Venerdì 30 ottobre – Sala convegni della Biblioteca comunale di Ladispoli – Ore 15:30
> “L’arte frutta!”: tavola rotonda e presentazione della mostra “Il mercato della frutta”

Gli artisti, gli studiosi e il pubblico presente daranno luogo ad un dibattito
sulla contaminazione culturale e sul mercato dell’arte.
Dalle 15:30 alle 17:30 – “In teoria”
- Massimo Canevacci (docente di antropologia – in videoconferenza dalla Cina)
- Andrea Gagliarducci (vaticanista e filosofo del linguaggio)
- Babacar M’backé (islamista e musicista)
- Luca Simeone (interaction designer e antropologo)
Dalle 17:45 alle 19:30 – “In pratica”
- Alfonso Di Giuseppe (casa comune 2000 – Ladispoli)
- Valeria Patacchiola (arci – rieti)
> Vedi la locandina generale.
> Vedi la locandina della tavola rotonda.

Sabato 31 ottobre – Mercato giornaliero (fra Via Ancona e Via Odescalchi) e nell’adiacente Sala espositiva comunale – Ore 18:30
> Inaugurazione delle opere

In orario di mercato (e fino alla festa inaugurale)
Yak Beow Seah metterà in scena in tutto lo spazio del mercato il suo “Leftover forever” (Rimanenze infinite).
La sala espositiva sarà pronta ad ospitare lo “swap shop” (Il magazzino del baratto) di Wang Ruobing.
Dalle 18:30 – Festa inaugurale
Documentazione delle performances e presentazione di un’altra opera inedita di Wang Ruobing e di un lavoro portato avanti da Giuseppe Stampone e Progetto Solstizio.
A seguire
Cena con piatti senegalesi (…e frutta) a offerta libera e concerto gratuito degli Heartbeat Melody (concerto di Halloween con musica reggae e world music).
> Vedi la locandina delle istruzioni alle performances di Yak e di Ruobing.
> Vedi la locandina del concerto.

Domenica 1 novembre – Mercato giornaliero (fra Via Ancona e Via Odescalchi)
> Performance interculturale

Ore 17:00 – Canti religiosi murid
Verranno diffusi dei volantini contenenti il testo delle poesie cantate, per la prima volta tradotti in italiano. Le poesie, scelte fra quelle di Cheikh Ahmadou Bamba in base all’attinenza al tema della frutta e dell’apertura interreligiosa, verranno cantate secondo la tradizione senegalese murid: seduti in circolo e senza strumenti.

— Non scordate di dare la vostra partecipazione all’evento su Facebook

Realizzato con il Patrocinio della Provincia di Roma e dell’Assessorato Politiche Giovanili del Comune di Ladispoli

IN ENGLISH

The pure products of Italy go crazy

Il mercato della frutta | Fruit market | 水果市场 | Marssewou menient

_Wang Ruobing (>)

_Yak Beow Seah (>)

logo_su_mela

Il logo della mostra - Foto di Marco Bernardini, elaborazione grafica di Emanuele Sbardella

Una mostra di arte contemporanea che parla quattro lingue (italiano, inglese, cinese e wolof).

Un evento che dura quattro giorni (da venerdì 30 ottobre a lunedì 2 novembre).

_30 ottobre (nella Biblioteca comunale): tavola rotonda di presentazione della mostra.

_31 ottobre (al Mercato): inaugurazione delle opere, diversi orari – apertura ufficiale alle ore 18:00.

_01 novembre (al Mercato): preformances interculturali.

_02 novembre: finissage.


Date ed orari potrebbero subire leggere variazioni. Si prega di richiedere quese ad altro tipo di informazioni consultando questo blogo contattandomi direttamente

(e-mail: emanuele.sbardella@gmail.com; tel: +39 3471911013)


In italiano, oggi, potremmo chiamarla: Il mercato della frutta – I frutti puri impazziscono. Il cuore dell’esposizione è costituito dall’incontro di due artisti (Yak Beow Seah; Wang Ruobing) sul tema della frutta e nello spazio fisico del mercato.

Il mercato della frutta fa parte di PorteAperte: una filiera espositiva sovra-comunale sostenuta e patrocinata dalla Provincia di Roma e gestita centralmente da Sala1 (gruppo FaceBook di PorteAperte). Il filo conduttore che lega Il mercato della frutta agli altri eventi di PorteAperte è la propensione al dialogo interculturale; la specificità della mostra di Ladispoli sta nel fatto che tale dialogo viene messo in scena nel mercato giornaliero tra Via Ancona e Via Odescalchi, con gli artisti come attori e la gente del  mercato come coro: quindi parte anche essi dell’evento. Le opere e gli interventi che costituiscono la mostra tematizzano proprio il relazionarsi dell’arte con l’ambiente del mercato, contesto in cui vengono quotidianamente scambiate opere e merci di ogni genere (opere e merci che circolano normalmente senza la pretesa di essere considerate opere d’arte). Gli artisti coinvolti,  invitati per la loro attitudine al lavoro concettuale sullo scambio e per la lucidità con la quale sono in grado di rielaborare e rappresentare esperienze di vita e professionali segnate dalla contaminazione culturale, hanno realizzato progetti artistici inediti basati specificamente sugli articoli ortofrutticoli realmente scambiati nel mercato di Ladispoli.

Schematizzando, si può dire che gli obiettivi principali della mostra siano tre:

1)       far lavorare gli artisti “rappresentanti” culture diverse in uno spazio intermedio fra la piccola sala espositiva e l’adiacente mercato della frutta.

2)       creare un luogo di dialogo fra questi artisti e la comunità di Ladispoli (con un particolare riferimento alla componente giovanile e ai focolari di creatività e alle comunità di stranieri).

3)       scoprire e riarticolare il rapporto fra centro e periferia (Roma/Ladispoli; ma anche Nord/Sud del Mondo); le logiche di questo rapporto, che oggi non appare più così asimmetrico, appaiono confuse e necessitano di una seria considerazione artistica.

> Per capire a fondo le problmatiche e i temi di questa mostra consiglio la lettura delle mie note di metodologia curatoriale.

 

Il logo della mostra - Foto di Marco Bernardini, elaborazione grafica di Emanuele Sbardella

Il logo della mostra - Foto di Marco Bernardini, elaborazione grafica di Emanuele Sbardella

Aggiornamenti.

> Si può dare la propria adesione all’evento su MySpace e su FaceBook.

Avevo già parlato di Guide Lo Sheikh and the Heartbeats Melody in un precedente articolo, collegando la loro “Price of sacrifice” alla tematica del sacro che si sviluppa a partire dall’albero da frutta (in quell’articolo è incluso il testo della canzone).

A partire dalla lettura di una intervista che il leader della band ha rilasciato a Africa Nouvelles, gli ho rivolto ulteriori domande di approfondimento mirate a collocare con più precisione il loro intervento musicale nel contesto dalla mostra “Il mercato della frutta”.

Evidentemente la loro eterogeneità e il tipo di musica fanno si che la band stessa rappresenti la commistione culturale che si cerca di analizzare nella mostra. Oltre a Cheikh Dieng, di origine senegalese (lead vocal and guitare), troviamo il cubano Douglas h. t. Dickinson (Guitare basse ) e tre italiani: Federico Arnaldi (guitare solo), Nunzio Fanni (percussion) e Valerio Toninel (batterie).

