Lotte continua!

Lotte – Kaluzik, Lotte – era una bambina viennese che, all’epoca in cui il nazismo ruppe gli argini e straripava in Austria (nel Marzo del ’38), aveva 5 anni.

Lotte viveva con la sua famiglia in un modesto appartamento non lontano dal mio attuale studentato e suo padre Karl –  Kaluzik, Karl – fu uno dei pochi, coraggiosi uomini che non lasciò infangare la propria dignità dalla melma marrone che inondava la città. Per questo fu preso di mira dalla Gestapo, per anni perseguitato e, nel ’44, interrogato, torturato ed imprigionato.

Lotte deve aver appreso da suo padre il valore della resistenza e, esattamente settant’anni fa, il 20 Febbraio 1944, scrisse una lettera, e la indirizzò direttamente ad Adolf Hitler, per implorarlo di lasciare libero il padre. Mi permetto di tradurla in italiano come piccolo atto di devozione commemorativa.

Vienna, 20.II.1944

Al mio Führer

Dato che io sono in grande apprensione per il mio papà mi rivolgo a Lei, mio Führer.

Come a scuola mi hanno insegnato e me lo hanno sempre detto anche i miei genitori che Lei è sempre pronto ad aiutare tante persone quando ne hanno davvero tanto bisogno. Mia mamma mi ha detto che papà potrebbe non tornare più a casa. Io ho 11 anni e mio fratello ha 8 anni e non possiamo credere che adesso non avremo più nostro papá, che pure era tanto buono e caro con noi. Per questo io La prego, mio Führer, La prego con tutto il cuore, perfavore aiuti nostro padre, che possa presto tornare a casa.

Le prometto per questo di essere grata per sempre.

Mio padre si chiama Kaluzik Karl ed è stato arrestato dal Tribunale del distretto numero 5.

La ringrazio in anticipo e Heil Hitler!

Nonostante tutto, il padre di Lotte fu condannato a morte 7 mesi più tardi. Dopo 70 anni la nostra lotta continua.

La lettera qui tradotta e riprodotta è stata pubblicata l’anno scorso in questo libro a cura di Brigitte Bailer: “Die Vollstreckung verlief ohne Besonderheiten”, DÖW, Vienna 2013, p. 23.

Lotte a Hitler 1944

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IFFF

Mir geht es nicht darum, den wahren Unterschied zwischen Meinungs- und Vorurteilsäußerungsfreiheit auszumachen. Beide gehören dem Bereich des freien menschlichen Denkens. Zudem bin ich nicht in der Lage, es urteilen zu können, ob ein islamfeindliches Film einen künstlerischen Ausdruck oder eine kitschige Sammlung von Stereotypen ist. Wenn es auch möglich wäre, solch eine Entscheidung eindeutig zu treffen, würde das Wesentliche dadurch eher nicht berührt.

Was ich aber als unerträglich empfinde, ist die Arroganz derjenigen, die davon ausgehen, dass etwas wie die Ausdrucksfreiheit überhaupt einschrenken werden könnte.

Bevor man solch eine Freiheit einschränkt, sollte sie wenigstens einmal vorhanden gewesen sein.

Noch wichtiger:

Bevor man um die Verteidigung dieses Rechts kämpft, sollte man sich zunächst um ihre Ausübung fleißig und beharrlich Bemühung gegeben haben.

Viel zu leicht vergisst man, dass wir über eine überwältigende Freiheit verfügen, die unvergleichbar umfangreicher ist, als die belanglose Quote von eigenen Ideen (seien sie  Meinungen oder Vorurteilen), von welchen man Gebrauch machet.

Würde es eigentlich irgendeinen Sinn machen, ein Islamfeindliches Filmfestival (IFFF) zu organisieren, wenn dann jeder (pro oder contra) an der Provokation staut und keiner (pro wie contra) interessiert wäre, sich ein einziges Film anzuschauen?

Ich würde es allerdings für sinnvoller halten, eine Demo für die Einschränkung der Vorurteilsäußerungfreiheit zu organisieren…

Ps. Das Cover-Photo dieses Posts stellt die Fassade eines Kitas in Lychener Straße dar. Ich habe das vorgestern gemacht: in Panoramio ist eine grössere und geo-tagged Version verfügbar.

