Il mercato della frutta_Resoconto

Many thanks to Ruobing, Yak, Sai e Mei: artists, technicians and first of all real good friends.

Grazie ad Alessandro, Alessio, Marco, Ralla, Sarah e Titti: assistenti, professionisti e persone importanti nella mia vita.

Grazie ad Alfonso, Andrea G., Cheikh, Luca, Maxx e Valeria: relatori presenti, relazioni future e compagni di strada.

Grazie ad Andrea Z., Eloisa, Francesca e l’Imam di Ladispoli: personaggi pubblici, organizzatori e persone che hanno creduto in me.

Infine – e soprattutto – grazie ai lavoratori del mercato e alla mia famiglia. Entrambi questi gruppi, in modi diversi, hanno ospitato gli artisti trattandoli come loro membri ed hanno insegnato a me che il lavoro viene dalla terra e alla terra torna.

Questi ringraziamenti giungono alla fine di un percorso, che non è veramente finito e che ha visto la sua fase culminante nella realizzazione dell’evento “Il mercato della frutta – The pure products of  Italy go crazy”. Questo percorso era iniziato con Elsie, una ragazza americana con “una goccia di sangue indiano” cui era dedicata la poesia di Williams The pure product of America go crazy (1923) [1].

Giunto a questo punto conclusivo vorrei tracciare un parallelismo ed iniziare il resoconto citando un passo in cui i versi di Pasolini (La Terra del Lavoro) innalzano la figura di un’anonima donnetta del centro Italia a simbolo universale per la desolazione della condizione umana.

Una donnetta, di Fondi o Aversa, culla
una creatura che dorme nel fondo
d’una vita d’agnellino, e la trastulla

– se si risveglia dal suo sonno
dicendo parole come il mondo nuove –
con parole stanche come il mondo.

Questa, se la osservi, non si muove,
come una bestia che finge d’esser morta;
si stringe dentro le sue povere

vesti e, con gli occhi nel vuoto, ascolta
la voce che a ogni istante le ricorda
la sua povertà come una colpa.
[…]
Si confondono la pioggia e il sole
in una gioia ch’è forse conservata

– come una scheggia dell’altra storia,
non più nostra – in fondo al cuore
di questi poveri viaggiatori:

vivi, soltanto vivi, nel calore
che fa più grande della storia la vita.
Tu ti perdi nel paradiso interiore,

e anche la tua pietà gli è nemica.

In questa donnetta, il lontano richiamo della Terra che si trovava in Elsie commisto a mille altre infiltrazioni, è amplificato e diviene quasi un rapporto di simbiosi. Non si tratta di un ritorno ad un autentico quanto bucolico invito a rivalutare passati riferimenti rurali, ma un consapevole sguardo al futuro della Terra. La donnetta non solo un simbolo universale per la desolazione, ma è soprattutto un’avanguardia per un movimento di totale soppiantamento del sé, di oltrepassamento dei soprusi e ridicolizzazione delle ingiustizie. In questa donnetta e nel resto dei poveri viaggiatori è custodito un messaggio di profonda e consapevole rassegnazione, il quale emerge da tutto l’amalgama contemporaneo e procede oltre il frammischiarsi di tratti organici e culturali sulla superficie di questo pianeta

Ciò che ai miei occhi si è palesato è una realtà in cui la connaturata curiosità e propensione all’altro viene spesso soffocata da meschinità indotta da ristrettezze economiche e da modelli culturali biechi. Lo scambio non avviene se non (per lo più) sulla base di convenienze personalistiche. Le poche persone di parola vengono impedite nella realizzazione di fatti da persone fatte di parole e scarsamente intenzionate a mettersi veramente in gioco.

Si può dire che l’evento abbia riscontato il suo maggiore successo nel coinvolgimento sincero di alcuni lavoratori al mercato e di pochissimi esperti nel mondo dell’arte contemporanea. Il suo maggiore insuccesso può esser misurato di fronte alle aspettative di una risposta collettiva e partecipata.

Al mio tentativo, quello di espandere antropologicamente la definizione di arte e di proporre, attraverso questa, modelli di vita praticabili anche al di fuori dell’ambito ad essa preventivamente affidato, è solo in piccola parte conseguito un reale cambiamento.

A questo punto voglio parlare più nel dettaglio delle proposte artistiche che si sono concretizzate all’interno dell’evento, lasciandomi libero di scrivere in un futuro prossimo agli articoli le riflessioni emerse durante la tavola rotonda introduttiva.

Come chiosa introduttiva ad entrambi gli interventi voglio usare una citazione da un libro che Carlo Lorenzi scrisse nel 1883.

“Quando Pinocchio in due bocconi ebbe mangiata la prima pera, fece l’atto di buttar via il torsolo: ma Geppetto gli trattenne il braccio, dicendogli:

— Non lo buttar via: tutto in questo mondo può far comodo”

(Collodi C., Le avventure di Pinocchio, Capitolo VII. Geppetto torna a casa, e dà al burattino la colazione che il pover’uomo aveva portata per sé)

L’intervento di Wang Ruobing

La giovane artista di origini cinesi ha proposto e realizzato due interventi: uno installativo ed uno performativo, con due titoli diversi, ma con la medesima propensione processuale.