Per approfondire le logiche di questa world music made in Ladispoli, ho posto a Cheikh (nel mio pessimo francese) alcune domande. Riporto qui solo uno stralcio del nostro colloquio, che mi sembra particolarmente rilevante (nb. Nella conversazione si fa diretto riferimento alla succitata intervista).

Domanda: Je voudrais mieux comprendre ta relation avec le Mbalax. Sûrement ta musique est plus influencé par le reggae jamaïcain. Mais peut-être un peu aussi de Mbalax. Tu parle aussi de world music! J’ai écouté un peu de musique ‘Mbalax”, et elle m’est pas semblée une planète différente par rapport au reggae. Exemple http://www.youtube.com/watch?v=93JX3c9IuHI
Défaut d’utiliser explicitement un genre, cela signifie nier le genre lui-même? Je suis sure que ta réponse sois “non”? Mais j’aimerais entendre mieux tes arguments. Je voudrais approfondir ta réflexion à ce sujet.

Risposta: En fait, du point de vu musical, le style m’balakh pur est complètement différent du reggae. Cependant la tendance actuelle est que beaucoup d’artistes pratiquant le m’balakh s’ouvrent de plus en plus à d’autres genres musicaux ,créant ainsi des styles hybrides et bénéficiant ainsi d’un public plus large. Je pense que beaucoup le font par stratégie de pénétration de nouveaux marchés.

Ne pas utiliser un style donné d’une manière explicite ne signifie pas forcément le renier,mais pourrait également le signifier, c’est toujours une question de conception qui diverge selon le point de vue de l’artiste concerné et encore une fois de son background personnel , son histoire, de sa sensibilité, son objectif….

De ma part, ma musique est le fruit de toutes mes influences, dont la plus apparente est le reggae. S’il arrive qu’un  mélomane y pense trouver des influences de styles donnés, c’est justement parceque je suis ouvert à la world music, mais profondément ancré sur les roots et sonorités africaines  Je fais de la musique par sensation.  L’adage dit bien que « les goùts et les couleurs ne se discutent pas ».

Il mercato della frutta si svolgerà a Ladispoli (dal 30 ottobre al 2 novembre 2009, con inaugurazione delle opere il 31) secondo una inedita forma espositiva. L’originalità di tale forma espositiva risiede nella gestione e presentazione dei seguenti aspetti:

- l’unità spazio-temporale della mostra è strategicamente gestita.

- il concetto della mostra si basa su una metodologia antropologica ed è filosoficamente strutturato, quindi aperto e in continua evoluzione.

La gestione dell’unità spazio-temporale della mostra si basa, adattandole al contesto glocale contemporaneo, sulle tre unità aristoteliche di tempo, di luogo e di azione. I limiti temporali e spaziali dell’evento non sono ben definititi. All’apparente concentrazione fa da contrappunto una tendenza allo sconfinamento.

Tempo – Gli ospiti sono di calibro e provenienza internazionale e si confronteranno a Ladispoli per dar vita ad una mostra dalla durata insolitamente breve, ma la cui concentrazione consegue ad un preciso progetto di sviluppo organico della stessa. Considerando il valore simbolico della frutta, non è casuale che le opere vengano inaugurate il giorno in cui secondo una recuperata tradizione celtica si festeggia la fine dell’estate (Halloween); non è casuale che la mostra si chiuda il giorno in cui secondo la tradizione cattolica si commemorano tutti i fedeli defunti (il Giorno dei Morti). Inoltre, grazie alla breve durata dell’evento, si prevede di fidelizzare gruppi di visitatori al fine di creare l’humus relazionale necessario per lo svolgimento stesso di alcune delle opere performative previste. Infine gli eventi saranno serrati e precisamente calendarizzati, aperti e rispondenti a quelle dinamiche effimere che caratterizzano buona parte dell’operato di alcuni artisti coinvolti.

Spazio – Lo spazio non è riducibile la sala espositiva, ma comprende i ponti fra questa ed il mercato che la circonda. Temporalmente, a rendere fluidi i confini, intervengono all’inizio una serie di interventi ed incontri preparativi, che rendono difficoltosa l’individuazione di una sola data di apertura (ad esempio l’inaugurazione è preceduta da una giornata di studi che io ritengo parte integrante del progetto). La chiusura avverrà nella notte fra il giorno dei morti e quello di ognissanti.

Azione – Quello che avverrà è un fitto scambio di opere, idee e materiali fra il luogo deputato all’esposizione d’arte e il luogo circostante deputato all’esposizione e al commercio delle merci ortofrutticole. Si darà luogo ad un microcosmo in cui l’arte si confonde irrimediabilmente con il mercato, utilizzando proprio la frutta (elemento naturale pregno di valori simbolici, economici e nutrizionali) che in questo viene venduta. L’azione degli artisti, inoltre, rimetterà anche in discussione le leggi del mercato proponendo pungenti interpretazioni ed alternative ai suoi tradizionali meccanismi. In questa provocazione, mossa a partire dall’interno di un mercato  della frutta, si scorge per estensione una critica al mercato dell’arte.

È evidente che il concetto della mostra sgorga dall’occasionale prossimità della sala espositiva al mercato.

L’idea base è stata quella di una mostra che condividesse con lo spazio fisico e relazionale del mercato (lavoratori e compratori) l’utilizzo della frutta e la propensione allo scambio.

A supporto teorico privilegiato per questa scelta curatoriale è stato adottato un libro di antropologia a cui il sottotitolo della mostra fa esplicito riferimento. Il titolo della traduzione italiana del testo di James Clifford esplicita sin dal primo momento la convinzione che i frutti puri vadano impazzendo, e che quindi sia vano continuare a pensare a blocchi di culture contrapponendosi. Gli artisti coinvolti propongono il mescolamento, la convivialità e lo scambio come momenti antropologici fondamentali.

A partire da questo nocciolo teorico, l’idea curatoriale si è evoluta secondo modalità di apertura dialogica.

Il curatore ha usato il proprio blog come strumento di lavoro e condivisione del sapere inerente la mostra. La curatorial dashboard è costituita da una serie di interventi scritti nel blog con licenza creative commons e condivisi con gli artisti, con i collaboratori e tutti gli eventuali lettori del blog. Il concetto della mostra è pertanto aperto, si sta formando pubblicamente, e si sottomette alle critiche quanto alla condivisione.

La “curatorial dashboard” si può consultare ed implementare seguendo questo link http://emanuelesbardella.wordpress.com/tag/mercato-della-frutta/ (si aprirà una lista di articoli, in ordine a partire dal più recente). Per chi non volesse scartabellare a lungo, fra i molti articoli segnalo i seguenti:

> Agamben e il prezzo del sacrificio (28 settembre)

Prendendo spunto dall’albero da frutta come elemento simbolico si apre una discussione attorno ai temi del sacro e del profano e all’antica dicotomia, a questa legata, di pubblico e privato.

> Contatto, sovversione e reciprocità (18 settembre)

Prolegomena ad un approccio antropologico alla curatela e inquadramento della mostra (testo curatoriale) nell’ambito di un movimento di resistenza alle dinamiche del capitalismo post-fordista.