Intervento in Libia: necessità di Stato e guerra preterintenzionale

Mi sembra che oggi le guerre abbiano quantomeno il merito di essere messe in piedi con maggior perizia strategica. Non si cerca più il consenso all’intervento nell’imminenza dell’attacco; si è superato anche lo stadio in cui si giustificava la guerra come difesa dei valori occidentali sotto l’urgenza di una minaccia esterna.

Quello che avviene è frutto di un lavoro molto più meditato: si cercano con largo anticipo le motivazioni e si creano preventivamente le strutture per la futura legittimazione.  Le strade vengono esplorate e battute durante lunghi periodi di pseudopolitica rivestita di plastica, voluta da un corpo diplomatico che concepisce le relazioni internazionali come un salotto dove omettere discussioni poco galanti e risolvere le altre con pacche sulle spalle e rassicuranti strette di mano. Si fa leva sulla politica dell’immagine che vorrebbe trasmettere serenità e conciliazione, facendo al contempo fermentare il tumulto del malessere… quel malessere che dopo anni sfocerà in crisi, alle quali poter dare l’intervento militare come unica possibile risposta.

Più lungo è il tempo e maggiore la perseveranza con cui la crisi viene alimentata, migliore sarà l’effetto di preterintenzionalità di cui l’intervento militare potrà godere come attenuante (e persino come giustificazione). Ci vuole tempo – quindi -, ma il risultato è garantito, pulito e incontestabile. Anche la fascia dei medio-pacifisti è disposta a concedere credibilità a questa soluzione.

L’azione bellica così costruita gode di un duplice attenuante: la preterintenzione e lo Stato di necessità.

Dopo i simpatici scambi opinioni con la Libia ad opera di quell’idiota di Graziani, passando per  Regan e Berlusconi, oggi Napolitano ha saputo regalarci un’altra delle sue perle: “Faremo ciò che è necessario”.

Buona guerra, con la pace di tutti.

Ps. Non si creda che sia solo una problematica italiana. A ricordarcelo è una notizia dell’ultim’ora: “Il pattugliatore Libra sta navigando verso le coste libiche […] mentre la fregata Euro opera come nave appoggio.”

Pps. Per dare una misura della fregatura, ecco elencato l’equipaggiamento della sola Euro:

1 cannone Otobreda 127/54 Compatto

2 CIWS Breda Dardo

4 lanciamissili Otomat

1 lanciamissili Albatros/Aspide con 16 missili Aspide in deposito (ed eventuali altri 8 pronti al fuoco)

2 lanciasiluri tripli da 324mm MK 32 per siluri ASW tipo A244

Bozzetto per la prua della fregata Euro, commissionata a Cattelan - foto Il Giornale

Altro punto di vista sull’opera di Cattelan, da parte di giames.

Alta finanza in tempi di crifi - foto giames (Giacomo Turc...

Peace and L.O.V.E. (Libertà, Odio, Vendetta, Eternità)

Pro-paganda

Affonda le sue radici più profondamente di quel che non si creda.

Lo slogan in italiano: "...e Papi non ha pagato un centesimo."

Montaggio basato su una vecchia pubblicità tedesca vista oggi sull’anta di un vecchio armadietto. “Toh! – ho pensato – il Papi ha iniziato molto tempo fa ad inculcare alla gente che con tutti i sodi che ha non ha bisogno di pagare…”

Noemi, Letizia, Ruby… Maria?

Stage truffa?

Questo mio post è poco più che un commento all’articolo di Stefano Feltri “La truffa degli stage”, pubblicato sul Fatto Quotidiano il 5 febbraio 2011. L’articolo è stato portato alla mia attenzione da Gianluca “TdC” Del Rio attraverso Facebook. Infatti le poche righe che seguono nascevano come intervento destinato alla sua bacheca. Vedendo che prendeva corpo l’ho traslato qui.

> Link all’articolo di Stefano Feltri sul sito ufficiale del quotidiano.

L’argomento trattato è molto stimolante, ma putroppo trovo che sia stato affrontato in maniera incoerente dal giornalista, e questo rende poco chiaro il problema. Riconosco la difficoltà di maneggiare tale questione nelle poche righe di un articolo e nello stile ad esso più congruo, tuttavia individuo un’aporia di fondo, che danneggia il contenuto di quell’articolo un pochino più di quanto non sarebbe concesso pur riconoscendo le limitazioni che lo giustificano.

Dal mio punto di vista occorre distinguere almeno due aspetti, due rivendicazioni.

Prima rivendicazione: lo stage deve avere contenuto formativo.

