Art critic_Cesare Pietroiusti, Jacopo Seri, Filipa Ramos – Una lezione (Fluxus Biennal/After Fluxus)

Iniziamo con alcune informazioni introduttive.

Il resoconto vero e proprio è scritto in bianco sotto questi tre paragrafetti scritti in grigio.

(…per chi proprio non avesse “voglia né di leggere o studiare”… almeno non perdetevi il video che ho fatto durante gli ultimi 5 minuti della performance – è posto alla fine dell’articolo)

Cosa vi accingete a leggere?

Più che una critica, un resoconto dell’esperienza che io ho fatto di una performance di Cesare Pietroiusti. Questa critica informale e soggettiva è arricchita da foto e video che ho registrato dall’interno ed è accompagnata da alcuni spunti di riflessione che questa esperienza ha suscitato in me.

La performance si è svolta nello Spazio Risonanze dell’Auditorium Parco della musica di Roma, fra le ore 21:30 e mezzanotte del 26 febbraio 2010, ed era intitolata “Una lezione”. Si contestualizza nell’ambito della manifestazione “Fluxus Biennal”, a cura di ABO – Achille Bonito Oliva.

> Comunicato stampa sul sito dell’Auditorium

Premesse metodologiche

Il mio stile critico è fortemente influenzato da una duplice partecipazione. Innanzitutto Cesare Pietroiusti è un amico ed un artista con il quale ho già lavorato. Secondopoi, per l’occasione, io non ho solo visto la performance dall’esterno, ma ho partecipato con altre 40 persone circa alla performance nel ruolo di discente-bevitore, rispettando le regole imposte dall’artista.

Trattasi, quindi, di osservazione partecipante in cui lo sguardo critico oggettivo cede sotto più fronti il passo ad uno sguardo critico appannato, fazioso e disinvolto.

Dati introduttivi

L’idea della lezione prende spunto dalla volontà di Iacopo Seri di dare forma concreata (extralibresca) ad un testo di Deleuze e Guattari, “Millepiani”, che è stato appunto il testo di cui si è parlato durante la lezione, con cesare Pietroiusti come Professore e Filipa Ramos come assistente.

Cesare, Jacopo e Filipa
Cesare, Jacopo e Filipa

Oltre alla presenza dei tre artisti, l’area della performance era occupata da altri due gruppi di persone: i discenti (un gruppo di una quarantina di persone che si erano iscritte tramite email ed avevano ricevuto dispense da studiare e che avrebbero dovuto bere, come anche gli artisti, un litro di vino durante la lezione) e gli osservatori (un gruppo più folto composto per lo più da critici, galleritisti e giornalisti. Ad ogni modo persone interessate a guardare la performance dall’esterno, o che non erano rientrati nella selezione).

I tre artisti erano disposti al centro, vicino ad una lavagnetta. In una prima fascia attorno agli artisti erano disposti 5 tavoli rotondi sui quali abbiamo trovato tovaglioli, pane scuro, fogli, penne e bicchieri. La bottiglia di vino veniva consegnata personalmente al momento dell’accredito. Il vino poteva essere bianco o rosso, selezionato al memento del’iscrizione, ed era di ottima qualità. Io ho ricevuto un Barolo offerto dall’azienda vinicola Rainaldi. Tttto il vino era garantito senza solfati – come ha tenuto a specificare Cesare – quindi “eventuali mal di testa non sarebbero stati da attribuire alla cattiva qualità del vino, ma alla forza dei concetti che si sarebbero andati ad affrontare”.

Resoconto

Mentre mi recavo all’Auditorium approntavo il design del mio arredamento interno cogliendo qua e là qualche assaggio di un Bukowsky che avevo portato meco.

In fin dei conti sarebbe stato sufficiente mimetizzarsi con il lerciume del treno in cui stavo viaggiando.

Ma fare proprio il lezzo del quotidiano pendolarismo è assai meno vanaglorioso che godere del lezzo distillato da Charles. Così dicono. E così sia.

Leggo:

“L’uomo è la fogna dell’universo”

Alzo gli occhi. Li riabbasso subito per paura di continuare a non trovare nulla da eccepire.