A day of waste, il lavforo installativo, è un libro le cui pagine sono state realizzate manualmente a partire dagli scarti di una intera giornata (il 22 ottobre) al mercato ortofrutticolo. La processualità, che teoricamente dovrebbe essere meno evidente in un lavoro installativo che in uno performativo, era calcata dall’esposizione di circa 30 foto che documentavano le diverse fasi di realizzazione del libro (la raccolta, la macerazione, lo sbiancamento, il filtraggio, l’essiccazione, la pressa e la rilegatura).

Swap shop, l’opera performativa, propone l’instaurarsi di un rituale di scambio senza denaro all’interno del mercato. Domenica primo novembre, dalle 11:00 alle 13:00, con la promessa del curatore di ripeterlo per alcune domeniche avvenire,  l’artista ha aperto un banchetto improvvisato al centro del mercato in cui alla gente veniva chiesto di lasciare oggetti usati e scambiarli con quelli trovati nel banchetto. Alla fine della giornata viene misurato in kg la quantità di beni scambiati.

L’intervento di Yak Beow Seah

Anche l’artista di origini malesiane ha proposto e realizzato due interventi: uno installativo ed uno performativo, ma sotto uno stesso titolo: Leftover forever.

La parte installativa utilizzava frutta e verdura del mercato, nonché sedie e tavolini di legno raccolti durante i mesi di preparazione dal curatore presso l’isola ecologica di Ladispoli.

A fronte di elementi spogliati della loro usabilità nell’installazione, nella parte performativa del suo lavoro Yak Beow Seah offre se stesso per qualsiasi tipo di servizio per un’ora a chiunque ne avesse fatto richiesta. In galleria era presente una tabella degli orari da compilare con nome e tipo di servizio richiesto.

In risposta a quest’ultima performance mi piace riportare la testimonianza di un ragazzo, Stefano Azzena ( http://www.myspace.com/stefanoart ), che ho conosciuto poco prima dell’inaugurazione su MySpace, e che ha fruito del servizio dell’artista.

La mostra che mia ha lasciato un ricordo.

Oltre alla mostra c’è stata un iniziativa molto simpatica e cioè l’artista Malese di nome jack si è messo a disposizione dei visitatori per i giorni che hanno  seguito l’inaugurazione ed io che volevo approfondire il discorso sulla messa in opera di un’istallazione composta da frutta fresca ,verdura e complementi d’arredo quali sedie tavoli e quant’altro, ho colto al volo l’occasione e mi sono prenotato un’ora da spendere nel pomeriggio di domenica in sua compagnia.

Praticamente l’ho invitato a casa dei miei genitori (dove ho allestito il mio studio)per un caffè e per mostrargli  alcuni dei miei quadri.

Abbiamo trascorso un’ora molto piacevole parlando dell’originalità delle sue opere e del suo percorso artistico.

Devo dire che la conoscenza di jack per me è stata oltre che una possibilità di confronto ,un ricordo da conservare nell’archivio delle mie esperienze artistiche.

Attività collaterali:

_30 ottobre: “L’arte frutta” – Tavola rotonda

_28 ottobre: Laboratorio artistico di Wang Ruobing per i ragazzi diversamente abili assistiti da Casa Comune 2000

 

 

 

 

 

 

 

 

GRAZIE A TUTTI


[1] Da questa poesia nascevano alcune considerazioni di Clifford, il cui libro è parte fondante dell’idea curatoriale. Clifford: “Elsie simboleggia, a un tempo, una disgregazione culturale locale e un futuro collettivo. […] Tutti gli splendidi luoghi primitivi sono guastati.
Una sorta di incesto culturale, un senso di fibrillazione storica pervade, guida la fuga delle associazioni. […] è diventato concepibile uno spazio realmente globale di connessioni e dissoluzioni culturali: le autenticità locali si incontrano e si fondono in precari ambienti urbani e suburbani: ambienti che comprenderanno le aree di immigrazione del New Jersey, proliferazioni multiculturali come Buenos Aires, le township di Johannesburg. […]
La risposta di Williams al disordine che [Elsie] rappresenta è complessa e ambivalente.
Se le tradizioni autentiche, i frutti puri, si stanno ovunque arrendendo alla promiscuità e all’insignificanza, la scelta della nostalgia non possiede fascino.
Non c’è un ritorno possibile, non c’è un’essenza da recuperare”.
“É solo a frammenti isolati che/ qualcosa/ viene fuori/ Nessuno/ per testimoniare/ e riparare, nessuno per guidare la macchina”.
Williams <<non evoca Elsie e l’ottusità rurale per celebrare un futuro tecnologico e progressivo […] né si rassegna mestamente al dissolversi delle tradizioni locali dentro la modernità entropica, visione consueta tra i profeti dell’omologazione culturale che piangono i tropici perduti.
Invece, egli asserisce che “qualcosa” ancora “viene fuori”, anche se solo a “frammenti isolati”>> (Clifford1993:15-16) e riflette: “Se l’autenticità è relazionale, non ci può essere essenza se non come invenzione politica culturale” (1993:24).
La questione che si pone qui, non è perciò, se sia più “autentica” la versione tradizionalista o quella new age della religione indiana: entrambe sono il frutto di almeno trecento anni di interazione culturale tra indiani ed europei.

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