Seconda rivendicazione: lo stage deve essere retribuito.

Io, poi, aggiungerei una terza rivendicazione. Possediamo un lessico discretamente variegato: chiamiamolo tirocinio, apprendistato, seminario, formazione professionale, praticantato… ma non stage. Eviteremo in questo modo anche quella disgustosa distinzione sociale fra la pronuncia alla francese (più colta ma spocchiosa e leggermente cacofonica) e la promuncia anglicizzata (meno raffinata forse, ma più efficace e sprezzante dell’etimo). Tra l’altro l’uso del termine stage in combinazione con il simbolo matematico “+” (questa scelta è da accollare al reparto comunicazione dalla Cgil) potrebbe provocare effetti altamente nocivi sulla salute dell’uomo. Prima di approvare certe campagne bisognerebbe testarle su delle cavie, poi sui leghisti, infine sottoporle al vaglio di Nanni Moretti e, solo dopo un attento esame dei risultati (visto mai rinsaviscano: sia leghisti sia Nanni), veicolarle alle masse!

Ad ogni modo, sono i primi due aspetti a meritare una più attenta discussione. E qui sarà meno facile areare l’argomentazione con battute e sollazzi. Io ritengo che essi non vadano mescolati in una medesima rivendicazione, né approssimati in uno resoconto giornalistico. Innanzitutto sono aree su cui le le politiche di intervento sono qualitativamente e quantitativamente diverse. La prima rivendicazione (quella pedagogico-formativa) pertiene ad una tattica di resistenza che può essere esercitata solo dai giovani e dalle loro corporazioni. Il governo interviene solo sul secondo dei due aspetti, attraverso l’impiego di strumenti macroeconomici che impongano tale remunerazione. Mentre il governo può pianificare una strategia di rivalutazione economico di questa tipologia di impiego lavorativo, esso non può (e, a mio modo di vedere, non deve!) intromettersi nella determinazione valoriale circa il contenuto stesso del lavoro. Su questo livello sono i diretti interessati che debbono trovare la forza di selezionare a priori e di modificare in itinere la materia del lavoro nel quale decidono di impiegarsi. Va detto che in questa rivendicazione dal basso occorre anche avvalersi di una dose di umiltà e buona volontà, al fine di evitare un dislivello tra qualità di lavoro offerto e qualità di lavoro desiderato. Se, insomma, da una parte è legittimo rivendicare  piattaforme di lavoro che operino in modo leale e trasparente, bisogna anche assumere atteggiamenti propositivi e realistici: senza l’arroganza di chi pretende, senza l’alibi di essere ggiovani, senza il vanto di essere creativi!

A quest’ultimo proposito, mi si permetta una nota sulla forma di protesta praticata da questi ggiovani della Cgil, la quale sembra pretendere di essere creativa e di impatto. Non voglio intaccare la loro libertà di espressione, ma purtroppo ai miei occhi risulta una sciatta esibizione, povera sia al livello formale (a partire dal “+”) sia al livello di contenuti. Nessuna forza espressiva, alcuna innovazione espositiva.

Una volta disvelata quella che io ritenevo un’aporia, purtroppo, ancora nulla di essenziale è stato detto. Me ne rendo conto. Occorrerebbe una vera analisi sociologica e filosofica circa la tipologia lavorativa e le finalità degli individui che si apprestano ad inserirsi nel mondo del lavoro: in questa immensa macchina che produce fantasmi e si alimenta delle paure che quei fantasmi suscitano. Perché non si parla della falsa coscienza prodotta e riprodotta dal sistema delle marche e dai suoi falsi splendori? Perché non si denuncia il deleterio fenomeno che discredita socialmente il lavoro artigianale o, più in generale, quello che non orbita direttamente entro la galassia dei mass media? Perché non si stigmatizzano, al contrario, il mercantilismo dilagante, il clientelarismo, i mercenari della cultura, la faciloneria della chiacchiera giornalistica? La mancanza di vocazione è oramai passata come naturale contropartita della devozione al denaro! E noi siamo ancora a chiederci se un tirocino debba essere retribuito, quanto e come debba essere retribuito, senza scalfire minimamente le questioni fondamentali che questo lavoro implica. Si preferisce mettersi  la coscienza a posto mischiando un po’ le carte e facendo credere che il problema sia legato alla qualità formativa del lavoro stesso. Questo meccanismo lo si può constatare quando ci si accorge che un articolo inizia così: “Che contenuto formativo c’è nel piegare magliette in un negozio di Zara durante i saldi di fine inverno?”, ma che poi parla solo dei dati inerenti statistiche di impiego e questioni salariali.