Continuo a leggere:

“Non riesco a affrontare la vita, quando sono sobrio”

Alzo gli occhi. Stavolta chiudo i libro con la scusa di non voler arrivare troppo presto al dunque. In fin dei conti la scelta di portare con me proprio Mirster B. (e non sto parlando del corrotto) era tesa a condizionare il mio approccio alla performance verso un lassismo che ritenevo più adeguato della mia usuale continenza, ma questo condizionamento era troppo lapalissiano. Posso accettare di venir condizionato solo se prima mi convinco a far finta che non mi si stia condizionando. Ma questo era troppo pacchiano per uno a cui piace illudersi di non essere facilmente condizionabile. La scelta di farsi accompagnare in treno da Bukowsky, quindi, si è rivelata infruttuosa e controproducente, in quanto anziché aprirmi all’accettazione di uno stato di alterazione mi ha alterato ed ha reso più arcigne le mie misure difensive. Il mio arredamento interno non stava sviluppandosi secondo i piani, e forse il mio stesso amico Cesare non avrebbe voluto che io cercassi di modellare la mia indole per via di un autoinganno.

Pertanto, poche righe di Bukowsky hanno presto lasciato spazio a Deleuze: vale a dire il gorsso delle dispense fornite dall’artista. Riecco affiorare in me il critico diligente, che prepara l’arredamento interno con perfetto stile razionalista (ma con spazi lasciati all’estro e all’imprevisto). In fin dei conti è meglio partire da una solida diligenza, piuttosto che da un conciliante lassismo, se si intende affrontare un’azione collettiva corrosiva del fisico e della morale. Lo scopo di tale azione sarebbe in gran parte vanificato se, agendo, non incontrasse resistenza alcuna.

Tuttavia il viaggio in treno è breve. Dopo aver riposto Bukowsy ed aver rapidamente sfogliate le dispense che già avevo marcato con note e sottolineature, questi pensieri sulla resistenza mi hanno frettolosamente accompagnato a guadagnare la banchina della stazione. Oramai non c’era più tempo per rifinire il mio arredamento interno, perché di lì a poco il mondo mi si sarebbe fatto incontro ed io sarei stato troppo affaccendato a fare gli onori di casa. All’auditorium incontro alcune amiche, nessuna delle quali parteciperà come discente-trangugiatricedivino. Insieme vediamo parte della mostra allestita su Maciunas dopodiché prendo congedo per andare a ritirare il mio litrozzo di vino. Nei loro sguardi leggo l’eccitazione per la goliardìa della sfida. Loro sanno meglio di me quanto poco questa sfida si confaccia al mio tipo. Io me ne dimentico e procedo piuttosto meccanicamente versio la sede in cui sorge l’estemporaneo tempio di Bacco. Sono solo leggermente innervosito dal cogliere nel mio atteggiamento una certa dose di intellettuale tracotanza. Ma fa parte degli armamenti di cui dispongo per la difesa. Me lo perdono.

Faccio passare la mia fotocamera fra i tavoli e vengo fotografato
Faccio passare la mia fotocamera fra i tavoli e vengo fotografato

Consapevole che alla fine della performance le mie amiche avranno un punto di vista diverso dal mio, riesco anche ad affrontare con leggerezza il pericolo della perdita di informazioni oggettive. Sostenuto dalla volontà di confrontare nei giorni a venire i diversi tipi di scritti che risulteranno da esperienze eteronegnee rispetto ad una stessa azione, mi seggo al tavolo centrale e sistemo le mie carte, oramai convinto di non poter fare più alcunché di sbagliato. Sovrappensiero, ancora non toccato dal vino, mi ritrovo con la penna nera leggermente inclinata verso l’alto nella mano destra e lo sguardo nel vuoto mentre il curatore, Achille Bonito Oliva (d’ora in avabti ABO), prende la parola per introdurre la performance. Sin dall’inizio la sua presenza appare come un’intrusione. Rappresenta un’istanza del potere che Deleuze e Pietroiusti vorrebbero scardinare, effettua interventi scontati ed autocompiacenti. Soprattutto non berrà nemmeno un goccio di vino, ma si sentirà autorizzato ad adeguarsi ai comportamenti sregolati che sarebbero andati normalmente assumento gli altri partecipanti, via via sempre più ebbri. Non stà lì come un amico, né finge di esserlo. Questo perché deve dimostrare di stare su un altro piano, ma di sapersi, allo stesso tempo, adeguare. Vero niente.