> Mostra CC e la grafica condivisa

Riflessione sulla condivisione della mostra per la creazione di un testo curatoriale polifonico e la questione dell’applicabilità della licenza creative commons al testo curatoriale

> PorteAperte a Ladispoli

Dialogo interculturale e la concezione di una mostta come testo curatoriale risultante da un lavoro sul campo

> Arte ecologica

Analisi del rapporto che si è iniziato ad instaurare a partire dalla seconda metà del novecento tra un tipo di coscienza genuinamente ecologica e l’abbandono (o la relegazione) dell’opera da parte di alcuni artisti.

> Isacco di Ninive

Adattamento delle riflessioni teologiche di Isacco di Ninive alla questione contemporanea del lavoro (e, nella fattispecie, del lavoro dell’artista al giorno d’oggi).

> Greenness (11 luglio)

Il curatore è semplicemente un gestore di eventi culturali? Alcune questioni sulla gestione del concetto di “greenness” da parte delle due figure professionali.

Altre informazioni utili presenti sul blog

> Dove si svolgerà esattamente l’evento?

Alcuni testi di riferimento

> Gibran Kalhil

> Me and Elsie

The pure products of Italy go crazy

Fruit market | Il mercato della frutta | 水果市场 | Marssewou menient

_Wang Ruobing

_Yak Beow Seah

_Giuseppe Stampone

A contemporary art exhibition in four languages (italian, english, chinese, wolof). An event lasting four days (from Friday, 30th October to Monday, 2nd November).

_30th October (in the city Library): round table to present the exhibition.

_31th October (at the Marketplace): opening, different hours, official opening at 6,30 P.M.

_1st November (at the Marketplace): different hours, intercultural performances in the afternoon.

_2nd November (at the Marketplace): finissage.

Dates and times could change. For other requests or any kind of information please refer to this blog or contact me directly

(e-mail: emanuele.sbardella@gmail.com; tel: +39 3471911013)

A good title in English would be: Fruit market – The pure products of Italy go crazy.

The core of the exhibition is the meeting of three artists in the physical space of the market (Yak Beow Seah; Wang Ruobing; Giuseppe Stampone) working on the theme of fruit.

The Fruit Market is part of PorteAperte (OpenDoors): a cultural productive chain between little towns supported by the Province of Rome and centrally co-ordinated by Sala1. The leading thread between the Fruit Market and the other events of PorteAperte is the vocation to the intercultural dialogue; the specificity of the exhibition in Ladispoli stays in the seat of this dialogue: it is staged in the real fruit market placed between Via Ancona and Via Odescalchi. The artists (the actors) and the people of the market (the chorus) will be involved into this dialoogue as integral part of the event. The artworks and the presences that compose the exhibition explain the relationship between art and the space of the market, wherein all sorts of works and goods are daily exchanged (works and goods normally circulating without pretending to be considered artworks).

The artist, thanks to their attitude in re-editing and representing life and professional experiences marked by the cultural contamination, realized original art projects specifically based on fruit and vegetables wares really exchanged in the market of Ladispoli.

To present schematically, on can say that the main exhibition’s objectives are three:

  1. get the artists  representing different cultures work in an intermediate space between the little exhibition’s room and the adjacent fruit market.
  2. create a space wherein develop a dialogue between the artists and Ladispoli community (with special attention to young people’s component, to creativity hearts and to foreigners’ communities).
  3. discover and re-articulate the relationship between centre and periphery (Rome/Ladispoli; but also World’s North/South). The gears of this relationship, that today doesn’t seem to be so asymmetric anymore, appear confused and needful of a serious artistic reflection.

Melius dare quam accipere.

Questo pare che sia il motto del casato degli Odescalchi. Lo apprendo da un articolo apparso su Repubblica nel 2002. Si tratta di una intervista di Laura Leurenzi a Carlo Odescalchi, discendente di quel Ladislao Odescalchi che fondò Ladispoli nel 1888. Da quanto scrive Cinzia Dal Maso, va tuttavia rilevato che se il caro Ladislao  decise di lottizzare la striscia di terra tra il Vaccina e Sanguinaro è soprattutto perché il nobiluomo era dotato di uno spiccato senso degli affari.

Strinse una società con l’ingegnere Vittorio Cantoni e fondò quello che sarebbe diventato il più grande comune del comprensorio, dandogli il suo nome: Ladispoli, ossia “città di Ladislao”. Villeggianti e abitanti del borgo di Palo furono dirottati verso il nuovo centro, restituendo la pace al principe amante della solitudine.

Melius dare? Mmmm…Città che naque per essere dis-abitata; quello che è oggi uno dei Comuni più popolosi della Provincia ricorda, nelle sue origini, il giardino del gigante egoista (vedi il video qui sotto, caricato dalla Rai sul suo canale YouTube. Vittorio De Sica recita la favola in questione)

L’albero da frutta, per il tramite del quale la terra ci dona i suoi tesori, non è stato a caso scelto come simbolo per la trasformazione dall’egoismo privato all’altruismo: come a suggerire che la strada dell’altruismo conduce l’uomo a staccarsi dal proprio congenito egoismo e raggiungere un rapporto privilegiato con la divinità.  Tuttavia questa sarebbe una lettura banale della metafora, ed occorre fare attenzione alle ambiguità pittosto che alle evidenze. Il sacro infatti non si palesa in un luogo pubblico, ma necessita, per così dire, del giardino privato edell’egoismo stesso che alla sostruzione dello spelndido giardino aveva condotto. Non puà infatti darsi sacralità al di fuori di qualcosa che, come questo giardino, non abbia qualcosa di privato e di segreto. L’altruismo e la dimensione pubblica conseguono la statuto della sacralittà solo dopo essersi affrancati dall’individualità. L’ultima soglia, infatti, è qulla della vita della persona, il gigante egoista.

Un primo stadio della sacralità viene conseguiro attraverso la restituzione al publico del tesoro privato, di un un ritorno, er così dire, alla ciclicità della natua. Ma infine egli dovrà uscire dalla sua vita personale per ricongiungersi a quella sacra creatura che simboleggiata da un bambino in simbiosi con un albero. Come illustrerò anche in seguito, la rinuncia (sacrificio) sembra essere una componente essenzale del sacro: la rinuncia da parte del singolo a privilegiare il prorio interesse personale fino a far coincidere quest’ultimo con quello pubblico. Questa profonda relazione fra privato e sacro, fra pubblico e profano, è già nota dai tempi dell’antichità classica.

Plauto (Trin., 286) chiarisce molto bene i limiti semantici della parola: sacrum profanum, publicum privatum habent.

Sacrum indica la sfera di ciò che ha riferimento col dio, publicum indica la sfera dei rapporti fra gli uomini nell’ambito della collettività e della sua organizzazione: i due piani si integrano fra di loro, e il piano dei rapporti fra gli uomini può essere considerato solamente alla luce del piano dei rapporti fra uomo e dio.

