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Il suo intendimento non sembrava essere stato toccato dalla pazzia che pur corrodeva, con ogni evidenza, la superficie dei suoi comportamenti.  La vita della sua, resto, come ogni pazzo che non si rispetti, è sintatticamente spaventosa. Ma non si impone, e questo rende piú subdolo il suo effetto… quando capita di accorgersi che dietro la patinata morfologia di una parola qualsiasi, poniamo la parlola “parola”, guizza lo spettro di un errore ortografico, il quale ti lusinga con la sua  sfacciata implicazione di aver voluto dire qualcosal’ tro. La distrazione, d’altronde, non è contemplata – per definitionem.

Così, appena sotto – ¿o appena sopra? – la tranquillizzante sembianza donatagli dalla sua camicia a righe, affiorava: la pazzia: che cor-rompeva e corrodeva la sua parlola come ruggine malamente nascosta dietro i risvolti della manica. E sotto gli strati del suo smalto scarnificato si affacciava Gerione, serpeggiante  tra i nervi della sua ostentata solitudine.

Tale Dante Drogo, cosi lasciava intendere di chiamarsi, era seduto accanto a me, almeno da quando senza troppo badare ai suoi vaneggiamenti sedetti accanto a lui (dove:  in metro; come: ecceterando). Non il mio arrivo aveva innescato il suo sololiloquio, ma questo mi si fece evidente solo dal momento in cui la mia seduta si fece simmetrica alla sua.

>> Girogo Viandante ti risponde, ma con ritardo… e dire che non dire che potremmo essere stati amici. Io, Dante, su un Drogo dorato e tu che ti ergi Vigile tra me e me. Ma la fortezza mi manca. E cosi´ e´ saltata insieme a te, ma non te ne si accorto. Altrimenti si. Io pure… Brüte mich aus<<…

…ricordo di aver percepito, dal suo flusso, prima di interromperlo con la diga di cartone della mia logica.

Per un ignobile senso di compassione, o forse per evitare che la sua ruggine mi contagiasse, decisi prontamente di romprere il ghiaccio e sottoporre il suo squilibrio alla prova schiacciante della ragione.

– Ehi, ma non vedi che parli da solo. Sarai mica matto?

Il mio tono voleva nascondere, con la mostrina dell’ironia, la piena consapevolezza della risposta. Balbettare timido, vergnogna, riassennamento. Invece arriva lucida e piú pronta del previsto:

– Senti chi parla… e tu che parli con me, invece?

Dietro quella risposta si ammucchiano a fasci dozzine di incertezze, che alludono a questioni, che svelano incongruenze, che rimandano ad ulterioni domande: tutte senza risposta.

Perche, io con chi parlavo? Con lui o mi rivlgevo piuttosto a me stesso? Cercavo piuttosto di tranquillizzarmi?

Piu´ precisamente: con chi altri carcavo di parlare se non con i me stessi che fuggivano dietro il finestrino  imbelletato della metro? Con i me stessi che si riunivano a difesa della propria illusione cercando di eleggere a pazzo l’assente a fianco a me.

Jenseits der U-SechsCon i miei stessi termini, terminai col riflettere su me stesso, attraverso l’ immagine restituita dallo specchio pubblico“.

Questo stavo pensando fra me e me in metropolitana. Questo ho pensato, pochi secondi fa, di aver pensato: nel momento esatto in cui mi sono reso conto di aver saltato la mia fermata.

Mi guardo intorno. Sono stupito di come il treno non abbia eccezionalmente fatto capolinea alla mia stazione. Ma sono solo con il mio incongruente pensiero; incompreso nel mio incomprensibile stupore, mentre gli sguardi ammutoliti degli altri viaggiatori me li fa sembrare un ammasso di protesi arruginite.

3 thoughts on “La parlola “assente”

    • Sotto-Sopra descrivere adeguatamente il luogo in cui l’Assente parlo´.
      Altrimenti detto: la´.

      (La´ parlo´ l’assente)

      Bisogna pur che il luogo abbia delle righe, per poterci leggere in mezzo, scorgere oltre, ma aggrapparcisi e cosi´ poter tornare indietro.

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