Il pericolo è di discutere, e anche male, solo di fenomeni di superficie. Si dovrebbe avere invece il sospetto che la truffa non sia nello stage, ma nel lavoro stesso. Mi piace concludere lasciando la parola ad un classico del pensiero contemporaneo italiano.

Con Saviano, ovvero sulla banale violenza degli atti e delle parole

Io credo si debba respingere ogni forma di rivoluzione violenta con la stessa determinazione con cui ci si oppone, ad esempio, alla pena di morte. Io non legittimerò mai alcun atto di violenza. Ancor meno sarò tentato di farlo qualora mi accorgessi che tale atto venga determinato da un assoggettamento a vaghe ondate ideologiche o effimeri personalismi mediatici (così frequenti e ridicoli nel piccolo mondo di facebook).

Se atti di violenza venissero giustificati interpretandoli come reazioni condizionate da un sistema largamente riconosciuto come illegittimo, finiremmo presto con l’ammettere come legittimi anche atti di violenza del tutto arbitrari. Perché? Perché ogni atto di violenza è, in relatà, un segno arbitrario, che tradisce il fondo bestiale di individui i quali, in comunità, si imbellettano e indossano le maschere imposte dalla civiltà. I manifestanti violenti e mascherati (precisamente quelli violenti e mascherati) fanno parte di quella stessa rappresentazione del “ballo mascherato della celebrità”, recitano il medesimo copione degli attori che vorrebbero combattere. Vi ricordate, spero, il secondo sogno dell’impiegato… Tutti coloro che usano violenza favoriscono “i soci vitalizi del potere”: non solo gli sbirri. De André ha composto delle opere; non è rimasto nella storia per aver dato fuoco a camionette ma per aver acceso le coscienze di chi voleva ascoltare con attenzione. Si era perfettamente reso conto, con un sano anarchismo che si faceva anche beffe del panpoliticismo oggi tanto di voga, che ogni atto violento è un segno arbitrario. La violenza è forse un’arbitrarietà connaturata, insita e forse inevitabile, ma pur tuttavia oscena: nella paradossale rappresentazione di questa oscenità i testi di De André acquisiscono la loro potenza lirica. La vera risposta che deve fornire l’individuo con quel che resta della propria umanità è l’atto poetico: unico segno motivato e motivante.

Alcune precisazioni sono dovute: anche io ho e mie perplessità circa la forma espositiva impostata da Saviano, ma questo discorso stilistico non deve inficiare un sano ragionamento circa i contenuti tirati in ballo. Chi mi conosce sa che non ho risparmiato le mie critiche a Saviano, quando anche in altri frangenti mi è parso sconfinasse in una retorica a basso mercato. Con alcuni amici mi ricordo di aver deprecato l’uso semplicistico fatto della memoria di Falcone, ma trovo eloquente e dignitosa la sua posizione espressa nella lettera in questione (Lettera ai ragazzi del movimento, pubblicata su Repubblica.it, oggi 16 dicembre 2010). Con equanimità, mi pare, egli scrive:

“Poliziotti che si accaniscono in manipolo, sfogando su chi è inciampato rabbia, frustrazione e paura: è una scena che non deve più accadere. Poliziotti isolati sbattuti a terra e pestati da manipoli di violenti: è una scena che non deve più accadere”.

Alla base del suo ragionamento c’è la incontestabile rivendicazione di una forma di resistenza non solo non-violenta, ma possibilmente creativa. Il fatto che la sua stessa lettera non brilli per creatività o per eleganza, non significa che i contenuti che cerca di veicolare non possano dar luogo ad una feconda discussione pubblica (come, anzi, sta effettivamente avvenendo).

“Ogni gesto violento è stato un voto di fiducia in più dato al governo Berlusconi”.