Abbiamo pertanto il seguente schema:

sacer (appartenente al dio) profanus (non appartenente al dio)
publicus (appartenente allo Stato) privatus (non appartenente allo Stato)

La contrapposizione fra sacer, publicus e privatus, con publicus termine intermedio fra i due, è presupposta nelle espressioni sacra pecunia ‘denaro di proprietà del dio’ e privata pecunia ‘denaro appartenente al privato’ (Quint. IV 2, 8), alle quali si può accostare l’uso di pecunia publica ‘cassa comune della collettività (in questo caso l’esercito)’ in Cesare (BG VII 55, 2) (3).

Moreno Morani, in un articolo su Zatesis (rivista on-line di studi classici).


Anche durante una guerra, conflitto pubblico per eccellenza, la Bibbia prescrive di rispettare l’albero da frutta e persino di rinunciare alla battaglia per godere dei frutti prodotti dagli alberi che si è coltivati.

Deuteronomio 20:19 – Quando farai guerra a una città per conquistarla e la cingerai d’assedio per lungo tempo, non ne distruggerai gli alberi a colpi di scure; ne mangerai il frutto, ma non li abbatterai: l’albero della campagna è forse un uomo che tu debba includerlo nell’assedio?

Deuteronomio 20:6 – C’è qualcuno che ha piantato una vigna e non ne ha ancora goduto il frutto? Vada, torni a casa sua, perché non muoia in battaglia e sia un altro a godere il frutto della vigna.

D’altro canto nemmeno questa dicotomia fra pubblico e privato basta a rendere conto della sacralità dell’albero da frutta. Infatti pubblico e privato non sono due dimensioni originarie ed alternative, e con la loro dialettica non esauriscono la descrizione dell’intero  spettro delle caratteristiche della vita umana. La sacralità sta, infatti, nella soglia tra vita e non-vita. Non parlo necessariemente di una divinità, ma del segreto fine dell’esistenza, il quale trova innumerevoli menifestazioni nelle religioni e nei culti di tutto il mondo. Solo in un seconfo momento entra il gioco il rapporto fra pubblico e privato, in regione del fatto che le il dolore privato deve trovare conforto in una mitologia condivisa, la rappresentazione pubblica della fine della vita risulta interdetta per questioni di ordine sociale.

Tale paradosso è espresso ottimamente anche nelle parole di Maometto. Secondo Abu Said Al Khudri, Maometto disse che Touba è ” un arbre dans le jardin paradisiaque.

Mbep

Mbep

Le laps de temps nécessaire pour le franchir est de cent ans et, à l’orifice des fruits apparaissent les vêtements des habitants du jardin. TOUBA est un arbre du paradis que Die a planté par sa puissance et y a insufflé son Âme, ses branches pourront être vues en dehors des murailles du paradis. Cet arbre produit des bijoux et des fruits qui sont à la portée de ceux qui le désirent”. La paradossalità risiede nell’accostamento della frutta ad un tesoro, il quale non cessa di essere prezioso pur essendo a disposizione di chiunque ne voglia. O forse è prezioso proprio per la sua accessibilità! Una volta entrato in questa condizione paradossale interdipendenza fra pubblico e privato, l’individuo contemporaneo si trova sempre più esposto alle coercizioni della biopolitica, secondo le modalità tipiche dell’homo sacer descritto da Agamben. Secondo quanto dichiaroato da Filosofico.net L’homo sacer, l’uomo sacro (aggettivo che deriverebbe dall’indoeuropeo, e significa “separato”) che viene definito nel II sec. d.C. da Festo come “colui che il popolo ha giudicato per un delitto; e non è lecito sacrificarlo; ma chi lo uccide, non sarà condannato per omicidio”.  Si tratta, quindi, di una vita umana che si può uccidere ma che non è sacrificabile, che trascende tanto l’ordinamento del diritto umano (Nomos) quanto le norme del diritto divino (Physis).

Sacer è ciò che è riservato agli dèi (quidquid quod deorum habetur), secondo una definizione di Trebazio raccolta anche da Macrobio (Sat., II 3,2): il carattere collettivo della religione romana implica, come conseguenza, che il privato non possa rendere sacro nulla: è privilegio della collettività, nella persona di chi la rappresenta, dichiarare sacro qualcosa.

Quale rapporto fra rappresentante, sovrano e la legge? Dentro o fuori la legge? La legge di dio o legge umana?

Due frammenti di Pindaro ci vengono in aiuto.

a) La legge sovrana di ogni cosa, mortale e immortale, guida facendola giusta l’azione più violenta con mano suprema

b) Il risultato è nelle mani di Dio

Il mercato della futta ha a che fare (nel senso che mette in discussione questo paradigma) con la violenza insita nel diritto, che è l’istituzione con cui l’arroganza umana opera una scissione fra un giudice sovrano (non necessariamente il giudice o il sovrano) e chi viene sottoposto a giudizio. Che rapporto (inclusione o esternalità) c’è tra chi viene chiamato a giudicare e lo spazio delle leggi in base alle quali giudica? Oggi il problema non è solo italiano (v. lodo alfano), ma ancor più riguarda il sistema globale, così imperniato sulle diseguaglianze da rendere persino utopico un panorama di giustizia.

Pubblico il testo di una canzone scritta da Guide Lo Sheikh, per il suo gruppo musicale “the Heartbeats Melody”.

logo the heartbeats melody_s

Price of sacrifice

The same as goods,

Humans born, grow, become mature, then dies,

I and I sometimes cry inside….eye I, aie ay….

Mistakes, sins, dreams and ambitions turn around ,

all along this single way ,so called, life cycle..

Loosing this, and winning that,

There is no surprise,

That’s the price of sacrifice …oh yes ,price of sacrifice (  2 times)

(What to loose and what to win? That’s the question.)

Time runs fast,

Today, in just few hours, will be count in past..

Fortunately God controls…yeah Allah guides my way,

One more time, giving thanks to Allah,

For growing faith’ here in foreign land,

in corner of illusions…in land of temptations

Nothing good comes easily, oh no…, great hope on you,

Being daily victim of stereotype of each type,

Controlling emotions, so much dreams to realise..

Loosing this, and winning that,

There is no surprise,

that’s the price of sacrifice…. Yes, price of sacrifice…. (2 times)

(What to loose and what to win? That’s the question.)

When comes time to  see, with eyes of truth,

Nobody can bribe you,

Even body and soul attain a critical size,

Fruits of choices, come alone ,by themselves.

Just like sweet victory,

after long tribulations

For a champion

That means the price of sacrifice

Loosing this, and winning that

There is no surprise,

that’s the price of sacrifice…. Yes, price of sacrifice….

(What to loose and what to win? That’s the question.)

Guide Lo SHEIKH 26/04/2009

> Leggi l’intervista al musicista, su Africa Nouvelles.


The entire album playlist I created in my YT-Channel (click on the image below to listen the entire playlist – the list will appear on the right column of the page, starting from “Everlasting gaze”):

Wikipedia source, link:

Machina/The Machines of God is The Smashing Pumpkins‘ fifth studio album, released on February 29, 2000. A concept album, it marked the return of drummer Jimmy Chamberlin and was intended to be the band’s final official LP release prior to their first breakup in 2000. A sequel album—Machina II/The Friends & Enemies of Modern Music—was later released independently via the Internet.

