L’arte frutta_Massimo Canevacci

In videoconferenza attraverso Skype dalla Cina, ove in questo periodo insegna, Massimo Canevacci ha portato con sé un ospiote a sorpresa: Yao, uno dei suoi studenti. Quest’ultimo ha fatto un brevissimo intervento, in cinese e in italiano a beneficio degli atisti presenti, in cui ha parleto della novità che l’insegnamento di Canevacci ha introdotto nell’Università.

La mera presenza di Yao, il suo discorso in lingua cinese, e l’utilizzo del canale Skype sono da considerarsi come la migliore delle introduzioni, concettuale e fattuale, a quello che sarebbe stato l’intervento più tradizionalmente basato sul linguaggio logico-verbale.

Il professore ha esordito presentando, a proposito, il concetto di metropoli comunicazionale. Grazie proprio ai mezzi di comuniazione digitale in rete prende corpo una struttura, fluida quanto capillare e persistente, sulla base della quale la metropoli novecentesca irrobustisce la propria tendenza ad agglomerare elementi linguistici e tratti culturali discreti, eterogeneri e (secondo paradigmi classici) tra loro stridenti. Una metropoli sconfinata, fatta di elementi originalmente ripetuti e bricolati. Non è un caso che Canevacci abbia tenuto a sottolineare che il luogo da cui fisicamente si stava connettendo, viene anche chiamato la Venezia cinese.  A proposito della città in cui vive, in una e-mail ha scritto: “l’immagine della bellezza disordinante di Souzhou incrocia una Venezia abitata da napoletani. (…) Venapoli-Souzhou (ma anche Hangzhou o Zouzhuang)”.

Un turbine di falsità e ripetizioni sovverte le nostra abituali visioni lineari, sconnettono e interferiscono con il discorso moderno. Immagini e modelli che si accatastano automaticamente a partire da un tropo filosofico, il richiamo di una esotica Venezia cinese ambienta immediatamente l’uditorio, in maniera prelinguistica, nell’orizzonte teorico che Canevacci vuole condividere andando a parlare di sincretismo culturale e soggettività diasporica, questa sogettiità con cui oggi, avendo essa smarrito il proprio crattere di extrra-ordinarietà, ci troviamo quotidianamente confrontati. Meglio, di cui giorno dopo giorno entriamo sempre più a far parte.

Canevacci ha espresso con chiarezza una delle idee centrali della mostra, vale a dire la volontà di dare voce a questa relativamente nuova soggettività diasporica. Non una esposizione di tipi culturali messi in relazione tra di loro secondo preconcetti occidentali, ma un evento discorsivo tra soggetti da sempre interdipendenti e contaminanti.

Il lento processo di normalizzazione di questa nuova soggettività si accompagna con quello che l’antropologo visuale chiama “reciprocità degli sguardi” (concetto su cui sarà impostata poi la relazione di Luca Simeone). In questo processo di concessione di spazi autonomi allo sguardo altrui, l’antropologia cede qualcosa dalla parte dell’analisi per soddisfare, d’altra parte, un desiderio che ha sin dagli inizi cercato di rimuovere, che è quello che Canevacci ha chiamato il “desiderio della differenza”.

A mio modo di vedere quell’accettazione della soggettività diasporica deve passare dapprima per il canale privilegiato dell’arte, che credo esprima in massima misura una sorta di desiderio di differenziazione, il desiderio di svincolarsi da qualsiasi rappresentatività: oggettuale, politica, personale.

Nella metropoli espansa, continua Canevacci, acquista ancor più rilevanza l’uso del linguaggio eminentemente corporale della musica e la valenza culturale del cibo. Musica e cucina sono ordigni simbolici che offrono un accesso culturale semplificato, in quanto no mediato dall’apparato linguistico e legato a modalità di consumo e produzione immediati, integrazione e convivialità. Musica a cucina sono proposti come modelli privilegiati per aprire uno scambio in quanto forniscono uno schema di condivisione alla portata di chiunque.