Ogni gesto violento: perché la comunicazione politica e la politica comunicativa di Berlusconi sono violente! Ogni gesto violento, e persino, aggiungerei, ogni parola violenta aizza quel fuoco; lo alimenta dopo essere stata metabolizzata dal meccanismo della banalizzazione massmediatica. Io stesso cerco e forse non riesco sempre a contenermi; ma almeno mi applico nell’esercizio della contingenza gestuale e verbale. In generale prediligo la sottile ironia contro il suo (suo di Berlusconi e del berlusconesimo tutto) pacchiano umorismo, la raffinatezza contro la sua goffagine; l’interpretazione volutamente fallace contro il suo tautologico populismo, l’estrosa semplicità contro la sua banale aggressività. Purtroppo, in troppe note e commenti che girano per il web si può constatare l’effetto di una retroguardia del pensiero, una mancanza di spirito critico che, condita con una esecrabile dose di invidia nei confronti dell’autore di successo, appare piatta e del tutto priva dei requisiti minimi per impostare un discorso costruttivo, tanto per i singoli quanto per la collettività. Da notare che un discorso collettivo e costruttivo è proprio ciò che viene impedito tanto dagli slogan (“fascisti di natura”) quanto dalle réclames.

Non mi piace la banalità di alcune scelte espressive di Saviano, ma la violenza di slogan che iniziano a salire da Twitter (“Saviano contro i manifestanti… tutti contro Saviano!”) mi fa venire i brividi. Mi dispiace che Saviano abbia utilizzato a sua volta termini violenti e banali, ma io non voglio difendere lo stile della sua opera, bensì la sua idea. Precisamente per questo motivo ho sentito il bisogno di offrire a mia volta un commento pubblico sulla questione.

Emanuele Sbardella (16/12/2010)

Il caso Rosarno – Intolleranza nei confronti di questa classe politica

Primi di gennaio del 2010.
In un’Italia narcotizzata dalle immagini e delle parole (indistinguibilmente vuote) del Primo Narciso cha va a mignotte e disegna mutandine all’europarlamento, del Primo Narciso escoriato al volto e crocifisso, del Primo Narciso convalescente e risorto… una fantasma di un nero denso ci scuote dal profondo sud. In seguito a questi fatti (nei confronti del quale il Primo Convalescente non ha ancora aperto la sua dolorante bocca) mi tocca di sentire queste parole del suo verde scagnozzo: Roberto Maroni, uno che dice di essere ministro dell’interno, ma che in realtà dovrebbe essere molto più semplicemente un internato.

Mia nonna pregava passando fra le dita un Rosario. Lei sicuramente avrebbe fatto una preghiera per le anime di quegli immigrati di Rosarno, lasciando al buon dio il compito di giudicare i boia.

A me cosa rimane di fare?

Vale la pena di mettere per iscritto la dichiarazione di Maroni:

“In tutti questi anni è stata tollerata una immigrazione clandestina che ha alimentato la criminalità e ha generato situazioni di forte degrado come quella di Rosarno. Stiamo intervenendo con i mezzi e con i tempi necessari. Abbiamo posto fine all’immigazione clandestina (gli sbarchi a Lampedusa che hanno alimentato queste situazioni di degrado). A poco a poco riporteremo alla normalità situazioni che devono essere riportate alla normalità. Il nostro impegno è quello, con le forze dell’ordine, di portare tutto alla normalità”.

L’immigrazione in realtà non andrebbe tollerata, ma regolata e preservata. Nel senso etimologico del termine, tollerare significa portrare, supportare. In questo senso è l’immigrazione che tollera il sistema economico italiano. Alimentando sì (ma senza colpe) una sitazione di degrado, che è quella del nostro mercato del lavoro.
Ma la realtà è che nemmeno si riesce a contraccambiare con reciproca tolleranza. Questi esseri umani  non vengono tollerati, ma sfruttati.
Ecco un servizio video che è stato caricato su YouTube da MediciSenzaFrontiere nel  2008.

Questi esseri umani prendono 20 euro al giorno per lavorare 12 ore nei campi e dormire ammassati senza cure e senza servizi. Per questo stanno in Italia: e la loro permanenza non è frutto di tolleranza ma di una volontà di ghettizzare per sfruttare la loro condizione di povertà, che si traduce nell’illegitimità di far appello ai basilari diritti umani.

Questo tipo di meccanismo che parte dello sfruttamento, passa per una comunicazione superficiale e distorta, ed arriva nelle nostre case con l’aspetto di una rivolta di facinorosi ubriachi,. Questa immagine sarebbe  la normalità che il mini-stro si propone di reinstaurare con l’ntervento delle forze dell’ordine. Lo stato, che detiene il monopolio della forza, costringerà questi poveretti a subire il ruolo di schiavi che gli viene affibiato, sotto la falsa etichetta di clandestini. Anime salve in mezzo a questa alluvione di stolti.