Il Buono, il Brutto e Me

Da molto non scrivo un post; questo non è molto grave.

In generale da molto non faccio qualcosa di bello – probabilmente nemmeno qualcosa di buono; questo è già un pochino più grave.

Non fraintendetemi: non che io sia persuaso di aver cosparso il mondo di bellezza fino all’anno scorso; né di averlo redento con la mia bontà. La questione è miseramente autopercettiva. Se fino a qualche tempo fa venivo occasionalmente avvolto da barlumi estetici o mosso da spinte morali, ora mi porto avanti macchinalmente eseguendo quello che devo. Eppure ero partito con lidea di voler fabbricare qualcosa da poter sognare (magari insieme).

Sarà che anche io sono giunto nel mezzo del cammino della mia vita e, a questo punto (al contrario di Altri), la mia fiamma creativa tende a spegnersi.

Quando dico “Altri” non alludo a Dante, in questo caso, ma Thom Yorke, la cui ultima opera mi ha reso consapevole della gravità della mia arsura. L’ultimo brano dei Radiohead, Daydreaming, offre un bagno di suoni provenienti da una molteplicità di fonti (acustiche e spirituali). La conclusione del testo è costituita dalla ripetizione distorta di una frase riprodotta al contrario: “Half of my life” e suggerisce un’immagine del calzante invecchiamento come ritorno e quasi come metempsicosi, piuttosto che come decadimento.

Nell’incapacità di produrre del bello mi limito a renderlo magari piú accessibile fornendo qui sotto una mia traduzione del testo ed un link al surreale (e dierei anche surrealistico) video che rende onore al brano.

 

Dreamers: they never learn!

Beyond the point of no return.

And it’s too late, the damage is done.

This goes beyond me, beyond you.

The white room by a window where the sun comes through.

We are ‒ just happy to serve ‒ You

.efil ym fo flaH

Sognatori: non impareranno mai!

Oltre il punto di non ritorno.

Ed è troppo tardi, il danno è fatto.

Questo va al di là da me, al di là da te.

La camera bianca da una finestra attraversata dal sole.

Siamo ‒ semplicemente felici di servire ‒ Te.

.ativ aim alled ateM

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Amare è come rompere

Si è soliti catalogare sia il verbo amare sia il verbo rompere nella categoria grammaticale dei verbi transitivi. Essi descrivono infatti a prima vista un’azione che passa  dal soggetto che la compie all’oggetto che la riceve o subisce. Si dice spesso di amare questo, di rompere quello. Oppure “io a questa la amo”, “io a quello lo rompo”. “Questo e quello”, seppur in diverse accezioni, sono i complementi, ammessi appunto solo dai verbi transitvi.

Il cosiddetto uomo della strada invece sa (“cosa sa? cosa sa?”) per esperienza che il verbo amare è un verbo transitorio, che al massimo ammette complimenti (complimenti a volte anche troppo diretti) su questo o su quell’aspetto fisico dell’oggetto amato.

Io credo invece che il verbo amare possa essere considerato anche come un verbo intransitivo. Un verbo che non ammette complementi, né necessita di complimenti. L’azione dell’amare in fin dei conti non passa: né passa dal soggetto, né passa all’oggetto, e nemmeno passa col tempo. Proprio non passa, non c’è niente da fare (vedi “il freno a mano”).

C’è quindi da considerare quantomeno una malleabilità del verbo, che può essere usato sia come un transitivo che come un intransitivo. Anche in questo il verbo amare si comporta come il verbo rompere:

Emanuele ama [FemaleName] vs. Emanuele ama!

Emanuele rompe una matita vs. Emanuele rompe!

Dicono che l’azione di un verbo intransitivo si esaurisca nel soggetto che la compie; più vero mi sembra che l’amare quanto il rompere si compiano nel soggetto che si esaurisce. Fatto sta che uno ama – non tanto solo se stesso (sarebbe riflessivo, narcisistico) – ma in se stesso e senza fine.

In Emanuele ci si rompe – In Emanuele ci si ama.

Ci si-amo.

Torniamo alla collaborazione Lucio/Pasquale

Però il rinoceronte
Album C.S.A.R. 1992
Battisti-Panella

Se non si cuoce a fuoco lento rimane cruda dentro.
Al dunque, quando può, le piace sentirsi al centro dei carciofi tenerelli.
Cosa sa? Cosa sa? Che gli animali sono esseri scorrevoli.
Però il rinocenronte ha il freno a mano.
L’amore è un gesto pazzo come rompere una noce con il mento sopra al cuore.