As with Adore, Machina represented a drastic image and sound change for the band. Nonetheless, Machina, like its predecessor, failed to reconnect The Smashing Pumpkins with chart-topping success. However, the band’s tours in support of Machina, entitled Resume the Pose and The Sacred + Profane, were far more successful than the Adore tour, as fans responded to the return of Chamberlin and setlists that included far more of the Pumpkins’ back catalog.

The recording of Machina was unusually secretive, in contrast to the sessions for Mellon Collie and the Infinite Sadness and Adore, both of which were partially filmed. Much like Mellon Collie, the songs were first tracked acoustically at Sadlands in late 1998 before the band set to work on them at Pumpkinland and the Chicago Recording Company with Howard Willing, Bjorn Thorsrud and Flood. Corgan described the recording process for Machina:

This record was a lot of fun to do, and the writing was incredibly easy. We spent most of the time trying to take the songs as far as they could be taken down a particular avenue. So if it was gonna be proto cyber metal, we tried to make it very proto and very cyber. If it was acoustic, then we tried to not fall into the (typical) ballad-y kind of aspects. That’s where we spent most of our time. The songs were probably written in about a day.[2]

The band took a break from recording in April 1999 to embark on the Arising! tour, which took the band to eight small clubs. At the tour’s conclusion, D’arcy Wretzky left the band. Flood remembers,

Billy and I thought, ‘How are we going to do this?’ We decided that we were going to have to make a very different kind of record. They saw out their time on the tour, and after that we pretty much went back to the drawing board. Certain songs on the record are survivors from that first period, but it meant a shift in the ways songs had to be formed.

Interviews at the time claimed that Wretzky had “completed her work” on the album, but the extent of her contributions on the final album are unknown.[2] Corgan later downplayed her role in all Smashing Pumpkins recordings.[3]

A number of songs were recorded in some form or another during the Machina sessions but did not make either Machina/The Machines of God or Machina II/The Friends & Enemies of Modern Music:[4]

  • “Autumn” (instrumental, not to be confused with the 1994 demo “Autumn Nocturne”)
  • “Death Boogie”[5]
  • “Drain”
  • “Here I Am”
  • “Laugh”
  • “Lover”
  • “Soot and Stars” (later released on Judas Ø)
  • “Winterlong” (later released on Judas Ø)

Although Machina is much more story-based than previous releases, which have sometimes hinted at concepts, it is not a story album in the vein of Tommy or The Wall, but is much more open to interpretation. Corgan stated that many of the songs are written from the perspective of the band as the press and public viewed them, rather than Corgan himself.[9] In this vein, songs such as “Heavy Metal Machine” are seen as parodies and homage to their influences and public perception. Nonetheless, it is a concept album, with a story about a rock star named Zero hearing the voice of God, renaming himself Glass, and renaming his band The Machines of God. Fans of the band were referred to as the “Ghost Children,” which has now become a term for Pumpkins fans. This story, while planned thoroughly by Corgan (see image), was only implied in the album’s lyrics, and was greatly expanded via the liner notes in both Machina albums, additional writings posted to a weblog entitled “Chards of Glass”, and, later, an animated web series.

According to Billy Corgan, the original plan was to stay in character as The Machines of God throughout the record’s promotion. He explained, “When the re-formed band agreed to the concept in October of 1998 as a way to bring the band to a close, everyone agreed to ‘play their part’ all the way down the line. I never envisioned that D’arcy would leave in April of ‘99, and that subsequently the 3 of us would try to finish. This put a stress obviously on the full integrity of the project. Because it was connected to the band not only bringing the music to fruition fully, but also the public component of being in character. I ended up in a broken band with a half-ass enthusiasm towards finishing a project already started.”[10]

The booklet artwork loosely tells the album’s story through a series of plates featuring medieval-style paintings and text presented in a printing press font created by Vasily Kafanov. The heavily symbolic artwork references the subjects of alchemy, chemistry, metallurgy, physics, medicine, astrology, semiotics, mysticism, spiritualism, and art. “I of the Mourning” is the only release from the album that did not include cover art by Vasily Kafanov. The album was nominated for a 2001 Grammy for Best Recording Package.

In questo articolo intendo collocare il testo curatoriale (la mostra) in un contesto economico globale, spiegando perché ritengo chr tale testo sia una atto di micro-resistenza non contrappositiva al sistema neocapitalistico.

In precedenza avevo già affrontato un aspetto del tema, sollevando alcuni quesiti emergenti dal confornto un po’ superficiale fra l’attività del curatore e quella del manager (articolo correlato, sul Greenness Marketing)

Altro materiale collegato al tema del presente articolo, è quello che ho scritto come documentazione e critica di un’esperienza pregressa: il progetto “Vacanza”, anch’esso con Jack Seah e Wang Ruobing (due degli artisti coinvolti anche ne “Il mercato della frutta”). Esperienza di comunitarismo che si colloca alternativamente al sistema capitalistico tradizionale, ma in modo inclusivo (invito a legere gli articoli correlati, di presentazione di quello che fu il progetto Vacanza e la descrizione dell’opera che Jack Seah realizzò per l’occasione).

La resistenza odierna al capitalismo non può più essere la semplice opposizione conflittuale. Il capitalismo maturo, infatti, si è oggi dissolto nei contenuti e nelle frme grazie ad una tattica mimetica.  In questo senso la società di massa cessa di essere individuata come il risultato diretto del capitalismo spinto ed adattato alla comunicazione; pertanto cessa anche di rappresentare il punto di riferiemento saldo contro il quale  far funzionare il sistema dell’arte e della cosiddetta cultrra alta (leggi l’alto valore economico della cultura e dell’arte). Se da una parte c’è quindi il pericolo di non riuscire più a creare (come avviene da fine 800 al ‘68) forme estetiche e modelli sociali dalla fisionomia netta e definita in contrapposizione al modello borgehese (vedi Hauser), sopravviene anche il vantaggio (del quale dobiamo approfittare) di liberarci dall’ipocrisia dell’arte elitaria, della creazione artificiale del valore, il quale viene  da lungo tempo istituito e reinventato attraverso la narrazione dell’autenticità e dell’originalità (vedi Krauss, Clifford, ma anche i testi in cui Abruzzese fonda la sua teoria sociale-massmediale, soprattutto “Le forme estetiche” del 1973).

The age of indolence - Foto by Emanuele Sbardella

The age of indolence - Foto by Emanuele Sbardella

Rispetto a questo argomento Slavoj Žižek sembra essere d’accordo con Abruzzese. Quando il filosofo sloveno afferma , ad esempio, che sotto molti punti di vista è giustificato chiamare Deleuze l’ideologo del tardo capitalismo. “Brian Massumi – scrive Žižek – has very clearly formulated this deadlock, which is based on the fact that today’s capitalism has already overcome the logic of totalizing normality and adopted the logic of erratic excess” (Žižek, in Blow against the Empire?, p. 128, in Manifesta Journal).

Ciò fa si che l’atteggiamento proposto da Naomi Klein nel best-seller “No logo” sia oggi inattuale (oltre che inattuabile). Il presupposto della Klein era proprio la struttura solida e mastodontica del capitalismo, al quale faceva gioco il processo di centralizzazione e omologazione, di cui si faceva promotore. Ma – si domanda Žižek – “is not the latest trend in corporate management itself «diversify, devolve power, try to mobilize local creativity and self-organization?»” (p. 129).

