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Questo mio post è poco più che un commento all’articolo di Stefano Feltri “La truffa degli stage”, pubblicato sul Fatto Quotidiano il 5 febbraio 2011. L’articolo è stato portato alla mia attenzione da Gianluca “TdC” Del Rio attraverso Facebook. Infatti le poche righe che seguono nascevano come intervento destinato alla sua bacheca. Vedendo che prendeva corpo l’ho traslato qui.

> Link all’articolo di Stefano Feltri sul sito ufficiale del quotidiano.

L’argomento trattato è molto stimolante, ma putroppo trovo che sia stato affrontato in maniera incoerente dal giornalista, e questo rende poco chiaro il problema. Riconosco la difficoltà di maneggiare tale questione nelle poche righe di un articolo e nello stile ad esso più congruo, tuttavia individuo un’aporia di fondo, che danneggia il contenuto di quell’articolo un pochino più di quanto non sarebbe concesso pur riconoscendo le limitazioni che lo giustificano.

Dal mio punto di vista occorre distinguere almeno due aspetti, due rivendicazioni.

Prima rivendicazione: lo stage deve avere contenuto formativo.

Seconda rivendicazione: lo stage deve essere retribuito.

Io, poi, aggiungerei una terza rivendicazione. Possediamo un lessico discretamente variegato: chiamiamolo tirocinio, apprendistato, seminario, formazione professionale, praticantato… ma non stage. Eviteremo in questo modo anche quella disgustosa distinzione sociale fra la pronuncia alla francese (più colta ma spocchiosa e leggermente cacofonica) e la promuncia anglicizzata (meno raffinata forse, ma più efficace e sprezzante dell’etimo). Tra l’altro l’uso del termine stage in combinazione con il simbolo matematico “+” (questa scelta è da accollare al reparto comunicazione dalla Cgil) potrebbe provocare effetti altamente nocivi sulla salute dell’uomo. Prima di approvare certe campagne bisognerebbe testarle su delle cavie, poi sui leghisti, infine sottoporle al vaglio di Nanni Moretti e, solo dopo un attento esame dei risultati (visto mai rinsaviscano: sia leghisti sia Nanni), veicolarle alle masse!

Ad ogni modo, sono i primi due aspetti a meritare una più attenta discussione. E qui sarà meno facile areare l’argomentazione con battute e sollazzi. Io ritengo che essi non vadano mescolati in una medesima rivendicazione, né approssimati in uno resoconto giornalistico. Innanzitutto sono aree su cui le le politiche di intervento sono qualitativamente e quantitativamente diverse. La prima rivendicazione (quella pedagogico-formativa) pertiene ad una tattica di resistenza che può essere esercitata solo dai giovani e dalle loro corporazioni. Il governo interviene solo sul secondo dei due aspetti, attraverso l’impiego di strumenti macroeconomici che impongano tale remunerazione. Mentre il governo può pianificare una strategia di rivalutazione economico di questa tipologia di impiego lavorativo, esso non può (e, a mio modo di vedere, non deve!) intromettersi nella determinazione valoriale circa il contenuto stesso del lavoro. Su questo livello sono i diretti interessati che debbono trovare la forza di selezionare a priori e di modificare in itinere la materia del lavoro nel quale decidono di impiegarsi. Va detto che in questa rivendicazione dal basso occorre anche avvalersi di una dose di umiltà e buona volontà, al fine di evitare un dislivello tra qualità di lavoro offerto e qualità di lavoro desiderato. Se, insomma, da una parte è legittimo rivendicare  piattaforme di lavoro che operino in modo leale e trasparente, bisogna anche assumere atteggiamenti propositivi e realistici: senza l’arroganza di chi pretende, senza l’alibi di essere ggiovani, senza il vanto di essere creativi!

A quest’ultimo proposito, mi si permetta una nota sulla forma di protesta praticata da questi ggiovani della Cgil, la quale sembra pretendere di essere creativa e di impatto. Non voglio intaccare la loro libertà di espressione, ma purtroppo ai miei occhi risulta una sciatta esibizione, povera sia al livello formale (a partire dal “+”) sia al livello di contenuti. Nessuna forza espressiva, alcuna innovazione espositiva.

