parte. Ogni volta che penso alla risata, mi ricordo del trattato sul riso di Aristotele che scatena la furia omicida del bibliotecario Jorge ne “Il nome della rosa”, e poi penso a John Dee, alla sua lingua degli angeli, che altro non è che una risata, e quindi a P.G. Woodehouse, il grande umorista inglese, in grado di volgere al riso anche la sua esperienza nei campi di concentramento, che qualcuno ha voluto immaginare abbia trovato la sua vena poetica scoprendo proprio lo scrigno di John Dee dove era stato annotato il linguaggio degli angeli, che consisteva appunto nel far ridere le persone.

La risata è irriducibile, perché prorompente. La risata dice molto dello stato d’animo di una persona, a partire proprio dalla sua musica, dal modo in cui questa risata viene messa sullo spartito della vita: si tratta di una risata “mozza”, aperta, di una risata ironica o spontanea? E perché si sta ridendo? Tutto questo ha a che fare con la totale genuinità dell’essere umano. Ogni volta che si entra nel mercato, e ci si imbatte in questo crogiuolo di suoni che sono poi le persone altre da sé, beh, la cosa più bella da fare, la cosa che si riconosce prima di tutte è la risata. Specialmente se è la risata di un bambino. Usciti da questa tavola rotonda, fatelo un esperimento: cercata la prima risata intorno a voi, e ascoltate la musica delle sensazioni che vi scoppiano dentro. Non le reprimente: semplicemente ascoltatele. È il primo passo per andare incontro alle differenze.

Perché il percorso musicale verso l’altro è un percorso che parte dall’altro da sé, passa dal prossimo e arriva al lontano, in una soluzione continua, senza pause, senza necessità che venga scomposto per essere compreso. Vedere l’altro come musica significa essere completamente aperto all’altro, e porci di fronte all’altro con tutte le nostre debolezze. Anche con la debolezza di una risata!

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One thought on “L’arte frutta_Andrea Gagliarducci

  1. Pingback: Il mercato della frutta_L’arte frutta! « Emanuele Sbardella

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