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Giovani Curatori Italiani

Team curatoriale

Quando? Il 2 febbraio… si, il martedì appena trascorso. Mi piace evidenziare questo scarto temporale di pochi giorni. Essi (mi riferisco al lasso temporale relativamente breve di due giorni) sono stati necessari a me per redigere queste poche righe; tuttavia sono anche utili a porre sotto la nostra attenzione l’antinomia di una contemporaneità che ci sfugge continuamente ma che allo stesso tempo sembra non dover arrivare mai.
Non sono pochi i filosofi che appoggiano la tesi della fine della storia, ed alcuni sono concordi nel marcare una svolta irreversibile in quel periodo di forte agitazione che fu il ’68.
Per Alessandro Fontana, ad esempio, il ’68 è una specie di passato che resta e che blocca nella sua incompiutezza la contemporaneità. La storiografia tradizinale non potrà linearizzarlo.
Per Mario Perniola con il ’68 si inaugura un periodo storico in cui gli eventi smettono di collocarsi lungo una rintracciabile linearità causa-effetto e smarriscono persino la consolidata possibilità di essere narrati. Il trauma, paradossalmente, è quello della scomparsa dell’azione nei meandri della comunicazione.
Io non voglio parlare di filosofia della storia, ma sono convinto che un modo ragionevole di considerare molti fenomeni “odierni” sia quello di ricollegarli a quel “presente” traumatico e mai realizzato. In relazione a tali rivolte di 40 anni fa vanno considerati i “ripensamenti”, le “trasfigurazioni” o le “rielaborazioni” di molti artisti contemporanei.
Così mi piace fare con l’evento artistico di cui mi accingo a parlare, forzando forse un po’ la mano sul significato di “agita”.

Tuttavia l’antinomia della contemporaneità, ed in particolare dell’arte contemporanea, giustifica tale interpretzione. Quando si collegano pratiche artistiche unite soprattutto dalla loro problematica autodefinizione e dall’altrettanto problematica collocazione temporale nel nunc, l’estensione e la sospensione del tempo presente balzano in primo piano. Infatti tali questioni sono primariamente presenti nella difficoltà di doversi destraggiare fra artisti perennemente combattuti ed opere eternamente in fieri. Questo è il dilemma principale che deve essere stato affrontato dal team curatoriale. Di fronte alla volontà di concludere il percorso di specializzazine professionale in curatore d’arte contemporanea, un impegno rilevante è stato profuso nell’intento di stabilre le cooridnate spaziali e temporali entro le quali racchiudere un lavoro sotto più punti di vista collettivo: colettivo di curatori, di artisti, di referenti accademnici ed istituzionali.

Prima di analizzare il modo in cui l’antinomia è stata affrontata, permettetemi di chiarire, a beneficio di quanti leggessero questo articolo senza avere assistito all’evento o avere avuto per le mani la preziosa cartella stampa preparata per l’occasione, quali individualità o entità andassero a comporre questi collettivi.

Team curatoriale, diviso in due reparti.
4 curatrici per la tavola rotonda:
– Ilaria Caravaglio
– Chiara Miglietta
– Valentina Pugliese
– Giovanna Sarno
7 curatrici e curatori per l’esposizione
– Silvia Bucchi
– Lincoln Dexter
– Diego Marchi
– Laura Laruffa
– Simona Raho
– Ersilia Rossini
– Valentina Trisolino

Artisti:
– Aurora Meccanica & Carlo Riccobono
– Niccolò Angeli
– Antonio Bardino
– Alessandro Battisti
– Ludovico Bomben
– Anna Di Prospero
– Massimiliano Pelletti
– Paolo Pennuti
– Giulia Ravazzolo
– Alberto Scodro
Tutti nati in Italia fra il 1974 e il 1987.

La istituzioni ed enti sono molteplici.
Ne dimenticherò, temo, alcune. Ma credo di poterle suddividerle fra ospiti ed espitanti.
Ospitanti:
MLAC
– Facoltà di Scienze Umanistiche
Ospiti:
Fondazione Baruchello
Fondazione Cerere
Fondazione Guastalla
Fondazione MAXXI
Fondazione Nomas
Fondazione Quadriennale

Nessuna di questa risulta, secondo una lista stilata lo scorso anno dal Sole24ore, fra le 21 più importanti d’Italia.

Detto questo, ora posso tornare ad analizzare l’antinomia e le soluzini curatoriali adottate.