Una volta disvelata quella che io ritenevo un’aporia, purtroppo, ancora nulla di essenziale è stato detto. Me ne rendo conto. Occorrerebbe una vera analisi sociologica e filosofica circa la tipologia lavorativa e le finalità degli individui che si apprestano ad inserirsi nel mondo del lavoro: in questa immensa macchina che produce fantasmi e si alimenta delle paure che quei fantasmi suscitano. Perché non si parla della falsa coscienza prodotta e riprodotta dal sistema delle marche e dai suoi falsi splendori? Perché non si denuncia il deleterio fenomeno che discredita socialmente il lavoro artigianale o, più in generale, quello che non orbita direttamente entro la galassia dei mass media? Perché non si stigmatizzano, al contrario, il mercantilismo dilagante, il clientelarismo, i mercenari della cultura, la faciloneria della chiacchiera giornalistica? La mancanza di vocazione è oramai passata come naturale contropartita della devozione al denaro! E noi siamo ancora a chiederci se un tirocino debba essere retribuito, quanto e come debba essere retribuito, senza scalfire minimamente le questioni fondamentali che questo lavoro implica. Si preferisce mettersi  la coscienza a posto mischiando un po’ le carte e facendo credere che il problema sia legato alla qualità formativa del lavoro stesso. Questo meccanismo lo si può constatare quando ci si accorge che un articolo inizia così: “Che contenuto formativo c’è nel piegare magliette in un negozio di Zara durante i saldi di fine inverno?”, ma che poi parla solo dei dati inerenti statistiche di impiego e questioni salariali.

Il pericolo è di discutere, e anche male, solo di fenomeni di superficie. Si dovrebbe avere invece il sospetto che la truffa non sia nello stage, ma nel lavoro stesso. Mi piace concludere lasciando la parola ad un classico del pensiero contemporaneo italiano.

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3 thoughts on “Stage truffa?

  1. ogni tipologia di contratto lavorativo dovrebbe avere, chiara e in calce, la sua ragione d’essere.E dovrebbe averla per entrambi gli attori interessati alla stipula. Lo stage troverebbe la sua ratio nel permettere di collocare un giovane alle prime esperienze lavorative, all’interno di un contesto organizzativo, al fine di permetterli un percorso di APPRENDIMENTO che abbia poi come sbocco un definitivo ( iperbole per contratto a tempo determinato)l’inserimento pienamente integrato del lavoratore stesso. i vantaggi sarebbero ovvi per entrambi.
    attualmente invece, l’esperienza del tirocinio consiste nello svolgere per un brevissimo periodo le mansioni più umili ma necessarie al funzionamento di una società, evitando a quest’ultima l’onere di assumere un nuovo impiegato. vantaggi unilaterali.
    se a questo si riduce lo stage(“steig” “stasch” tirocinio…)la rivendicazione salariale si scopre necessità
    non dobbiamo però rassegnarci allo status quo, ne tanto-meno invocare rivoluzioni di classe volte a modificare il sistema di produzione capitalista, e bal-blaismi.
    soluzioni immanenti al “terribile” “turbocapitalismo” liberale e globalista ci sono
    http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/12/sembra-che-in-italia-per-amore-o-per-forza/76335/

  2. grazie per l’intervento, Gianluca!

    permettimi solo di rettificare. forse non mi sono fatto ben comprendere. io sono assolutamente d’accordo che la pratica del tirocinio non vada utilizzata da parte delle aziende al solo fine di ottenere un servizio gratuito!

    io volevo porre l’accento sul fatto che occorre fare dei distinguo, essere precisi nell’esporre le giuste rivendicazione, farlo bene e cercando di evitare generalizzazioni. il rischio è che non si formi una coscienza solida e quindi sia più facile cadere preda di contratti con vantaggi unilaterali e di quella classe politica cui conviene che questi possano perdurare…

    grazie ancora per l’intervento e la condivisione del dibattito.

  3. si.avevo inteso e sono d’accordo. la continua chiamata in campo della politica non fa che aggravare o, nella migliore delle ipotesi, complicare le cose.
    per questo occorre una spinta affinché in italia si inizi a parlare con più diffusione e forza di un valore che non sembra appartenerci: la concorrenza

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