Innamoramento senz’assenso

Questo post è dedicato a te, che sei capitato su questo scritto digitando su Google “come farsi una pippa”, “cosa significa farsi una sega?” o simili chiavi di ricerca.

Maybe not from the sources you have poured yours.

Mi dispiace: qui non troverai informazioni tecniche sull’argomento “masturbazione”: né spiegazioni anatomiche, né pratici suggerimenti sulle relative modalità d’uso. Nella materia “Teorie e tecniche dell’onanismo” ci saranno on-line enciclopedie intere che potrai consultare subito dopo, ne sono certo. Una volta appresi i primi rudimenti ci farai presto la mano.

Forse, come spero, potrai comunque trovare qui qualcosa di tuo interesse.

Maybe not from the directions you are staring at.

Quanto avevo più o meno la tua età io non avevo Google a cui porre certe domande e nemmeno Yahoo che potesse darmi delle Answers. Ma in classe l’argomento riscuoteva un crescente successo e l’indiscreto interessamento dei miei compagni si faceva sempre più pressante. Non potevo più svincolarmi. A domande non molto discrete del tipo: “Ma tu, ogni quanto te le fai le pippe?” non bastavano più risposte generiche del tipo “Ogni tanto… un paio di volte al giorno”. Occorreva che io venissi esattamente a conoscenza di ciò attorno al quale ero chiamato ad esprimemi. Come potrai immaginare la questione arrecò un certo imbarazzo (sia a me, sia – credo – a mio padre).

A te questa pena è risparmiata. Abbi quindi almeno la pazienza di continuare a leggere quello che ti sto scrivendo.

Trust your head around it’s all around you.

Ottenuta l’informazione richiesta – te lo anticipo – ne rimasi molto deluso. meglio che tu non abbia a riguardo aspettative troppo alte.

Dovetti pensare: “Beh, tutto qui? Allora lo faccio già da tempo!”. In realtà questa innocente saggezza durò ben poco e quello che, in risposta a naturali stimoli, già facevo da tempo, si trasformò. Ma la trasformazione non era una di quelle evidenti. All’apparenza continuai semplicemente a fare quello che già facevo (magari con maggiore frequenza).

La questione cruciale della trasformazione – quello che veramente mi preme di dirti – sta nel fatto che con essa divenne una pratica consapevole; non più, quindi, effettuata in modo spontaneo, ma ricercata. La stima effettuata prima di conoscere il significato della parola si rivelò presto inadeguata. Prima del tempo delle seghe c’era un tempo in cui ci si toccava con piacere, senza vole raggiungere l’orgasmo. Anzi! Ricordo bene che poco prima della fuoriuscita del liquido seminale tendevo a fermarmi per via di quello che avvertivo come un a specie di leggero dolore. Ma era un altro tempo, in cui non distinguevo bene il dolore e soprattutto non ricercavo primariamente il piacere, perchè tutto il mio mondo ne era colmo.

All is full of love, all around you.

All – (was/will be) – full – of – love

Se vuoi, puoi continuare a leggere ascoltando questo pezzo.

L’eiaculazione raggiunta al fine (e come fine) di una sega (la boum) non ha più niente a che vedere con “la prima goccia bianca”. Una volta avvenuta la concettualizzazione e la conseguente socializzazione della masturbazione avviene un passaggio difficile da cogliere ma fondamentale.

Nel momento in cui ti fai una pippa sapendo (credendo di sapere) quello che stai facendo, lo fai perché e per come ti è stato detto di fare; lo fai aiutandoti con il ricordo della scollatura della maestra o delle gambe della bambina a cui hai alzato la gonna. La fantasia distrae il tuo piacere e lo distoglie dal suo originario crogiolo pulsionale.
Alla masturbazione è quindi legata una insoddifazione che non ha proprio nulla a che vedere con la mancata appagazione sessuale. L’insoddisfazione legata alla masturbazione (sia come motivo, sia come conseguenza) discende dal narcisismo che il nostro ego acquisisce con l’età. Per questo credo che quel narcisismo andrebbe abdicato in favore di un reinnamoramento, ma – bada bene – non di un reinnamoramento di se stesso; bensì di un innamoramento senz’assenso.