Una volta individuata la convergenza tra le dinamiche del potere capitalistico e delle forze di resistenza, come continuare  resistere? A cosa, esattamente? Contro quali oggetti, contro quali simboli? Il capitalismo di oggi, infatti, non si basa più su sull’accumulazione di valore, che non viene perseguito più attraverso la produzione di oggetti. Esso si basa sull’acquisizione di prestigio (un ritorno alla società di corte descrita da Elias?) attraverso la creazione di ambienti emotivi (brand) e sulla promessa della creazione mitologica di una tribù. “The production of social relation is the immediate end/goal of production”. Il neocapitalismo si basa, quindi, sula produzione e sul modellamento delle relazioni sociali (ma ancora sulla distinzione e sul privilegio, piuttosto che sull’uguaglianza e il rimescolamento). Quando dico, quindi, che il testo della mostra si infila fra le maglie di quel tessuto di significati resistenti, intendo dire che con essa non solo si intende cavalcare e voltare a proprio favore la (probabilmente solo formale, simulata) apertura alla diversità del capitalismo per rimescolare le disuguaglianze. La resistenza da porre non si fa più debole, bensì più radicale nell’affermare la possibilità e la necessità di un sistema non economico di relazioni che trescenda la piattaforma materiale della produzione e delle scambio di merci. L’asse di attenzione si sta spostando, come abbiamo visto, dalla produzione di oggetti alla produzione di relazioni. In questa produzione di relazioni (e non piu nella produzione di oggetti; vale a dire di opere) occorre riaffermare la primari età dello scambio e del contatto.

Abramovic, Imponderabilia, 1977

Abramovic, Imponderabilia, 1977

La reciprocità asimmetrica vaticinata da Clifford nell’ambito di pratiche etno-museografiche non è una relazione di eguaglianza, bensì una tensione in grado strutturare finzionalmente zone di contatto, cronotopi in cui localizzare movimenti reciproci di persone, di merci e di idee.

A mio parere l’unico modo per alzare la posta in gioco ed inscenare una mostra in cui le Porte siano davvero Aperte, non significa solo abbandonadre il punto di vista erucentrcio sullo sviluppo e sugli approdi dell’arte contemporanea globale. Le possibilità sovversive derivano da un tipo di reciprocità che non è compendiabile in istituizoni quali quella museale.

Una singola esibizione, concentrata in pochi giorni ma priva di confini temporali ben precisi, offre un modello più snello per adottare tattiche di resistenza più adeguate. Un museo potrà anche evitare di esporre ed allestire pacchetti esoticizzanti, ma difficilmente potrà fare  ameno di far sentire la forza della propria sede, della propria storia, della propria burocrazia e della propria decisionalità. Eisistono, è vero, assetti museali più leggeri di quanto la tradizione non imponga, ma la tendenza mi sembra dirigere quantomeno verso una reciprocità offerta (se non ostentata o negata), e mai bilateralmente contrattata. L’approccio antropologico della mostra “Il mercato della frutta” mi permette, invece, di considerare l’arte contemporanea con un taglio culturalista che espunge  ogni concretizzazione di autorialità (nonché ogni residuo metaficio). Trattando l’arte come cultura, o meglio, come ambito di fermentazione culturale privilegiato, come mercato di idee e palco per il dialogo, non ha alcune senso spettacolarizzare il prodoo culturale altrui, affibbiargli valori come autenticità e originalità al fine di tesaurizzarli e dargli un senso elevato dal punto di vista europeo.

Il contatto che avviene in codesto scenario non può essere levigato e scevro di collisioni. Mancano le gerarchie che furono stabilite dall’ordine Culturale, mancano le nette delimitazioni e le etichette con cui si aveva gioco facile a dedurre il valore.

La straniazione, che l’antropologia cliffordiana non tende più ad addomesticare, assume in arte la forma perturbante di una relazione che non cessa di confondere; di una integrazione che non cessa di dividere.

Il curatore , come l’antropologo, si sente parte del gruppo con cui lavora, ma resiste, e le dinamiche (anche amicali) che si instaurano non cessano di rivelare la differenza. Questa è la diferenza che non può essere venduta in cambio di piatte relazioni monetarie e che non può essere cancellata dall’omologazione che il capitalismo impone a diversi livelli della vita umana (dal lavoro produttivo al consumo producente). Qesta differenza che fa sì che si possa vivere compiutamente fra gli uomini pur avendo come fine il raggiungimento dello stato (o la consapevolezza di questo raggiungimento) di “straniero tra gli uomini” (faccio riferimento alla mie considerazioni su Isacco per l’ambiguità delle relazioni).

Le reciprocità differenziante che si può opporre come resistenza al neocapitalismo si basa s una procedura riclassificante tipicamente postmoderna che mette in discussione non solo i risultati, ma le fonti stesse che legittimano il nostro agire e il nostro abituale modo di concettualizzare il rapporto fra culture, il rapporto fra classi ed il rapporto fra individui (intra e infra individuale).

La prima topologia da smantellare se si vuole procedere nella direzione di una reciprocità differenziante è quella, pericolosamente incombente nel caso della mostra “Il mercato della frutta”, di Oriente-Occidente. Slavoj Žižek dà, ad esempio, per scontato che a questi due blocchi appartengano due tradizioni totalmente separate e non concomitanti. A conclusione del suo già citato testo sul neocapitalismo, egli si appropria di una distinzione concettuale che, per quanto euristica e strumentale, non è accettabile.

“In the Jewish tradition, the Divine Mosaic Law is experienced as something externally violently imposed, contingent and traumatic – in short, as an impossible/real Thing that «makes the law»” (p. 135). Per il filosofo l’equazione è semplice ed impeccabile: la tradizione giudaico cristiana sta all’Europa come il new age all’Asia!

In contrast to the New Age attitude, which ultimately reduces my Other/Neighbor to my mirror image or to the means in the path of my self-realization (like Jungian psychology, in which the other persons around me are ultimately reduced to externalization/projection of the different disavowed  aspects of my personality), Judaism opens up a tradition in which an alien traumatic kernel forever persists in my Neighbor – the Neighbor remains an inert, impenetrable, enigmatic presence that hystericizes me.At the very moment when, at the level of «economic infrastructure», ‘European’ technology and capitalism ere triumphing worldwide, at the level of «ideological superstructure», the Judeo-Christian legacy is threatened in the European space by the onslaught of New Age ‘Asiatic’ thought, which […] is establishing itself as the hegemonic ideology of global capitalism.

Therein resides highest speculative identity of the opposites in today’s global civilization: although «Western Buddhism» presents itself as the remedy against the stressful tension of the capitalistic dynamic, allowing us to uncouple and retain inner peace and Gelassenheit, it actually functions as its perfect ideological supplement.

If Max Weber were alive today, he would certainly write a second, supplementary, volume to his Protestant Ethic, one that would be titled The Taoist Ethic and the Spirit of Global Capitalism.