Pietroiusti sta al gioco, ma appena prende la parola si scaldano gli animi. L’attenzione è catalizzata sulle sue presenti parole ma ancor di più sulle future non-parole che riuscirà a far circolare.

D’ora in poi il resoconto potrebbe essere riassunto in poche righe: quelle necessarie per dire che l’artista, secondo copione, ha mostrato ottima competenza nell’enucleare l’evoluzione del pensiero rizomatico e i temi portanti di Millepiani. Sempre secondo copione, egli è riuscito a mantenere più alta di tutti gli altri la soglia di attenzione e lucidità, dimostrando – punto questo fondamentale, che riprenderò più in là – si saper reggere il vino.  Di fronte a palesi sragionamenti o a presunte acrobazie concettuali da parte dei membri dell’uditorio lui ha saputo mediare con competenza ed ironia, senza mai lasciarsi vincere dal vino come giustificazione all’accantomanento della ragione. Sarebbe quindi del tutto superfluo fare una descrizione del contenuto manifesto della lezione (basti leggersi le dispense – nessun intervento del pubblico è parso meritevole di nota, e per lo più  tutti noi denotavamo principalmente la volontà di certificare la nostra presenza). Ciò che ritengo più utile fare è cercare di analizzare i contenuti latenti della performance e i suoi orizzonti teorici.

Io sono del parere che ci siano almeno tre aspetti da prendere in considerazione per poter interpretare l’opera proposta da Jacopo, Filipa e Cesare:

_Aspetto Morale

_Aspetto Gneoseologico

_Aspetto Estetico

Cesare Pietoriusti regge bene il vino
Cesare Pietoriusti "regge bene il vino"

Aspetto Morale

Inizio dall’aspetto morale, quello che più pressione esercitava sulla mia persona nell’immediata vigilia della performance in quanto:

– assumendo io una osservazione partecipante rischiavo di perdere lo sguardo critico (come dettoin precedenza: di lasciare che lo sguardo critico si annebbiasse);

– cercando io di condurre quotidianamente una vita salutare rischiavo di contravvenire a direttive mediche e morali secondo le quali sono solito scegliere quando sono chiamato ad agire secondo coscienza e responsabilità.

Filosofi come Herbart, Wittgenstein e Santayana hanno considerato molto da vicino i rapporti intercorrenti fra etica ed estetica. Lo hanno fatto considerando come primaria la categoria della valutazione. Questa non è un semplice giudizio intellettuale, bensì un’operazione che coinvolge l’individuo fin dalle sue più profonde risorse emotive. Fra i filosofi citati, è forse Santayana quello che a costruito un modello teorico che meglio si adatta all’analisi dell’aspetto morale dell’opera di Pietoriusti. Secondo Santayana l’estetica di distingue dall’etica in quanto i giudizi estetici sono affermazioni positive di un valore, laddove il giudizio morale nasce e si sviluppain relazione alla percezione del male. Mai come nella performance di Pietroiusti i due livelli si scontrano, offrendo una duplice risoluzione:

– affermazione del piacere del bere (e del sapere)

– apertura di una parentesi che consenta l’eccesso (e per contrasto giustifiche la morale al di fuori di quella ce è la zona franca dell’arte)

Il frutto della vite, infatti, infonde energia vitale… ma in modo ambiguo è anche dispensatore di morte (in modo simile alle caratteristiche di Dioniso). Tuttavia l’atto del bere, nel suo eccesso, viene racchiuso in un ambito performativo, quello artistico, che arricchisce e delimita allo stesso tempo l’azione in una sfera della semiotizzazione umana, che in questo modo fornisce all’azione una  cornice rituale. Come, ad esempio, tra i pitagorici, l’atto del bere era considerato sacro e necessario all’attività filosofica, ma solo in quanto incluso in un logaritmo di prassi altamente codificato. Solo se entra a far parte di un rito, l’atto può essere giustificato moralmente, legittimato mitologicamente ed offrire a tutti i commensali un beneficio condiviso.