Per spiegarti meglio cosa intendo con “innamoramento senz’assenso” non ti parlerò di Freud, che comunque ti consiglio di leggere, ma farò riferimento a due grandi che hanno scritto prima di me: Chaplin e Battiato.

Per farla semplice: Chaplin rivendicava un reinnamoranto di sè stessi, un innamoramento con assenso, un dire di sì al proprio ego; Battiato si riferisce ad un innamoramento senza assenso, ma lo fa molto più poeticamente di me, contestualizzando “la prima goccia bianca” fra il Tigri e l’Eufrate.

Ecco come descrive Chaplin l’innamoramento con assenso. Il testo integrale della poesia lo trovi al seguente link, se vuoi.

As I began to love myself I freed myself of anything that is no good for
my health – food, people, things, situations, and everything that drew
me down and away from myself. At first I called this attitude
a healthy egoism. Today I know it is “LOVE OF ONESELF”.

battiato

Battiato, in un certo qual modo, ne parla in “Mesopotamia” e descrive questa fase come un “innamoramento senza senso”.

La valle tra i due fiumi della Mesopotamia.

Ora mi sento in dovere di dare una conclusione a quello che ho cercato di scrivere. Sono proprio stato fuorviato dal metodo scientifico!

Riassumendo: quando iniziamo a “masturbarci” poniamo fine a quel rapporto immediato che avevamo con il corpo che eravamo. Alla “prima goccia bianca viene assegnato il nome di “sborra” (o, più tardi, di sperma) e facciamo nascere in noi una irrevocabile insoddisfazione ovvero una incapacità di essere soddifatti di quello che siamo. Alla radice c’è una modificazione radicale, vale a dire un passaggio da una innominabile fase preidentitaria ad una fase della comprensione di noi stessi come persone aventi un corpo.

Dopo essermi concepito come avente un corpo, allora dó adito alla mia insoddisfazione, in quanto vedo quello che ho, vedo quello che hanno gli altri. Gli altri, nella mia immaginazione, non sono essenti ma a loro volta aventi dei corpi, che anche io potrei avere, e che desidero. Dopo aver irrevocabimente scambiato quello che siamo per quello che abbiamo, tendiamo a desiderare di avere piú di quello che abbiamo.

Anche prima del farsi una pippa ci si toccava in modo similie, da un punto di vista puramente meccanico. Ma psicologicamente era tutta un’altra dimensione. Questa dimensione viene descritta da Battiato come un'”innamoramento senza senso”. Qui Battiato si riferisce ad una fase della vita di ogni essere umano che precede la concettualizzazione imposta dalla civiltà (simboleggiata in tutto il suo splendore, ma anche nel suo derivante squallore, dalla Mesopotamia)Oltre ad essere un innamoramento senza senso-significagto, esso è anche un innamoramento senza senso-direzione, ovvero antecedente il direzionamento della nostra fantasia sui corpi che noi stessi sembriamo avere e che gli altri hanno. Prima della pippa non c`è alcun autoerotismo (cioè erotismo diretto verso se stessi), ma semplicemente un amore senza(s)senso.

Lo spavento della prima goccia bianca non nasce da quella “masturbazione” di cui tu andavi cercando. Mi dispiace di averti tratto in inganno con i tag. Ma l’ho fatto a fin di bene. Spero non ti dispiaccia.

Se vuoi, ascolta questo miracolo di canzone (anche musicalmente, da cd sarebbe meglio).

Lo sai che più si invecchia
più affiorano ricordi lontanissimi
come se fosse ieri
mi vedo a volte in braccio a mia madre
e sento ancora i teneri commenti di mio padre
i pranzi, le domeniche dai nonni
le voglie e le esplosioni irrazionali
i primi passi, gioie e dispiaceri.
La prima goccia bianca che spavento
e che piacere strano
e un innamoramento senza senso
per legge naturale a quell’età.
mesopotamia

Ps. Quando hai tempo divertiti a mettere a confronto questa versione con quella cantata (e parzialmente riscritta da Morandi) e dimmi che ne pensi.

Ps. La foto-copertina (titled: “Au(gen)garten”) l’ho scattata in un pomeriggio del lontanissimo 6 gennaio 2014 in un parco, il primo vero parco pubblico di Vienna, l’Augarten.

Qui (su Panoramio) ho caricato un’altra immagine del parco, più chiara in riferimento al luogo e al tempo, ma non all’impressione.

