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Ieri sono stato invidiato a cena.

(Ah, se solo il mio ospite avesse saputo quanto poco io mi ritenga degno del suo invito!)

In un primo momento, a dire il vero, non avevo nemmeno capito bene si trattasse di un invito. Non che io sia cosí pretenzioso da necessitare un bigliettino scritto con stilografica e sigillato a cera… no, è che purtroppo ho una certa incapacitá nell’afferrare questo genere di trattative interpersonali (un po’ come quando qualche giorno fa, con scandaloso ritardo, mi era saltato in mente che quell’affabile ragazza non era necessariamente cosí interessata al volumetto di sulla Berliner Sezession del 1906 che avevo appena scovato, e che per me invece rappresentava la sola ed unica condizione di esistenza delle nostre “espressioni”). Fatto sta che anche nel caso dell’invito di ieri sera, avevo tardato un po’ nell’afferrare la sua vera natura; troppo tardi per potermi sottrarre a quel quel piatto di riso scotto, che pur gentilmente mi è stato offerto.

Il fatto è che, al di lá della mia inadeguata capacitá relazionale, inviti di questo genere proprio non si possano rifiutare! Se anche avessi arguito con largo anticipo, non avrei comunque avuto modo di sottrarmi. Se infatti uno, in questi casi, esprimesse con tutta la gentilezza possibile la propria disinteressata e magari anche ben motivabile volontá di non accettare, ebbene costui verrebbe proprio per questo ancora piú invitato di prima!

Ineluttabile o meno, resta per me la constatazione di un dato di fatto, che è poi anche quello che piú mi premeva di scrivere: io non avevo mai ritenuto di essere passibile di venire invitato da chicchessia. No davvero, non è per fare il Leopardi di turno. Non credo di essere particolarmente mediocre, ma nemmeno sufficientemente eccellente in una qualsivoglia disciplina, da poter essere fregiato di tale riconoscimento. Voglio dire: se non fossi me stesso, non avrei niente in particolare da invitare ad uno come me. Se non fossi me stesso… Ma precisamente per il fatto che invece il piú delle volte sono proprio me stesso, diciamo che mi sono abituato alla mia compagnia e, se non addirittura piacevole, la trovo quantomeno accettabile. Questa condizione di accettazione mi aveva sempre sinceramente impedito di credermi degno di simile invito. Semplicemente non mi ero mai posto la questione (che poi: perché mai invitarmi a cena quando di default mangio sempre con me stesso?).

Ecco, ora ora che il dado è stato tratto (e per dad intendo qui quello uasto per fare il brodo con cui è stato preparato suddetto riso) rimango solo, o meglio: con un me stesso un po’ rivalutato, a riflettere che probabilmente molte persone, in modo simile a me, convivono con se stesse tendendo a pensare di avere meno da essere invitate piuttosto che non da invitare. Se questa considerazione fosse anche solo statisticaemnte verificabile nella maggior parte degli esseri umani, se ne potrebbe ricavare uno di quei saggi pensierini che figurano sempre bene nei fogliettini allegati a cioccolatini dozzinali o in esergo a capitoli di tesi ancor piú scadenti:

Se proprio non puoi fare a meno di invidiare qualcuno, premurati almeno di non far scuocere il riso, cazzo!

Il mio consiglio per la serata.

Ps. Forse ogni tanto bisognerebbe concedersi davvero il lusso di invitarsi a cena!

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