Aspetto gneoseologico

Dioniso portò la cività fra gli uomini, oltre al vino.Questa bevanda, vero nettare degli dèi fra i greci, è considerata fonte di verità (fu il poeta greco Alceo a coniare la locuzione che noi usiamo nella versione latina: in vino veritas). I riti dionisiaci non erano solo orge tese all’appagamento sessuale. L’eccitazione dionisiaca mirava ad una forma più alta di conoscenza.

“La mania prodotta dall’assunzione della bevanda di Dioniso (autentico stato di perdita della ragione che si manifesta in una ossessione indomabile) corrisponde ad una perfetta visione dell’oggetto desiderato” (Donà). Secondo tutta la tradizione dei simposi e di tutti tipi di libagioni propedeutiche al filosofare, possiamo considerare il desiderio di vedere o assuemre l’oggetto desiderato (il sapere) attraverso la simbologia della vite e del vino. Nell’introiettare quell’oggetto che è altro da sé, il filosofo deve saperlo integrare, subendo sì un’alterazione, ma riuscendo a mantenere una certa individualità psicologica e stilistica che permetta di dare forma ed oggettivare l’alterazione registrata.

Si consideri Socrate, quel grande amatore della carne e del sapere. Un ricercatore instancabile  che il mito descrive come un bevitore che, pur non mettendo mai freno al vino, mai nessuno ha potuto vedere ubriaco.  L’inestinguibilità della sua curiosità filosofica (so di non sapere e sempre più lo bramo e ricerco), fa coppia con l’inestinguibile sete di vino. Mai perso coscienza, Socrate dimostra di saper “reggere il vino” come nessun uomo. Allo stesso modo la sua ricerca filosofica che sconfina oltre i limiti dell’uomo, che necessariamente deve arrestarsi su un certo numero di convinzioni, scrivere libri, affermare i propri risultati. In questo modo, questa figura eccezionale, può inaugurare la ricerca di quella verità che ama nascondersi. La verità, celata, può assumere mille forme e, contro ogni tentativo di fissazione individuale, non puà appartenere a nessuno.

L’operazione artistica proposta da Pietroiusti è schiettamente postfilosofica in quanto attiva una messa in scena collettiva e disequilibrata del sapere filosofico che si radicalizza seguendo un percorso che parte dai non-libri di Socrate, che passa attraverso il non-libro dei vari Deleuzes e Guattaris e giunge ad esplodere in una forma extra-libresca ed extra-logica.

> Per approfondimenti sull’estetica conoscitiva secondo Perniola, si legga questo mio articolo.

Aspetto estetico

Una questione che sembrerebbe rientrare nell’aspetto morale, sarà invece da considerarsi prettamente estetica, vale a dire connessa con con la tematica del sentire.  Di certo è morale il rischio nel quale con il vino si rischia di incorrere: lo smarrimento della libertà e dell’autodeterminazione. Ma, come vedremo, questa liberà ha s che fare con i limiti di un sentire organico che si espande.

Come sappiamo già dai tempi di Aristotele l’alcol non può essere considerato un attenuante nel caso di un’azione illecita compiuta sotto il suo influsso. Costituisce, bensì, un aggravante. in quanto l’azione illecita è stata preceduta da dalla colpa di essersi abbandonato all’ebbrezza.

Nel campo estetico, tuttavia, questo rafforzamento, giova alla ricerca di un sentire meno parcellizzato e slegato dalla dialettica soggetto desiderante/oggetto desiderato. Se, infatti, come dice Fichtel’uomo è libero soltanto se lo vuole – “se egli non è libero significa che non vuole ma che viene spinto” – tuttvaia esiste lapossibilità che, riconosciuta la libertà come un’utopia irraggiungibile e persino non desiderabile, l’uomo voglia essere spinto! Il voler esserespinto, che in ambito morale viene condannato come perdita di libertà ed abbandono alla necessità, in ambito estetico coincide con quella tensione verso il sentire inorganico che Perniola descrive proprio a partire dal concetto di Corpo senza Organi di Deleuze (contenuto nel testo in esame, “Millepiani”).