E si dovrebbe vivere lontani per essere creduti se si dice:
“Qui è nato un disinganno mai allevato, e grosso come un bue, mangiando poco.”
E si dovrebbe vivere lontani e dire: “Ho visto qual’è il colmo di me stessa.”
Sfilandomi un maglione sulla testa – per ora s’interessa all’infusione che dona brillantezza ai suoi capelli, e la parola chiave è “rosmarino”.
Il gusto si fa estivo a mezze maniche, esaminando la Venere di Milo.
I riti, i riti ma che riti d’Egitto?! Tutto è fidanzamento!

La colazione in tazza. Il pranzo, poi la cena e gli intermezzi.
Basta non le si dica “indovina chi sono?” e “non te lo aspettavi”, ecco, cose così, tra genti e tristi cose di burro in forma di conchiglie.
“Sono io quella ragazza” dice, puntando il dito come viene viene.
In uno sprazzo acrilico a colori mimetici soltanto di se stessi… e di un papero a sbruffo accidentale contro un mazzo, una messe di cielo, o il rosso mormorio di un acquitrino.
“Sono io quella ragazza”, infatti è lei!
Per lei un sovrano avrebbe rinunciato a nascere.

Un cammello si è lanciato in una cruna d’ago smascherando l’acrobata di sabbia in sè sopito.

“Sono io quella ragazza” dice,
il giorno prima come il giorno dopo.
E il giorno in mezzo me lo metto al dito, così sarà un anello e non un peso.
E per lei qualche atleta contenzioso si è battuto smantellato da solo, crollando coi talenti e i gusti intatti.
“Sono io quella ragazza”, infatti è lei!

Il mercato della frutta_World music made in Ladispoli

Avevo già parlato di Guide Lo Sheikh and the Heartbeats Melody in un precedente articolo, collegando la loro “Price of sacrifice” alla tematica del sacro che si sviluppa a partire dall’albero da frutta (in quell’articolo è incluso il testo della canzone).

A partire dalla lettura di una intervista che il leader della band ha rilasciato a Africa Nouvelles, gli ho rivolto ulteriori domande di approfondimento mirate a collocare con più precisione il loro intervento musicale nel contesto dalla mostra “Il mercato della frutta”.

Evidentemente la loro eterogeneità e il tipo di musica fanno si che la band stessa rappresenti la commistione culturale che si cerca di analizzare nella mostra. Oltre a Cheikh Dieng, di origine senegalese (lead vocal and guitare), troviamo il cubano Douglas h. t. Dickinson (Guitare basse ) e tre italiani: Federico Arnaldi (guitare solo), Nunzio Fanni (percussion) e Valerio Toninel (batterie).

Per approfondire le logiche di questa world music made in Ladispoli, ho posto a Cheikh (nel mio pessimo francese) alcune domande. Riporto qui solo uno stralcio del nostro colloquio, che mi sembra particolarmente rilevante (nb. Nella conversazione si fa diretto riferimento alla succitata intervista).

Domanda: Je voudrais mieux comprendre ta relation avec le Mbalax. Sûrement ta musique est plus influencé par le reggae jamaïcain. Mais peut-être un peu aussi de Mbalax. Tu parle aussi de world music! J’ai écouté un peu de musique ‘Mbalax”, et elle m’est pas semblée une planète différente par rapport au reggae. Exemple http://www.youtube.com/watch?v=93JX3c9IuHI
Défaut d’utiliser explicitement un genre, cela signifie nier le genre lui-même? Je suis sure que ta réponse sois “non”? Mais j’aimerais entendre mieux tes arguments. Je voudrais approfondir ta réflexion à ce sujet.

Risposta: En fait, du point de vu musical, le style m’balakh pur est complètement différent du reggae. Cependant la tendance actuelle est que beaucoup d’artistes pratiquant le m’balakh s’ouvrent de plus en plus à d’autres genres musicaux ,créant ainsi des styles hybrides et bénéficiant ainsi d’un public plus large. Je pense que beaucoup le font par stratégie de pénétration de nouveaux marchés.

Ne pas utiliser un style donné d’une manière explicite ne signifie pas forcément le renier,mais pourrait également le signifier, c’est toujours une question de conception qui diverge selon le point de vue de l’artiste concerné et encore une fois de son background personnel , son histoire, de sa sensibilité, son objectif….

De ma part, ma musique est le fruit de toutes mes influences, dont la plus apparente est le reggae. S’il arrive qu’un  mélomane y pense trouver des influences de styles donnés, c’est justement parceque je suis ouvert à la world music, mais profondément ancré sur les roots et sonorités africaines  Je fais de la musique par sensation.  L’adage dit bien que « les goùts et les couleurs ne se discutent pas ».