Battiato  Mesopotamia Innamoramento Goccia Bianca

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Le cose che cadono – Part 1: “Mesieri”

The so called Kalendae

Vienna, 03.11.2013

Ore dieci in punto

Le circostanze mutano. Le stanze pure.

Quella nella quale mi rifugio attualmente si trova a Vienna, ed è talmente piccola che a guardarla da fuori non sembrerebbe mai poter essere in grado di contenere una persona; figuriamoci un uomo con tutti e trenta i suoi anni.

Col mutare delle stanze che ti circondano, sorgono anche nuove necessità espressive; già, perché esprimendosi si dovrebbe cercare di far chiarezza attorno alla nuova situazione anziché limitarsi a trovare nella nuova situazione gli stessi attributi e le stesse fattezze che caratterizzavano la situazione precedente. Le precedenti modalità espressive non possono quindi restare totalmente valide e riutilizzate integralmente per descrivere la stanza che cambia; e per descrivere, con essa, la stanza della stanza (che chiamiamo mondo), e la stanza della stanza della stanza (che chiamiamo universo, e la stanza della stanza della stanza (che non chiamiamo proprio – e che probabilmente non cambia poi tanto spesso quanto la “mia” stanza).

È facile notare le differenze fra due stanze appena cambiate; meno facile, ma comunque accessibile a chiunque voglia osservare, afferrare i mutamenti che avvengono nella stanza della stanza. Impossibile percepire (e forse concepire) un mutamento della stanza della stanza della stanza. Alcuni Hanno, per questo motivo, scambiato la nostra impossibilitá di percepire/concepire quest’ultimo tipo di mutamento con la necessitá che questo mutamento non possa avere luogo.

Ma i mutamenti di stanza della stanza avvengono sotto gli occhi di tutti. E tutti dovrebbero adeguarsi. Ad esempio, la percezione e l’utilizzo delle unità di misura temporali sono  cambiate, e questo ha indotto o sta generando nuovi bisogni, e quindi nuove esigenze espressive, alle quali, tuttavia, ancora mancano le corrispettive, aggiornate modalità espressive.

Ieri, ad esempio, cercavo nella mia mente una parola per dire in modo corrispondente al mio pensiero qualcosa come: “sono arrivato a Vienna il mese scorso”; manca una parola che, similmente alla parola “ieri” nei confronti del concetto “il giorno scorso”, racchiuda il concetto di “il mese scorso” nel corpo di un unica parola. Non è la stessa cosa dire “sto qui da un mese”, “sono arrivato un mese fa” e “quello che avrei in mente di dire ma non posso perché mi manca la parola adatta”.

La parola “ieri” condensa il passare delle scorse (circa) 24 ore in una sola parola, dando a quelle 24 ore una puntualità temporale, e minimizzando quella che ne è stata la sua durata. Nella percezione del tempo che quella parola fornisce, si comunica che l’arco di tempo in questione non è così rilevante per il suo essere stato passante (durata), ma per il suo essere già stato passato, vale a dire per la sua collocazione in un arco di tempo più esteso, rispetto al quale solamente quel punto assume un significato. Io ho l’impressione che la stanza della stanza (il cosiddetto mondo) stia cambiando i suoi parametri temporali nel senso che il mese dovrebbe poter essere espresso, anche nella sua forma trapassata, come unità puntuale.

Poniamo l’esistenza di una parola tipo “mesieri”. Allora potrei dire “sono arrivato giusto mesieri,  adesso posso mettermi disfare i bagagli”. Talmente tante sono le cose da “sbrigare”, che il piano temporale che ognuno di noi elabora nella propria gestione della vita diventa sempre più concentrato. Si tende a mettere in relazione stringhe temporali sempre più complesse;  questo rende poco pratico suddividere il calendario in giornate, tanto quanto sarebbe poco pratico misurare la distanza Vienna-Berlino in piedi, o misurarsi il pene in frazioni di anni-luce.