> Vedi altre foto

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11 pensieri riguardo “Art critic_Cesare Pietroiusti, Jacopo Seri, Filipa Ramos – Una lezione (Fluxus Biennal/After Fluxus)

  1. Grazie, perchè attraverso il tuo articolo ho potuto degustare nuovamente la “lezione” con altri occhi e attraverso il video, risentire l’atmosfera che ricordavo già non troppo nitida…
    Durante la lezione è stato affermato che Internet è il rizoma del conteporaneo, io vorrei dire che il . è il rizoma per eccellenza.
    Punto, linea, superficie, scrisse ai suoi tempi Kandinskji, ed ora non per fare gli spirituali, ma soltanto per spiritosare un pò…d’altra parte, partecipanti e non, critici e non, intellettuali e non, artisti, artefici , filosofi e non..eravamo e siamo uniti tutti non solo su e da mille piani, perchè in quel momento lo eravamo maggiormente dal luppolo che indistinamente ci ha inebriato tutti.
    Socrate ai tempi suoi l’avrebbe sicuramente miscelato con dell’acqua il suo vino, io ai miei, FUORILEGGE,e dunque non rispettando le regole dell’happeng, per parte l’ho condiviso con il pubblico.

    Leggendo il tuo articolo mi accorgo che abbiamo fatto la stessa esperienza, siamo andati entrambi a “lezione” in autobus, mentre tu leggevi Bukoskji, io leggevo uno scritto astratto da internet intitolato Hic et nunc, che ho poi regalato in sala ad un signore seduto CASUALMENTE al mio tavolo.
    Piccola osservazione i tavoli mi son sembrati 8 e non 5 ma forse sono io che ho avuto le visioni…anche se ricordo di averli contati prima dello stato pessimo in cui mi hai sorpreso nei minuti conclusivi.
    Buonagiornata….

  2. Cara Noemi,
    grazie per la dedizione con la quale hai scritto il tuo commento. Raro ricevere tale attenzione…
    Sono contento di aver fatto rizoma con te (meglio rizoma che tubero!) e che tu abbia stratificato l’informazione con riflessioni e puntuali correzioni.

    Mi piace che l’informazione circoli crescendo su se stessa. Fa parte della natura delle idee lo staccarsi dal momentaneo “autore”. Con il tuo intervento, e con quello di altri effettuati in privato, sento il testo allaccia relazioni in modo sempre più indipendente (pur restando dipendente rispetto alla performance del 26 febbraio, la quale resta dipendente dai Milleeuno altri piani).

    Grazie ancora,
    A presto

  3. rilassate… la lezioncina di filosofia è finita… tutto abbastanza autorefernziale e autoerotico, come al solito da queste parti, di questi tempi… forse qualche bicchiere di vino in più ogni tanto ti aiuterebbe… Dioniso ci liberi dai critici una volta per tutte…

    1. Caro Davide,
      le tue critiche precise e pertinenti fungeranno da guida per i miei prossimi studi.

      Grazie di aver ritenuto opportuno commentare (anche se spero che le prossime volte in cui ti capiterà di volerlo fare tu metta un po’ da parte l’astio ingiustificato che si percepisce in ciò che scrivi).

      Spero di rivederti presto da queste parti (e magari avere qualche tuo link per poter conoscere meglio il tuo pensiero)

  4. Davide, buoni pensieri anche a te………………………che hai creduto che un semplice “pensiero” potesse voler esercitare necessariamente della critica.
    ..Rilassare se stessi e i sensi è assai difficile di questi tempi, distenderli è impresa ardua, spiegarsi è cosa quasi impossibile.
    …La colpa, se così la si può definire, credo non sia certamente del Rizoma di cui tratta Deleuze Guattari…che io onestamente non ho letto ma spero di averne la possibilità in futuro.
    Dunque come da copione io figuro tra coloro i quali erano presenti senza di fondo aver studiato niente.
    Ciò che volevasi dimostrare è che la sperimentazione di un qualcosa, un concetto, un’idea o un pensiero, dovrebbe a mio avviso divenire necessariamente esperienza, altrimenti tutto rimarebbe esclusivamente nella dimensione delle idee, restando nell’oscurità assolutamente sterile, come l’autoerotismo filosofico cui si riallacciava Davide.
    Pollock.
    Buonagiornata
    Grazie Emanuele e grazie anche a te Davide e se posso porvi una domanda.
    Qual’è e dove si può ritrovare ormai il valore della Critica nell’arte coontemporanea?
    In questo sono ancora un pò Wild(e)iana, ottocentesca!

