L’attesa e la faccenda

Per ritrovare il tempo occorrerebe poterlo perdere, e questo certo non accade durante il tempo trascorso nell’attendere, per quanto l’attesa possa apparire incidentale ed inopportuna. Forse, invece, quanto più è incidentale un’attesa in cui ci si imbatte, tanto più è opportuna l’occasione che ci si presenta per riabilitare il nostro rapporto con lo scorrere del tempo.

L’incommensurabilità, o per lo meno l’inafferrabilità logica dello scorrere del tempo si rivela già nella tendenza linguistica alla sostanzializzazione dell’atto, cioè la riduzione del verbo “attendere” in “attesa”. In questo nominalismo pianificante, l’attesa viene concepita come intralcio o come scoria: residuo indesiderato rispetto all’ideale di efficenza e produttività, che trasforma in faccena anche il riposo. La vacanza diventa un ossimoro.

Nell’esperire verbale del tempo che casualmente ci si presenta come vuoto (il cosiddetto tempo dell’attesa) ci si apre, in verità, un tempo pieno. Mi pare che non esista tempo più pieno di quello trascorso nell’attendere. Il presente, infatti, è un punto che corre sfumando, ma che pur sempre occupa il tempo. Lo occupa perché ci dà l’impegno della messa a fuoco sul punto presente, che poi è l’attività di tutti i giorni, il fare mirato. La faccenda, infatti, si dice che si sbrighi, o che venga sbrigata. Anche l’informazione non offre altro che faccende; nessuna notizia nel senso di novità. Pone il lettore, specie l’internauta, nella continuamente rinnovata attesa di faccende, ma in alcun caso di novità. La notizia sarebbe nell’attendere, e questo, per definizione, non può essere pianificato in nessun palinsesto. Siamo sempre più tesi verso l’attesa, verso lo scoop, il presente da consumare nella condivisione istantanea. La frenesia con cui Facebook ingloba le notizie attese con impazienza dai quotidiani fa sì che sempre più lo stesso Facebook (si) faccia notiza, occupando sempre più spazio all’interno dei giornali, in un rispecchiamento autoreferenziale che esemplifica perfettamente la vacuità dell’informazione contemporanea.

Questo fare mirato, questo inesauribile affaccendarsi ingorga il quotidiano per offrire un’illusione di pienezza. Ci lasciamo, in realtà, avviluppare dalle faccende per rifuggire l’attesa e non imbatterci nel semplice attendere, che è il riassunto straziante della nostra temporalità. L’attendere quindi, e non l’affaccendarsi, rivela l’esatto contrario della tanto osteggiata attesa.

Attendendo, cioè ponendoci in una posizione di neutrale assolvimento del verbo attendere, il nostro obiettivo è consapevolmente teso al di fuori del presente, quindi libero di svagare e di riempire il tempo con contenuti che esulino dalla gestione manageriale della scheda giornaliera.

Per quanto riguarda la mia attuale scheda giornaliera, devo confessare di aver svolto tutte le attività con discreta diligenza. Mi sono concesso queste divagazioni solo dopo essere uscito dalla Kunstbibliothek. Prima ancora di abbozzare mentalmente queste considrazioni sull’attesa ho scattato alcune foto. Credo ci sia qualche attinenza tra quanto appena redatto e gli ampi spazi fittiziamente vuoti ho appena attraversato nella zona del Kulturforum per tornare a casa. Quindi ne pubblico una. Altre sono, come al solito, pubblicate nel mio album su Panoramio.

Berlin – Kulturforum (Photo ES| Emanuele Sbardella)
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2 pensieri riguardo “L’attesa e la faccenda

  1. Grazie Emanuele per questo divertente “gioco” semantico (ovviamente non utilizzo la parola “gioco” per ridurre il peso delle considerazioni che poni, anzi!). Mi vien da pensare che ultimamente mi sono trovato a riflettere sul fatto che il tempo, per così dire, libero, quindi “potenzialmente vuoto”, con l’andar del tempo sarà destinato sempre più a dover essere riempito da faccende attentamente pianificate (non vorrei addentrarmi sull’ontologia del tempo necessario alla suddetta pianificazione). Forse, questo eccesso di pianificazione, porterà sempre più “tempi vuoti”, o di attesa, frammentati e frazionati oppure monolitici e lunghi, capace di lubrificare quell’ingorgo di cui parli, e di cui io mi sento sempre più vittima, nonché carnefice!
    Un abbraccio mio caro amico, spero di sentirti presto.

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