Canevacci porta anche un esperimento mentale per illustrare il modello di contaminazione che ha in mente, questo turbine atemporale di tradizioni e di iconografie che si mescolano. Massimo Canevacci ci ha parlato di “scarpe cinesi che tornano di moda”. Prima di lasciare la parola a Canevacci stesso, il quale ha preparato questo scritto in una delle sue lettere dalla Cina, mi venga concesso di notare l’uso ossimorico e provocatorio dei termini tornare e moda. Premesso che l’etimologia del termine lega saldamente la moda al tempo presente, l’affiancarle un verbo (rimarcato con il tono della voce a significare più di quello che si suole solitamente dire) cha la mette in connessione con passato e futuro spoglia la moda di ogni presunta attualità e novità. Quello di novità non è un concetto che possa essere facilmente integrati nel panorama concettuale proposto da Canevacci.

A questo punto sono lieto di riportare uno stralcio di una delle Lettere dalla Cina scritta dal Professore Massimo Canevacci in risposta allo stimolo proveniente dall’invito alla tavola rotonda.

The pure shoes go crazy

Anche di notte i negozi di cellulari – modernissimi con prodotti  differentissimi collocati come gioielli dietro teche trasparenti –  sono aperti e strapieni con impiegati attenti mentre sciamano le persone, specie giovanissime, che scelgono, testano, si informano, provano, indossano come fosse un capo di vestiario e soprattutto comprano. Vicino a un ponte su un canale molto bello, un giovane dall’aria ben educata tipo studente di antropologia e design mette un tappeto per terra e sopra tante scarpe “cinesi”: voglio dire che sono le scarpe classiche che da noi si individuano come appunto cinesi (“cineserie”): basse, di raso, multicolori, con disegni di draghi e fiori, dalle suole sottili. Insomma, “ pure  shoes go crazy”. In un attimo si fermano decine di ragazze sui 15-20 anni, si tolgono le false/vere Nike o Adidas e si misurano felici le  loro babbucce saltellando su un piede solo sopra il tappeto magico. Sarà che le giovani cinesi hanno riscoperto le loro scarpe “cinesi”? Mi immagino che quel giovane le ha importate dall’Italia, magari proprio da Napoli, fatte a mano da cinesi residenti a Gomorra dove  hanno riscoperto  lo stile cinese. O inventato la tradizione, come purtroppo si suol dire …. Souzhou è proprio spettacolare: anche noi andiamo in giro su una barca di legno traforato per i canali, da dove si osserva la vita quotidiana di chi continua a vivere sui bordi popolari dei canali. Donne che lavano i vestiti o persino il mangiare su quell’acqua dubbia, persone che riposano, lavorano, chiacchierano, tutti che fumano, cortili piccoli, finestre che si affacciano indifferenti, porte di legno semifracico, mondezza dappertutto, bambini che corrono, chi mangia e ci vede e saluta. Su una “calle”, alcune ragazze travestite da cinesi classiche, coi vestiti colorati, si fanno fotografare come per giornali di moda, mentre i ragazzi del set aprono ombrelli argentei per riflettere la luce, scattare foto, aggiustare i vestiti o i capelli. Più in là su uno spiazzo c’è un palco dove un uomo e una donna, truccati  e sempre in abiti classici,  cantano pezzi di opera e la gente si ferma, ride, fotografa, applaude. Al prossimo ponte, si affittano vestiti “cinesi” per farsi fotografare da amici o innamorati in stile tradizionale. I ponti sono ad angolo ottuso, proprio come a Venezia, per far passare sotto le barche (nella prima foto si vede una “gondola”). Spesso ogni pietra del ponte per terra ha una forma diversa dalle altre. Niente è uniforme in tale contesto. Anche e soprattutto le marche: le magliette sono strapiene di sigle e stravincono gli Usa… eppure l’italietta disastrata arriva buona seconda. Se le scritte in inglese sono 100, quelle italiane sul 4-5%. Le altre inesistenti. Armani diventa di volta in volta Arnani, Arnami, Anami, Armanigiovantù; Robe di Kappa (di cui ho visto in tv una bellissima sfilata in Cina, con modelle e modelli che alternavano passi di danza con pezzi tai chi o kung fu dai risultati coreografici “originali e ibridi”) stravince e così si vedono Kappa dappertutto ridisegnate e sempre mutanti per la gioia delle case madri. E via di seguito, con D&G dalle variazione inesauribili, mentre le scarpe tipo Nike sono più vere  delle vere, in quanto fatte qua e rivendute in ogni modo e in ogni luogo del mondo.

Link esterni

> Blog di Massimo Canevacci

> La rivista Avatar presentata su Nonleggere.it

Annunci

2 pensieri riguardo “L’arte frutta_Massimo Canevacci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...