  5. Ho trovato la lezione molto interessante, una delle poche performances che a parer mio ha coinvolto noi spettatori quanto i partecipanti. Una vera e propria deriva cognitiva che i situazionisti avrebbero apprezzato. Non una deriva per dimenticare se stessi ma al contrario, per aprire i cancelli dell’abitudine che spesso funge da anestetico. Nonostante non abbia bevuto neanche una goccia di vino, alla fine della performance io stessa mi sentivo piacevolmente ‘confusa’, come se le sinapsi del mio pensiero avessero preso una strada diversa da quella giornaliera. Concordo con le critiche sugli interventi di ABO,mi domando come possa un curatore del genere capire nel vero senso del termine il significato di Fluxus. Si tratta di una vera e propria menzogna intellettuale, azione e intelletto sono in questo caso del tutto scollegati, un esempio di pensiero senza organi da evitare.

  6. Deleuze e Guattari hanno pubblicato in Francia il saggio “Che cos’è la filosofia?”
    Scrivono che:
    ” Il filosofo è l’amico del concetto, è in potenza di concetto. Ciò vuol dire che la filosofia non è una semplice arte di formare, inventare o fabbricare concetti, perché i concetti non sono necessariamente delle forme, dei ritrovati o dei prodotti. La filosofia, più rigorosamente, è la disciplina che consiste nel creare concetti. […] Creare concetti sempre nuovi è l’oggetto della filosofia. E’ proprio perché il concetto deve essere creato, che esso rinvia al filosofo come a colui che lo possiede in potenza o che ne ha la potenza e la competenza. […] I concetti non sono già fatti, non stanno ad aspettarci come fossero corpi celesti. Non c’è un cielo per i concetti; devono essere inventati, fabbricati o piuttosto creati e non sarebbero nulla senza la firma di coloro che li creano “.
    _______ Con queste parole vi saluto e preciso ancora una volta, Ema(nuele) ciò che intendevo nel mio Blog circa il “mio” testo “regalato” da Noemi ad un suo casuale compagno di tavolo… e circa il fatto che ne abbia parlato qui tra i commenti parlandone come “un testo estratto -(penso che con Astratto intendesse Estratto)- da Internet” tralasciando del tutto di fare il nome dell’autore. Questo per sottolineare che non è il mio nome che mi preme quanto il fatto che nessun testo (soprattutto se filosofico/poetico) può _(dovrebbe mai)… scorrazzare senza che sia precisato il nome di chi l’ha creato. Per rispetto dell’autore, del testo e di chi legge.
    Ciao a tutti

  7. MOLTO BELLO QUESTO SCRITTO, COMPLIMENTI!!!
    POCO PRIMA ANCHE IO AVEVO FATTO LA AZIONE CON UN BLITZ CLANDESTINO. PER UNA DEGUSTAZIONE DEL FATTO RIPORTO LA CRONOSTORIA QUI DI SEGUITO:

    Fluxus-blitz di Pino Boresta

    Auditorium Parco della Musica (Roma)
    FLUXUS BIENNIAL – After Fluxus
    Ore 20.30 Venerdì 26 Febbraio 2010
    Intervista psichica # 2
    George Maciunas interviewed by Ramundas Malašauskas

    Arrivo, visito velocemente la sala dedicata a Maciunas quando poi Lucio Perotti si mette al pianoforte e incomincia a suonare si raduna tutto intorno un cospicuo numero di persone che si dispone a semi cerchio. Finito il primo brano musicale capisco che è arrivato il mio momento, mi tolgo la giacca che appoggio li accanto e vado in mezzo alla folla vicino al pianoforte e saltando strillo “E meno male che c’è Maurizio Cattelan…. E meno male che c’è Maurizio Cattelan” Nessuno mi interrompe e il pianista continua a suonare come se nulla fosse il pubblico non riesce a capire se ciò facesse parte della performance o meno. Dopo un paio di minuti qualcuno dell’organizzazione mi fa gentilmente cenno di smettere, io nonostante stessi quasi svenendo per la fatica gli faccio segno guardando l’orologio che avevo quasi terminato il mio blitz-perfomance. Continuo così ancora per un altro paio di minuti. Quando esausto smetto, inaspettatamente tutto il pubblico mi saluta con un bel applauso.
    Quando poi vistosamente affaticato seduto su una sedia sotto il portico dell’Auditorium qualcuno mi chiede perchè lo avessi fatto, rispondo che era un omaggio a tre menti indubbiamente geniali come George Maciunas, Simone Cristicchi e Maurizio Cattelan e comunque ognuno poteva tirare le proprie conclusioni.
    Pino Boresta

