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Dopo una breve pausa ed un rinfresco a base di frutta, Luca Simene ha iniziato il suo intervento, effettuato sia in italiano sia in inglese.

Egli ha efettuato una breve escursione storica sullo sviluppo della disciplina antropologica trattando il punto cardine della rappresentazione visuale dell’altro ( “reciprocità degli sguardi” di cui parlava Canevacci). La posta in gioco, per Luca Simeone, è la relativa inclusione/esclusione dell’oggetto studiato e il correlato grado di coinvolgimento del soggetto osservante.

Erede delle Esposizioni Universali e dell’evoluzionismo, l’antropologo degli albori no concepiva nemmeno la possibilità di trattare li indigeni come esseri umani dotati di una dignità equivalente a quella di qualsiasi altro occidentale. Molto più semplice era, al fine di una analisi scientifica, operare una classificazione di popoli e razze, in cui le voci dissidenti veniasero non dico espunte ma semplicemente ignorate; la complesidtà delle relazioni, omessa.

Mele, pere e banane, ognuna nella sua cassetta, non potevano venire confuse tra di loro e con altri tipi di frutta. Soprattuto, ogni esemplare all’interno di una asetta, non presentava differenza significative rispetto agli altri esemplari.

La voce che regnava sovrana era quella dell’antropologo, e l’immagine che veniva proposta era quella di un Altro oggettivato e artificializzato, costretto a rispecchiare l’immagine di partenza che l’antropologo voleva ottenere.

Appiccicato con forza all’immagine tradizionale e subalterna che gli viene imposta, il nativo non aveva voce in capitolo.

Link esterni

> Website di Luca Simeone

> Blog di Luca Simeone

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