Innanzitutto si è deciso di operare una scissione tematica ed organizzativa fra un momento teorico/intorduttivo, ed uno pratico/espositivo.
A tale schema è corrisposta una divisione del lavoro in team separati, che ha dato luogo a due momenti chiaramente comunicanti, ma forse non sufficientemente interdipendenti. Alla fine si è solo un po’ rammaricati del mancato dialogo fra le due sezioni dell’evento, che avrebbe potuto ad esempio portare a maggiori fondi da investire per un catalogo che manca a documentare l’evento, dargli profondità critica e riconoscibilità storica.
Concettualmente, tuttavia, tale scissione era molto utile per afforntare l’antinomia del contemporaneo. Infatti dalla tavola rotonda e dall’incontro con le fondazioni romane se ne voleva far emergere quadro complessivo esaustivo. L’aspetto che interessava snocciolare è consistito nel collocare questi enti eterogenei in un settore del sistema dell’arte in grado al tempo stesso di ammortizzare e sollecitare la fermentazione delle sperimentazioni artistiche contemporanee.

La tavola rotonda si è aperta con la proiezione di un video realizzato accostando le risposte dei rappresentanti delle sei fondazioni a sei domande circa i rispettivi enti ri appartenenza (storia, organizzazioni, funzioni).

Fotogramma del video

Ciò che è emerso dalla discussione che si è aperta successivamente è una sostanziale rivendicazione delle rispettive peculiarità e la volontà di conoscersi e collaborare.

I relatori i recano al tavolo

Alcuni ostacoli, tuttavia, sono stati individuati sulla strada da seguire verso questa unanimentemnte auspicata collaborazione.
I relatori hanno principalmente insistito sul problema derivante dall’incongruenza di pratiche ed obiettivi tipici di fondazioni che nascono da una precedente situazione pubblica rispetto alle pratiche e agli obiettivi che invece sono tipici di quelle di estrazione privata.
Altri ostacoli, che non sono stati detti, sono costituiti dal fatto che tale dialogo non può venir forzato e non sempre si otterranno risultati di maggior rilievo se si cerca di derimere le proprie particolarità a favore di un convergente dialogo. In fin dei conti la radicalità dell’arte e la mancanza sostanziale di un un accordo unanime circa la sua definizione ed i suoi obiettivi, fanno si che ogni approccio debba essere legittimato ad un isolamento talvolta anche antisolciale, laddove necessario o richiesto.
Su questo aspetto avrei voluto fare un appunto, se fossero stati preventivati maggiori interventi dal pubblico, circa la velata iposcrisia o l’ostentata ingenuità di alcuni nell’esprimere il più totale accordo nell’impostare questo network. In particolare quando poi invece si esacerbavano, a pochi minuti di distanza, le disanze  e le opposte rivendicazioni. La denuncia di una reticenza da parte delle fondazioni di origine pubblica ad interfacciarsi con il privato ed una pretesa delle fondazioni nascenti dal privato di diventare pubblico.

Il tavolo dei relatori

Sulla base di questo approfondimento introduttivo fornito dall’occasione della tavola rotonda, si  è maggiormente legittimata la scelta di focalizzare la mostra su quei giovani artisti italiani che in questo sistema dell’arte cercano appigli, amichevoli dialogatori, o magari idoli da combattere.

D’altro canto, tale scelta di nuotare nel mare mosso delle proposte artistiche provenienti da soggetti ancora scarsamente riconosciuti comporta i suoi pericoli. Pertanto è stata scelta la limitazione “giovane”, e quella, più sottile, di un’attitudine o di una tendenza al movimento, all’agitazione. Ricorrenti il tema dell’utopia da vetrina (Angeli, Pelletti) e del disagio sociale esposto in maniera contrastante rispetto agli splendori del neocapitalismo (Battisti, Pennuti), la critica al mercato dell’arte (Meccanica & Ricconobo, Ravazzolo) e le barriere sociali che impediscono l’accesso , i non luoghi (Bardino) e i luoghi finzionali (Prospero).

Scorcio sulla situazione espositiva

Ci sarebbe da approfondire ciascuno di questi temi che mi sono appena limitato ad elencare; scardinarli in ciascuna opera, ma il presente articolo vuole limitarsi ad un’analisi curatoriale del lavoro dei miei amici e colleghi (pertanto  preferisco momentaneamente mettere da parte, per quanto possibile, l’aspetto critico).

Emanuele Sbardella - fotografia d'arte

Emanuele Sbardella documenta le opere in mostra

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One thought on “6×6 + AGIta

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