Con Saviano, ovvero sulla banale violenza degli atti e delle parole

Io credo si debba respingere ogni forma di rivoluzione violenta con la stessa determinazione con cui ci si oppone, ad esempio, alla pena di morte. Io non legittimerò mai alcun atto di violenza. Ancor meno sarò tentato di farlo qualora mi accorgessi che tale atto venga determinato da un assoggettamento a vaghe ondate ideologiche o effimeri personalismi mediatici (così frequenti e ridicoli nel piccolo mondo di facebook).

Se atti di violenza venissero giustificati interpretandoli come reazioni condizionate da un sistema largamente riconosciuto come illegittimo, finiremmo presto con l’ammettere come legittimi anche atti di violenza del tutto arbitrari. Perché? Perché ogni atto di violenza è, in relatà, un segno arbitrario, che tradisce il fondo bestiale di individui i quali, in comunità, si imbellettano e indossano le maschere imposte dalla civiltà. I manifestanti violenti e mascherati (precisamente quelli violenti e mascherati) fanno parte di quella stessa rappresentazione del “ballo mascherato della celebrità”, recitano il medesimo copione degli attori che vorrebbero combattere. Vi ricordate, spero, il secondo sogno dell’impiegato… Tutti coloro che usano violenza favoriscono “i soci vitalizi del potere”: non solo gli sbirri. De André ha composto delle opere; non è rimasto nella storia per aver dato fuoco a camionette ma per aver acceso le coscienze di chi voleva ascoltare con attenzione. Si era perfettamente reso conto, con un sano anarchismo che si faceva anche beffe del panpoliticismo oggi tanto di voga, che ogni atto violento è un segno arbitrario. La violenza è forse un’arbitrarietà connaturata, insita e forse inevitabile, ma pur tuttavia oscena: nella paradossale rappresentazione di questa oscenità i testi di De André acquisiscono la loro potenza lirica. La vera risposta che deve fornire l’individuo con quel che resta della propria umanità è l’atto poetico: unico segno motivato e motivante.

Alcune precisazioni sono dovute: anche io ho e mie perplessità circa la forma espositiva impostata da Saviano, ma questo discorso stilistico non deve inficiare un sano ragionamento circa i contenuti tirati in ballo. Chi mi conosce sa che non ho risparmiato le mie critiche a Saviano, quando anche in altri frangenti mi è parso sconfinasse in una retorica a basso mercato. Con alcuni amici mi ricordo di aver deprecato l’uso semplicistico fatto della memoria di Falcone, ma trovo eloquente e dignitosa la sua posizione espressa nella lettera in questione (Lettera ai ragazzi del movimento, pubblicata su Repubblica.it, oggi 16 dicembre 2010). Con equanimità, mi pare, egli scrive:

“Poliziotti che si accaniscono in manipolo, sfogando su chi è inciampato rabbia, frustrazione e paura: è una scena che non deve più accadere. Poliziotti isolati sbattuti a terra e pestati da manipoli di violenti: è una scena che non deve più accadere”.

Alla base del suo ragionamento c’è la incontestabile rivendicazione di una forma di resistenza non solo non-violenta, ma possibilmente creativa. Il fatto che la sua stessa lettera non brilli per creatività o per eleganza, non significa che i contenuti che cerca di veicolare non possano dar luogo ad una feconda discussione pubblica (come, anzi, sta effettivamente avvenendo).

“Ogni gesto violento è stato un voto di fiducia in più dato al governo Berlusconi”.

Ogni gesto violento: perché la comunicazione politica e la politica comunicativa di Berlusconi sono violente! Ogni gesto violento, e persino, aggiungerei, ogni parola violenta aizza quel fuoco; lo alimenta dopo essere stata metabolizzata dal meccanismo della banalizzazione massmediatica. Io stesso cerco e forse non riesco sempre a contenermi; ma almeno mi applico nell’esercizio della contingenza gestuale e verbale. In generale prediligo la sottile ironia contro il suo (suo di Berlusconi e del berlusconesimo tutto) pacchiano umorismo, la raffinatezza contro la sua goffagine; l’interpretazione volutamente fallace contro il suo tautologico populismo, l’estrosa semplicità contro la sua banale aggressività. Purtroppo, in troppe note e commenti che girano per il web si può constatare l’effetto di una retroguardia del pensiero, una mancanza di spirito critico che, condita con una esecrabile dose di invidia nei confronti dell’autore di successo, appare piatta e del tutto priva dei requisiti minimi per impostare un discorso costruttivo, tanto per i singoli quanto per la collettività. Da notare che un discorso collettivo e costruttivo è proprio ciò che viene impedito tanto dagli slogan (“fascisti di natura”) quanto dalle réclames.

Non mi piace la banalità di alcune scelte espressive di Saviano, ma la violenza di slogan che iniziano a salire da Twitter (“Saviano contro i manifestanti… tutti contro Saviano!”) mi fa venire i brividi. Mi dispiace che Saviano abbia utilizzato a sua volta termini violenti e banali, ma io non voglio difendere lo stile della sua opera, bensì la sua idea. Precisamente per questo motivo ho sentito il bisogno di offrire a mia volta un commento pubblico sulla questione.

Emanuele Sbardella (16/12/2010)

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