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Si è soliti catalogare sia il verbo amare sia il verbo rompere nella categoria grammaticale dei verbi transitivi. Essi descrivono infatti a prima vista un’azione che passa  dal soggetto che la compie all’oggetto che la riceve o subisce. Si dice spesso di amare questo, di rompere quello. Oppure “io a questa la amo”, “io a quello lo rompo”. “Questo e quello”, seppur in diverse accezioni, sono i complementi, ammessi appunto solo dai verbi transitvi.

Il cosiddetto uomo della strada invece sa (“cosa sa? cosa sa?”) per esperienza che il verbo amare è un verbo transitorio, che al massimo ammette complimenti (complimenti a volte anche troppo diretti) su questo o su quell’aspetto fisico dell’oggetto amato.

Io credo invece che il verbo amare possa essere considerato anche come un verbo intransitivo. Un verbo che non ammette complementi, né necessita di complimenti. L’azione dell’amare in fin dei conti non passa: né passa dal soggetto, né passa all’oggetto, e nemmeno passa col tempo. Proprio non passa, non c’è niente da fare (vedi “il freno a mano”).

C’è quindi da considerare quantomeno una malleabilità del verbo, che può essere usato sia come un transitivo che come un intransitivo. Anche in questo il verbo amare si comporta come il verbo rompere:

Emanuele ama [FemaleName] vs. Emanuele ama!

Emanuele rompe una matita vs. Emanuele rompe!

Dicono che l’azione di un verbo intransitivo si esaurisca nel soggetto che la compie; più vero mi sembra che l’amare quanto il rompere si compiano nel soggetto che si esaurisce. Fatto sta che uno ama – non tanto solo se stesso (sarebbe riflessivo, narcisistico) – ma in se stesso e senza fine.

In Emanuele ci si rompe – In Emanuele ci si ama.

Ci si-amo.

Torniamo alla collaborazione Lucio/Pasquale

Però il rinoceronte
Album C.S.A.R. 1992
Battisti-Panella

Se non si cuoce a fuoco lento rimane cruda dentro.
Al dunque, quando può, le piace sentirsi al centro dei carciofi tenerelli.
Cosa sa? Cosa sa? Che gli animali sono esseri scorrevoli.
Però il rinocenronte ha il freno a mano.
L’amore è un gesto pazzo come rompere una noce con il mento sopra al cuore.

E si dovrebbe vivere lontani per essere creduti se si dice:
“Qui è nato un disinganno mai allevato, e grosso come un bue, mangiando poco.”
E si dovrebbe vivere lontani e dire: “Ho visto qual’è il colmo di me stessa.”
Sfilandomi un maglione sulla testa – per ora s’interessa all’infusione che dona brillantezza ai suoi capelli, e la parola chiave è “rosmarino”.
Il gusto si fa estivo a mezze maniche, esaminando la Venere di Milo.
I riti, i riti ma che riti d’Egitto?! Tutto è fidanzamento!

La colazione in tazza. Il pranzo, poi la cena e gli intermezzi.
Basta non le si dica “indovina chi sono?” e “non te lo aspettavi”, ecco, cose così, tra genti e tristi cose di burro in forma di conchiglie.
“Sono io quella ragazza” dice, puntando il dito come viene viene.
In uno sprazzo acrilico a colori mimetici soltanto di se stessi… e di un papero a sbruffo accidentale contro un mazzo, una messe di cielo, o il rosso mormorio di un acquitrino.
“Sono io quella ragazza”, infatti è lei!
Per lei un sovrano avrebbe rinunciato a nascere.

Un cammello si è lanciato in una cruna d’ago smascherando l’acrobata di sabbia in sè sopito.

“Sono io quella ragazza” dice,
il giorno prima come il giorno dopo.
E il giorno in mezzo me lo metto al dito, così sarà un anello e non un peso.
E per lei qualche atleta contenzioso si è battuto smantellato da solo, crollando coi talenti e i gusti intatti.
“Sono io quella ragazza”, infatti è lei!

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