Dubito che un domani, a cospetto di questi mutamenti, moriremo ad etá stimabili in secoli anziché in anni. Potremmo comunque riservarci il diritto alla precisione, e calcolare le nostre vite in mesi. Una cosa è dire: “Hitler si tolse la vita all’età di 56 anni”. Altro si lascia intendere con “Hitler si suicidò nell’aprile del 1945, pochi giorni dopo il suo 672mo comlimese”!

io ora - Kopie (2)
Foto – Emanuele Sbardella: “Le dieci in punto, ovvero 21:58:48,3 periodico”

I’m not here

Foto by Mario Sbardella

How To Disappear Completely   – radiohead

That there That’s not me I go Where I please I walk through walls I float down the Liffey. I’m not here This isn’t happening I’m not here I’m not here

In a little while I’ll be gone The moment’s already passed Yeah it’s gone And I’m not here This isn’t happening I’m not here I’m not here.

Strobe lights and blown speakers Fireworks and hurricanes I’m not here This isn’t happening I’m not here I’m not here

Come scomparire del tutto    radiohead –

È qui, dove io non ci sono,  che vado; dove mi pare e piace.   Cammino attraverso i muri,  Fluisco lungo il  Liffey.  Non sono qui.  Questo non sta accadendo.  Io non sono qui, non sono qui.

Tra poco sarò andato; il momento è già passato. Già, non c’è più; e io non sono qui. Questo non sta accadendo. Io non sono qui, non sono qui.

Luci stroboscopiche e fruscii di altoparlanti, Fuochi d’artificio e uragani. Io non sono qui; questo non sta accadendo. Io non sono qui, non sono qui.

Ozean der Stille

Ein Ozean der Stille fließt langsam, ohne weder Zentrum noch Prinzip.

Was hätte ich von dieser Welt erblicken können, hätte dieses Licht meine dunklen Gedanken nicht erhellt?

(Der Schmerz, der Stillstand des Lebens lassen die Zeit zu lang erscheinen).

Soviel Frieden findet die Seele drin.

Die Zeit anderer anderer Dimensionen hat andere Gesetze.

Und ich steige in einen ewig ruhigen Ozean der Stille.

De fabula artis

This photo was taken on top of Mount Subasio, over the assisian Eremo delle Carceri, at the end of a week spent doing something with someone.

Matter what? Possibly yes.

Will it make history (historia)? I do not know.

Certainly it will make tale (fabula): this one. This present small tale, that I am also writing in order to thank each “someone” who took part in the something, making it worthy of being told.

Thank you Amelia, Danke Anett, Danke Anselm, Grassie Beatrice, Danke Christoph, Thank you Erica, Danke Erik, Danke Gerhard, Thank you Jessica, Danke Katharine, Grazie Livia, Danke Martin, Dziękuję Mateusz, Grazie & Danke Michaela, Danke Susanne, Danke Vera, veramente grazie a tutti.

Sure, I know that is not formally correct to start a story from the end and even from the “thanks to” without even having begun to tell. But many outstanding tales include from their beginning some kind of secret allusion to the conclusion. Just want to tell in the opposite way. Even if at the beginn of that week I was not already telling, but just living, I actually belive to have experienceda similar kind of allusion to what I’ve seen on the Monte Subasio and then, on the same evening, I’ve tried to share during the final discussion. It is one of those things one simplistic calls “signs of destiny”, as if we’re living lifes written by someone else!

Just arrived in Assisi I headed, suitcase in hand, to a fresco in the Lower Basilica of San Francesco: a piece that I extensive studied in the books and I was anxious to see/watch for myself.

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While I sneak through the crowd of believers-vacationers, a priest commented on a passage from the Psalms. In fact, I was only interested in the fresco by Simone Martini in the Chapel of St. Martin, but I could not even prevent me from understanding his words, which were broadcasted in surround sound throughout the House of God.

I went intentionally on-site well in advance: to prepare and test my theme a few hours before the arrival of those still unknown companions, with whom, in the following days, I would have had the honor and the burden of engaging in a speech. For that occasion a presentation should  stand as the most scientific and detailed as possible.

I had not come to terms with the simple fact that I was not going into a museum and the preaching appeared, at first glance, a kind of unexpected hurdle to my intention to recollect myself in front of the ‘”work of art” in his pureness. Obviously I had to surrender to my lack of foresight and accept – not without some discomfort – to reconcile these two dimensions.

According to the priest, we must learn to number our days. In fact, as he claims, it does not matter exactly knowing until what age we will live. Our remaining days are anyway numbered, limited; in any case not many. In order to have wisely his own mortal and fleeting life – I still report almost literally from his homily -, we must learn to count days and then give to each single day his proper value. I listened to this Interpretation with the right ear, while the left eye was trying to observe Martini frescoing Martino.