  8. Una volta te e Nardone dicevate che chi espone con Bonito Oliva-è un socialista e merita di essere fucilato alle spalle-eravate sobri.Adesso anche te Cesare sei ingombrante pur se futile.Sei dappertutto, sei di regime hai un conflitto d’interessi-tua moglie-sei di regime come da quarant’anni lo è Bonito Oliva potevate essere coerenti e stare ognuno per conto suo.Lui con il suo egocentrismo tu con la tua falsa filosofia da vero psichiatra.Una volta si pensava il mondo oggi ci sono solo lobby-fatte da te e da persone che ti spalleggiano nel precariato intellettuale, gente spocchiosa e come te appprossimativa-

  9. Amici, tutto il mondo è una peste.
    Artisti di regime, artisti non di regime, artisti di stato o artisti di fatto?
    …Ma che è successo?
    Siamo tutti nello stesso mare magnum e continuare a spa(r)lare merda gli uni degli altri equivale a non riuscire a zittire lo stomaco che brontola, o ancora peggio a non poter coordinare la testa con il corpo, i movimenti con i pensieri.
    E’ come se, tanto per cambiare da domani il mio piede destro iniziasse a dire che il sinistro cammina male…dai dai dai…C’est pas possible!
    Non che voglia adesso parlare di uguaglianza e simmetria delle parti…ma è documentato ovunque, in questo mondo o (ci) si rompono i maroni o si cerca di vivere in armonia…E all’auditorium….certamente la seconda che ho detto, scritto, (ri)postato.
    Saluti a tutti e un saluto anche all’artista di regime Cesare Pietroiusti che sorridendo ho ritrovato al Maxxi!
    Tato, una bella pacchetta sulla spalla…C’è di peggio al mondo, c’è di peggio!
    Mezzo mondo che non mangia perchè il giappone in accordo con il polo opposto sponsorrizza l’asimmetria delle parti….Ue, ma siamo matti?
    Che me lo dica l’Artista di dovere!

    Ah dimenticavo….
    Scemo chi legge!

  10. Posso lasciare un pensiero non mio ma che mi appartiene?

    “Un loto blu fiorisce in mezzo al fuoco.”

    Dovete imparare dove e quando un tale fiore sboccia, ma per farlo,

    dovete abbandonare

    ogni vostra conoscenza e consapevolezza,

    ogni opinione personale.

    Se dubitate che questo loto blu esista,

    dubiterete anche dell’esistenza di un fior di loto nell’acqua, di un

    fiore sul ramo

    o, addirittura, della terra, delle montagne, dei fiumi.

    Se non raggiungete il livello dei Patriarchi,

    non potrete realizzare che nel momento

    in cui un fiore sboccia, giunge la primavera

    a ricoprire tutta la terra.

    Quando il fiore sboccia,

    non è un singolo petalo a fiorire,

    ma il fiore nella sua interezza;

    e quando un singolo fiore sboccia,

    innumerevoli fiori si aprono contemporaneamente.

    Se comprendete questo principio,

    capirete anche il sopraggiungere dell’autunno.

    Tuttavia, non dobbiamo limitarci a chiarire il significato di

    primavera e autunno e dei loro fiori e frutti,

    bensì dobbiamo studiare i nostri fiori e i nostri frutti.

    Fiori e frutti hanno il loro proprio momento

    e, d’altro canto, ogni momento possiede

    i propri fiori e i propri frutti.

    Ogni specie di erba possiede il proprio fiore,

    ogni pianta possiede i propri particolari fiori e frutti.

    E se pensiamo agli esseri umani come a degli alberi, ognuno di essi dà

    il proprio particolare fiore.

    Sono kuge, il fiore della vacuità.

    Se osservate questo fiore

    a partire dalla vostra conoscenza,

    non potrete mai cogliere il suo vero colore,

    perché la vostra percezione si limita alla forma esteriore e non

    raggiunge l’essenza della vacuità del fiore.

    È una visione estremamente limitata.

    Shobogenzo kuge

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