Per dimostrare quanto, nonostante l’apparente ovvietà (ed eventuiale utilità concettuale) del’argomentazione, l’equazione proposta dal filosofo sloveno non sia accettabile, ci basterà osservare il semplice fatto che Isacco di Ninive appartiene a pieno titolo alla tradizione giudaico cristiana occidentale, e che eppure è proprio a partire dalla sue considerazioni che nello scorso articolo ed in questo presente ho potuto dedurre alcuni elementi concettuali perfettamente calzanti per descrivere pratiche artistiche contemporanee apertamente influenzate da quello stesso filone filosofico che viene genericamente nominato “orientale”.

La questione sui diritti umani, benché non totalizzante ed universlae, appare a Žižek come tipicamente moderna e contrapposta alla tradizione giudaico cristina. I diritti uamni mettono in fscusisone l’assolutesza, l’esternalità e la radicalità dei dieci comandamenti. Sono quasi il diritto di violare i comandamenti . “of course, human rights do not directly condone the violation of Commandaments: the point is just that they keep open a marginal «gray zone,» which is supposed to remain out of the reach of (religious or secular) power” (136).

Il mercato della frutta cerca di rigettare ogni orientalismo ed ogni occidentalismo, al fine di creare un contesto espositivo che non solo faccia sfoggio delle armonie e dei contrappunti, ma che anche eliciti una reciprocità che non disdegna di ostentare le dissonanze.

Il mercato della frutta (il cui titolo esteso è Il mercato della frutta | Fruit market | 水果市场 _ The pure products of Italy go crazy) è una mostra che agisce in modo precipuamente localizzante ma che riallaccia nodi con diverse zone del globo. Un livello intermedio fra la concretezza del mercato ladispolano (mi verrebbe da dire la polpa dei suoi frutti) e la portata intecontinentale che fa parte di un progettualità volutamente ad ampio raggio, è rappresentato dall’ente amministrativo provinciale.

Infatti Il mercato della frutta fa parte di una filiera espositiva sovracomunale sostenuta e patrocinata dalla Provincia di Roma e gestita centralmente da Sala1. Il progetto a cui Il mercato della frutta è legato, ma rispetto al quale si sviluppa autonomamente si chiama PorteAperte.

PorteAperte

Logo PorteAperte

Il progetto si articola attorno al concetto della porta come elemento che consente il passaggio da una dimensione ad un’altra. Considerata elemento di connessione tra due spazi la porta consente l’interazione tra realtà diverse. Elemento di apertura la porta diventa metafora della disponibilità verso altre e differenti culture. A tal proposito i Comuni di Ariccia, Bracciano, Nemi, Ladispoli e Rocca di Papa aprono le loro porte ad iniziative a vocazione multiculturale.

I Comuni scelti rappresentano realtà differenti e sono stati selezionati sulla base del bagaglio storico di appartenenza e delle differenti identità in quanto luoghi dotati di un grande patrimonio di tradizioni e usi locali e che quotidianamente si confrontano direttamente con altre culture.

Ladispoli, ad esempio, ha raggiunto (notizia che apprendo dal sito ufficiale del Comune) il 9 luglio 2009 quota 40000. E pensare che nel 1971 erano appena 7000 abitanti!

Tabella scaricata da Wikipedia e rozzamente modificata

Quarantamila residenti, quindi, di cui ben oltre il 10% provengoo da altre nazioni. Da fonti Istat raccolte sul sito di Litorale Spa si apprende infatti che nel 2007 “la popolazione straniera, con un incremento del 155,4% rispetto al 2002, è passata da 2.209 a 5.642 stranieri residenti”.

Negli articoli precedenti ho messo a fuoco soprattutto gli elementi che rendono Il mercato della frutta un progetto concettualmente autonomo da PorteAperte.

Ricapitolazione:

> Arte ecologica

> Reification in Arendt

> Isacco di Ninive

> Greenness

> Gibran Kalhil

> The location

In questo articolo, invece, vorrei parlare del modo in cui Il mercato della frutta risponda ad una precisa esigenza artistica e politica. Una esigenza che fornisce del filo rosso  a tutte le mostre di PorteApere: far fronte ed interpretare nel modo corretto le sfide che ci si presentano vivendo in comunità vieppiù farmmentate ad opera del processo di globalizzazione. L’aperura all’altro è divenuta una condizione quotidiana che non sempre siamo in grado di assimilare. Uno dei compiti dell’arte è quello di fornire gli strumeni di senso per tesaurizzare queste differenze. Da qui, nello specifico, si dipana la mia analisi artistico-antropologica del fenomeno e la mia impostazione della mostra come un lavoro di ricerca sul campo. Le differenze sono un tesoro, ci insegna Ulf Hannerz; ma, come vedremo , l’euristica riduzione dell’arte a un tesoro culturale si presta a numerose critiche.  Un approccio curatoriale antropologico può aiutare a storicizzare e a individuare i sistemi di valore soggiacenti all’attribuzione di un certo valore all’arte. Nel momento in cui questa si trova attaccata non più solo dalle avanguardie interne, ma anche da una miriade di altri stimoli esterni (che si tende a raggruppare sotto il medesimo concetto-ombrello di arte orientale), allora ecco che si fa sentire la necessità di aprire delle mostre che siano allo stesso momento un luogo di discussione e di ridefinizione dei criteri (imperialistici) ai quali siamo abituati.

In questo contesto di differenze e di valori instabili, la mostra Il mercato della frutta propone un dialogo fra un artista cinese (Wang Ruobing), uno malesiano (Jack Seah) ed uno italiano (Giuseppe Stampone). Per preparare i canali e i codici di questo dialogo al momento sto facendo un lavoro sul ocntesto. In particolare sto elaborando modalità di allestimento e di fruizione sotto molti punti di vista inedite e per molti versi debitrici da un approccio antropologico, sia come taglio artistico sia come impostazione organizzativa. Mi spiego meglio: sta accadendo che un concetto antopologico dell’arte (relaticistico e consapevolemnte feticizzato) sta prendendo corpo nella mia curatorial dashboard (vale  adire nell’insieme di riflesisoni ch condivido, a partire dal blog, con artisti, colabratori e pubblico). D’altro canto, al livello organizzativo, abbiamo dato luogo, con il prezioso ausilio di Alessandro Arata, Tiziana Talocci e Carolina Taverna, a specifiche attività tese a preparare il campo alla mostra: si tratta di attività di ricerca e di comunicazione che si ispirano diretamente ad alcuni modelli di ricerca sociale qualitativa (quali l’etnometodologia, la sociologia visuale, l’antropologia visuale e la ricerca sul campo). Essendo lo scambio e le relazioni umane al centro della mostra, abbamo ritenuto necesario preparare il terreno con una comunicazione personalizzata, indirizzata a ciascuna delle persone che lavora nel mercato giornaliero di Ladispoli (vedi mappa). Tra le attività previste e già messe in opera vi sono: un’attenta documentazione e condivisione fotografica delle attività  che si svolgono al mercato; panel di interviste tese a scoprire le strategie di vendita, le condizioni di lavoro, le provenienze e le aspettative dei lavoratori. A presto pubblicherò del materiale, il quale documenterà quello che è stato il primo fondamentale contatto con gli “abitanti” del mercato. Potrei usare il termine “indigeni”, o “informatori”? Ci sarà del tempo per analizzare i date che andremo raccogliendo e per ragionare metodologicamente sul rapporto artista/curatore/informatori. Questa resta comunque solo una prima tappa di una frequentazione ed una presenza sul campo che sempre più confonderà i ruoli di produzione e consumo. Chi produce la mostra? Chi la frutta? Quale la direzione dei flussi di scambio?