So, as a sector of my brain tried to focus on the expert and ambiguous use of gold in the cycle of frescoes; another, equally active sector wondered simultaneously if perhaps, more than learning to count (contare, zählen) the days, we should possibly learn how to do something more meaningful, perhaps to recount/tell (raccontare, erzählen) them. More than a simple counts, is a tale that can give meaning to the lived days or to those which are planned to live. Although the counting ensures an abstraction and a reassuring distancing, the telling/recounting presupposes a participation (certainly relative and subjective), that makes and gives sense (senso, direzione) to the days. Regardless of the number of days, the fact of giving them a sense through a tale increases its quality. Then, by combining the various day-tales to each other, can eventually result a story.

But then: what about the history of art? What about that history which, with the other part of the brain, I’m trying to analyze? Is this a simple sum of individual tales? A conglomeration of viewpoints artificially held together by a huge immaterial bookbinding? If one observes the remuneration of a soldier, one can not avoid to refere that counting (zählen) to a paying (bezahlen), and then to a recounting (erzählen).

Le monete di San Simone Martini

What and how is determined whom and how much should be paid? Who is/treats? (Chi tratta? Di chi si tratta?) The mercenary soldier or the hired artist? Both have to work the best they can, for an agreed monetary compensation.

What and how it is determined who and how something should be told? What kind of tale is the appropriate form for  a certain kind of experience?

In short: what is the thing that we did / tried to do / wanted to do in our week in Assisi?

I suppose that each of the participants has drawn upon personal conclusions, mutable, presumably partly conflicting and fundamentally incommunicable. Still was built a common base, a shared sense, worthy of being told, in infinite possible ways. This experience of community is there. I see it. I saw it when, on the last day, alone but not alone, I went to the top of Mount Subasio, after a collective excursion Eremo delle Carceri. Others may have seen or imagined it elsewhere, perhaps even in a church, in a completely different form. Yet it is the same thing that I saw and I’m telling about.

Without illusions nor cheating.

De rerum Vostelli: Décollagierter NotizBlock

Diesen “Notiz-Block” habe ich im Rahmen des Seminars „Kunst im Berlin der 60er Jahre“ von F. Kitschen entworfen und gebastelt. Es wollte absichtlich eine analogische Präsentation sein:

a) nicht digitale (nicht die geläufige PowerPoint Präs.);

b) der Kunsttechnik Vostells analog: der Notizblock besteht aus décollagierten Werkabbildungen, Katalogenphotokopien und meinen Aufzeichnungen bzw. Photoaufnahmen.
Der Notizblock wurd während der Präsentation weiter zerrissen und (wie Das Theater ist auf der Straße) vorgelesen.

Gliederung

– Vostell: Prinzip der Dé-coll/age

– Vostell: Idee vs Ort? bzw. Phänomen vs Noumenon? (Beispiel PC, 62)

– Block/Vostell: Ortverbundenheit und Berlin (New York?); Tagesbuch Blocks

– Poll/Ohff: Berlin als Stadt der Realisten und der Streit der Realismen

– Soz. vs Kapit. Realismus?

– Anfänge des Kapit. Realismus: Düsseldorf, Keiserstr.31 (Mai 63)

– Anfänge des Kapit. Realismus: Düsseldorf, Leben mit Pop (Okt. 63)

– Block: Neodada Pop Decollage Kapit. Realismus (Berlin, Mai 64)

– Berlin: Kapit. Realismus als Happening und dadaistische Demonstration (Beispiel SunInYourHead, 63)

– Block: Pop-Kern und kommerzieller Instinkt (BlockEditionenen; En bloc; Graphik des Kapit. Realismus; Kunstmarkt 67-69; docIV)

– Block: Idee vs Papier (Fall Bongard und die Revanche der Hobbygalerien)

– Vostell: Phänomene (Autofriedhof am Sachsendamm, 27. März 1965)

– Vostell: 100 Ereignisse – 100 Minuten – 100 Stellen (Im Stadtgebiet Berlin, 10. Nov. 1965)

Pdf zum Herunterladen

…oder einfach nach unten scrollen:

(emanuele.sbardella@gmail.com)

Il rifiuto di un invito

Ieri sono stato invidiato a cena.