YouTube_Smashing Pumpkins – Machina/The Machines of God

Wikipedia source, link:

Machina/The Machines of God is The Smashing Pumpkins‘ fifth studio album, released on February 29, 2000. A concept album, it marked the return of drummer Jimmy Chamberlin and was intended to be the band’s final official LP release prior to their first breakup in 2000. A sequel album—Machina II/The Friends & Enemies of Modern Music—was later released independently via the Internet.

As with Adore, Machina represented a drastic image and sound change for the band. Nonetheless, Machina, like its predecessor, failed to reconnect The Smashing Pumpkins with chart-topping success. However, the band’s tours in support of Machina, entitled Resume the Pose and The Sacred + Profane, were far more successful than the Adore tour, as fans responded to the return of Chamberlin and setlists that included far more of the Pumpkins’ back catalog.

The recording of Machina was unusually secretive, in contrast to the sessions for Mellon Collie and the Infinite Sadness and Adore, both of which were partially filmed. Much like Mellon Collie, the songs were first tracked acoustically at Sadlands in late 1998 before the band set to work on them at Pumpkinland and the Chicago Recording Company with Howard Willing, Bjorn Thorsrud and Flood. Corgan described the recording process for Machina:

This record was a lot of fun to do, and the writing was incredibly easy. We spent most of the time trying to take the songs as far as they could be taken down a particular avenue. So if it was gonna be proto cyber metal, we tried to make it very proto and very cyber. If it was acoustic, then we tried to not fall into the (typical) ballad-y kind of aspects. That’s where we spent most of our time. The songs were probably written in about a day.[2]

The band took a break from recording in April 1999 to embark on the Arising! tour, which took the band to eight small clubs. At the tour’s conclusion, D’arcy Wretzky left the band. Flood remembers,

Billy and I thought, ‘How are we going to do this?’ We decided that we were going to have to make a very different kind of record. They saw out their time on the tour, and after that we pretty much went back to the drawing board. Certain songs on the record are survivors from that first period, but it meant a shift in the ways songs had to be formed.

Interviews at the time claimed that Wretzky had “completed her work” on the album, but the extent of her contributions on the final album are unknown.[2] Corgan later downplayed her role in all Smashing Pumpkins recordings.[3]

A number of songs were recorded in some form or another during the Machina sessions but did not make either Machina/The Machines of God or Machina II/The Friends & Enemies of Modern Music:[4]

  • “Autumn” (instrumental, not to be confused with the 1994 demo “Autumn Nocturne”)
  • “Death Boogie”[5]
  • “Drain”
  • “Here I Am”
  • “Laugh”
  • “Lover”
  • “Soot and Stars” (later released on Judas Ø)
  • “Winterlong” (later released on Judas Ø)

Although Machina is much more story-based than previous releases, which have sometimes hinted at concepts, it is not a story album in the vein of Tommy or The Wall, but is much more open to interpretation. Corgan stated that many of the songs are written from the perspective of the band as the press and public viewed them, rather than Corgan himself.[9] In this vein, songs such as “Heavy Metal Machine” are seen as parodies and homage to their influences and public perception. Nonetheless, it is a concept album, with a story about a rock star named Zero hearing the voice of God, renaming himself Glass, and renaming his band The Machines of God. Fans of the band were referred to as the “Ghost Children,” which has now become a term for Pumpkins fans. This story, while planned thoroughly by Corgan (see image), was only implied in the album’s lyrics, and was greatly expanded via the liner notes in both Machina albums, additional writings posted to a weblog entitled “Chards of Glass”, and, later, an animated web series.

According to Billy Corgan, the original plan was to stay in character as The Machines of God throughout the record’s promotion. He explained, “When the re-formed band agreed to the concept in October of 1998 as a way to bring the band to a close, everyone agreed to ‘play their part’ all the way down the line. I never envisioned that D’arcy would leave in April of ’99, and that subsequently the 3 of us would try to finish. This put a stress obviously on the full integrity of the project. Because it was connected to the band not only bringing the music to fruition fully, but also the public component of being in character. I ended up in a broken band with a half-ass enthusiasm towards finishing a project already started.”[10]

The booklet artwork loosely tells the album’s story through a series of plates featuring medieval-style paintings and text presented in a printing press font created by Vasily Kafanov.The heavily symbolic artwork references the subjects of alchemy, chemistry, metallurgy, physics, medicine, astrology, semiotics, mysticism, spiritualism, and art. “I of the Mourning” is the only release from the album that did not include cover art by Vasily Kafanov. The album was nominated for a 2001 Grammy for Best Recording Package.