L’arte, checché se ne dica, non si orienta più attra-verso l’altro; vale a dire che non definisce più se stessa e le proprie pratiche in vista di una comunicazione conciliante. Si instaurano, altresì, relazioni dense di ambiguità (v. il mio precedente articolo su Isacco di Ninive ed i relativi commenti) e conflittuali rispetto all’identità personale e collettiva. Oggi non è più accettabile sostenere pratiche  che delineino la propria artisticità in contrasto con ciò che viene genericamente individuato come orientale, diverso. Ma nemmeno la loro assimilazione. Le opere d’arte si dissolvono in pratiche che inglobano già l’altro e non partono dalla tradizione artistica occidentale come ceppo determinante.

Dal punto di vista curatoriale, rendersi conto di questo fenomeno significa provvedere allo smantellamento di ogni orientalismo dialettico, e l’approccio antropologico che sto adoperando in Il mercato della frutta permette di uscire da una dialettica storicamente imperniata (impuntata) sul valore universalistico dell’arte borghese o modernista. Non sta, insomma, al curatore collocato in occidente (quale potrei essere io) di rivalutare le arti cinesi e portarle alla ribalta in Italia ponendole a confronto con artisti italiani. Non parto dal punto di vista di chi dice: l’artista cinese realizza delle opere che riescono ad entrare a far parte del patrimonio artistico universale (secondo un parametro occidentale). Altrettanto semplicistico sarebbe affermare il contrario: vale a dire che l’arte contemporanea si sia aperta e lasciata influenzare da forme e processi tipicamente orientali. Entrambe le affermazioni contengono verità parziali. Basti pensare, da un lato, a quanto importante possa essere per un artista cinese un riconoscimento espositivo in una grande  biennale occidentale o a quanti di essi si formino in accademie occidentali. Per quanto riguarda l’altro lato della questione, non sarebbe difficile elencare un ragguardevole numero di importanti artisti che hanno segnato la storia della contemporaneità abbandonando pratiche tradizionalmente artistiche in favore di modelli molto vicini alla meditazione e alla spiritualità orientali.

Tuttavia ritengo fondamentale mettere in discussione il presupposto del primo estremo tanto quanto quello del secondo.

Il presupposto da inficiare nella prima posizione è il fatto che si dia ancora per scontata la prerogativa dell’arte occidentale nel  rapporto con le altre culture e la presnuznione che sia questa ad aprirsi alle altre culture, integrandole.

Il presupposto da inficiare nella seconda posizione riguarda la storicità e la concezione lineare dello sviluppo artistico.  Non esiste una linea evolutiva univoca che conduce l’arte allo zen. Occorre rivendicare l’assenza di qualsivoglia teleologia e scacciare con forza la naturale tentazione di collocare immaginariamente tale obiettivo in un ideale collocazione esterna.

Si tratta, piuttosto, di una inglobazione cooriginaria; situazione complessa rispetto alla quale il libro di Clifford ci aiuta a smettere di ricercare punti atavici immutabili (frutti puri). Clifford propone una strategia di riclassificazione. Occorre abbandonare l’idea che l’arte sia il tronco di un albero mitico dalle quali ramificazioni e innesti raccogliamo oggi frutti (magari spuri e frammisti, ma tutti appartenenti al grande albero). L’arte è una determinazione concettuale occidentale, che ha solo l’aspetto di un valore universale ed assoluto, ma che è in realtà arbitrario, mutevole e relazionale. “Arte” è utilizzabile alla stregua di qualsiasi altro tag (etichetta), contemporaneamente ad una serie di altri tag, per designare la compresenza di tradizioni e valori cooperanti.

Wang Ruobing, Seeded, 1999

Wang Ruobing, Seeded, 1999

L’apertura delle porte tematizzata nel progetto generale è declinata nel mercato, sulle specificità del contesto. Luogo di scambio per eccellenza, esso è contraddistinto da un tipo di relazione contrattuale per certi versi paradigmatica per segnalare la reciprocità e l’artificialità di qualsiasi pretesa identitaria. Il conterso del mercato ci aiuta a svincolarci dalla logica del’incontro fra pacchetti culturali prestabliti e dalla logica dell’appropriazione, e ci introduce nella reciprocità. La mostra Il mercato della frutta, si pone qunti consapevolmente contro linea di quella che Clifford chiama “la lunga storia di esposizioni «esotiche» in occidente”. L amostra non prevede, infatti, che gli artisti cinesi si siano appropriati del modello artiscitco europeo, non spettacolarizza l’arte orientale, non ricerca un fondo di autenticità (ad esempio nell’are cinese di Ruobing o nella musica senegalese di Sheikh).

7. [Benefattori e beneficati].

Si ritiene che i benefattori amino i beneficati più di quanto coloro che hanno ricevuto del bene amino coloro che l’hanno fatto, e, poiché, ciò accade contro ragione, se ne cerca il motivo. Orbene, per la maggior parte degli uomini è manifesto [20] che il motivo è che gli uni sono debitori e gli altri creditori: come, dunque, nel caso dei prestiti i debitori vorrebbero che non esistessero i creditori, mentre coloro che hanno concesso il prestito si preoccupano anche della sopravvivenza dei debitori, così anche i benefattori vogliono che esistano i loro beneficati per riceverne la riconoscenza, [25] mentre a questi non importa affatto pagare il proprio debito. Orbene, Epicarmo298, probabilmente, affermerebbe che essi dicono così “perché guardano le cose dal lato cattivo”, ma ciò sembra umano, giacché i più hanno poca memoria e aspirano a ricevere benefici piuttosto che a farne. Ma si ammetterà che la causa di ciò si trova piuttosto a livello generale di natura, e che non è la stessa cosa che [30] nel caso del prestito. Nel caso loro, infatti, non c’è nessuna affezione, ma solo il desiderio che il debitore si conservi per recuperare il prestito. Invece, coloro che fanno del bene amano, anzi amano profondamente i loro beneficati, anche se questi non sono loro di alcuna utilità né potranno esserlo in futuro. E questo succede anche nel caso degli artisti: ognuno, infatti, ama profondamente la propria opera, [35] più di quanto sarebbe amato dall’opera stessa se questa diventasse un essere animato. [1168a] E questo succede soprattutto nel caso dei poeti: essi amano fin troppo profondamente le proprie composizioni, volendo loro bene come a dei figli. È quindi ad un caso simile che assomiglia quello dei benefattori: l’essere che ha ricevuto benefici da loro è una loro opera: per conseguenza, l’amano di più [5] di quanto l’opera non ami chi l’ha fatta. La causa di ciò sta nel fatto che l’esistere è per tutti meritevole di scelta e di amore, e noi esistiamo in virtù di un’attività (in virtù, cioè, del vivere e dell’agire), e chi ha fatto l’opera in certo qual modo esiste in virtù della sua attività: ama, quindi, la sua opera, perché ama la propria esistenza. E questo è naturale: infatti, ciò che è in potenza, l’opera lo rivela in atto.

LIBRO IX, disponibile al seguente indirizzo http://www.filosofico.net/eticaanicomaco9.htm