(Ah, se solo il mio ospite avesse saputo quanto poco io mi ritenga degno del suo invito!)

In un primo momento, a dire il vero, non avevo nemmeno capito bene si trattasse di un invito. Non che io sia cosí pretenzioso da necessitare un bigliettino scritto con stilografica e sigillato a cera… no, è che purtroppo ho una certa incapacitá nell’afferrare questo genere di trattative interpersonali (un po’ come quando qualche giorno fa, con scandaloso ritardo, mi era saltato in mente che quell’affabile ragazza non era necessariamente cosí interessata al volumetto di sulla Berliner Sezession del 1906 che avevo appena scovato, e che per me invece rappresentava la sola ed unica condizione di esistenza delle nostre “espressioni”). Fatto sta che anche nel caso dell’invito di ieri sera, avevo tardato un po’ nell’afferrare la sua vera natura; troppo tardi per potermi sottrarre a quel quel piatto di riso scotto, che pur gentilmente mi è stato offerto.

Il fatto è che, al di lá della mia inadeguata capacitá relazionale, inviti di questo genere proprio non si possano rifiutare! Se anche avessi arguito con largo anticipo, non avrei comunque avuto modo di sottrarmi. Se infatti uno, in questi casi, esprimesse con tutta la gentilezza possibile la propria disinteressata e magari anche ben motivabile volontá di non accettare, ebbene costui verrebbe proprio per questo ancora piú invitato di prima!

Ineluttabile o meno, resta per me la constatazione di un dato di fatto, che è poi anche quello che piú mi premeva di scrivere: io non avevo mai ritenuto di essere passibile di venire invitato da chicchessia. No davvero, non è per fare il Leopardi di turno. Non credo di essere particolarmente mediocre, ma nemmeno sufficientemente eccellente in una qualsivoglia disciplina, da poter essere fregiato di tale riconoscimento. Voglio dire: se non fossi me stesso, non avrei niente in particolare da invitare ad uno come me. Se non fossi me stesso… Ma precisamente per il fatto che invece il piú delle volte sono proprio me stesso, diciamo che mi sono abituato alla mia compagnia e, se non addirittura piacevole, la trovo quantomeno accettabile. Questa condizione di accettazione mi aveva sempre sinceramente impedito di credermi degno di simile invito. Semplicemente non mi ero mai posto la questione (che poi: perché mai invitarmi a cena quando di default mangio sempre con me stesso?).

Ecco, ora ora che il dado è stato tratto (e per dad intendo qui quello uasto per fare il brodo con cui è stato preparato suddetto riso) rimango solo, o meglio: con un me stesso un po’ rivalutato, a riflettere che probabilmente molte persone, in modo simile a me, convivono con se stesse tendendo a pensare di avere meno da essere invitate piuttosto che non da invitare. Se questa considerazione fosse anche solo statisticaemnte verificabile nella maggior parte degli esseri umani, se ne potrebbe ricavare uno di quei saggi pensierini che figurano sempre bene nei fogliettini allegati a cioccolatini dozzinali o in esergo a capitoli di tesi ancor piú scadenti:

Se proprio non puoi fare a meno di invidiare qualcuno, premurati almeno di non far scuocere il riso, cazzo!

Il mio consiglio per la serata.

Ps. Forse ogni tanto bisognerebbe concedersi davvero il lusso di invitarsi a cena!

Insomma teologica

Il più ragguardevole miracolo eseguito da Geovanni Paternostro, in arte (e anche in Natura) Dio, è stato quello di far sí che, nonostante tutte le incongruenze, gran parte dell´umanitá abbia creduto e si ostini a credere in lui… e prima di tutto nella nella sua esistenza.

Eh giá, perché una cosa è credere in qualcuno/cosa; altro il credere che tale qualcuno o questo qualcosa esista.

Prima di tutto, allora, uno dovrebbe credere che dio esista.

Non intendo qui affermare il contrario. Anzi, voglio proprio partire dal presupposto che Dio esista e che i miracoli  (incluso quello introdotto nelle prime righe) ne costituiscano – in qualche modo – la prova.

Effettivamente non posso negare che un certo numero di fenomeni, osservati dalla prospettiva di organismo pluricellulare dotato di limitate capacitá cognitive, risultino incomprensibili. Allora perché ostinarsi a credere che un domani la pubblicazione di un asettico articolo scientifico possa spiegare certi fenomeni meglio di quanto non possa fare un’apparizione mistica o un elucubrato compendio metafisico?

Ammettiamo, quindi, l’esistena di Dio.

Ammettiamo che i miracoli esprimano questo suo modo di Essere, senza volerne costituire la prova. Ammettiamolo, anche solo come provvisoria concessione da parte dell’intelletto. Voglio ammetterlo, per poter giungere alla domanda che mi sta veramente a cuore:

Cosa significherebbe credere in Dio?

Ecco, una volta effettuata questa concessione, l’atto di fiducia prende forma nella mia immaginazione e vedo che il credere in Dio significa credere che Egli non solo esista, ma esista esclusivamente per me. Significa confidare nel fatto che qualcuno rivolga le proprie attenzioni unicamente a questo insulso organismo pluricellulare sfuggito al suo fine biologico. Ecco, lo vedo come un amico pieno di dedizione, un amico che mi attende oltre il traguardo mentre corro una maratona. Credere equivale a sperare che questo Amico mi abbraccerá alla fine del percorso. Si, mi piace questa immagine di un dio che non si schifa del mio sudore. Voglio credere che Dio, ammessane l’esistenza, sarebbe pronto ad abbracciarmi, a prescindere dalla mie condizioni, da come io abbia corso. Non importa in quanto tempo, non importa quali subdole astuzie io abbia messo in pratica. Ho barato? Mi sono dopato? Ho trascurato impegni piú  importanti? Ho riversato odio su quello che mi ha superato? Non importa, il mio amico mi abbraccerá. Ho faticato; non ho dato il massimo; ho ottenuto un pessiom risultato, molto al di sotto le aspettative? Non importa, il mio amico mi abbraccerá lo stesso.

Questo è quello che voglio. Questo è quello che vorrei, se anche non dovessi riuscire a completare tutti i  quarantaduevirgolqualcosa km previsti. Se anche dovessi abbandonare prima, potrei contare sulla sua assoluzione.

Ma allora, credere in dio dipende strettamente dalla mia Volontá, o forse, meno filosoficamente, dal mio bisogno di un amico che abbia sincera comprensione di tutte le deficenze che caratterizzano la natura di ciascun essere umano (consapevole).

Un uomo inconsapevole non ha bisogno di credere in Dio. Inconsciamente assume di essere Onnipotente.

Nemmeno un uomo abbagliato dalla propria facoltá di conoscenza ha bisogno di credere. Consciamente confida nella propria (quantomeno potenziale) Onnipotenza.

Questo significa forse che il riconoscere i propri difetti, conduca alla necessitá di credere? Non credo.

Eppure mentre corro cerco di nascondere i miei difetti e forse corro proprio con la motivazione di nasconderli. Se anche so di non poter vincere; persino se presumo di non arrivare a completare il percorso, corro lo stesso. E ironicamente, forse buffamente, lo faccio con la vana intenzione di lasciarmi dietro le incertezze e le debolezze del mio essere. In sostanza corro ingannandomi circa il motivo della corsa. Confido in un traguardo che so di non poter raggiungere. Mi indigno di fronte al mio bisogno di credere, ma sorvolo su questo mio errore proprio elevandolo alla sua potenza.

In sostanza credere in Dio significa ricercare una prova che, al di lá e contro i dati di fatto, Egli esista. La sua inesistenza fisica (in Natura) non prova, ma determina la Sua inconfutabile esistenza negli uomini (in arte). Attraverso questa ad ognuno viene dato di poter correre.

Io corro, non perché io creda in me stesso e nelle mie capacitá, ma, al contrario, perché credo in Dio, perché delego a lui il compito di avere una fiducia incondizionata in me. Lascio che in Dio giunga a compimento la fiducia in me stesso che sulla Terra viene giornalmente impedita e contraddetta dai fatti.

– Tieni, ti concedo il mio credo. Ti faccio esistere e ripongo tutta la mia fede in Te. Ma ti prego, ti prego, non lasciarmi solo di fronte a me stesso. Io non credo in me e senza alcuna credenza, che senso avrebbe continuare a correre?

Ti prego, aspettami oltre il traguardo.