Dedicato al mio padre che è in me
Ho mescolato due versioni della stessa canzone dando al “figlio” la voce di Cat Stevens e al “padre” quella di Yusuf Islam.
Padre e figlio sono la stessa persona
Con il 2011 si sta chiudendo un’annata piuttosto particolare. A inizio gennaio ho avuto giusto il tempo per salutare il mare, fare un’ultima corsetta e fare le valige. Da allora lingua, persone, posti ed esperienze si sono avvicendate senza ordine sotto lo sguardo disattento della mia fotocamera. Ora le raccolgo, senza aver premeditato, all’inizio, di volerle raccogliere. Nessuno accorgimento estetico; solo l’accortezza di realizzare un video della durata di 2011 secondi (33 minuti e mezzo).
Qui ne pubblico un riassunto della durata di circa due minuti, composto dai frammenti dei video selezionati.
Anche per ragioni di diritti e di privacy delle persone inquadrate non pubblico quello dell’intera durata. Per chi fosse interessato, però, posso fornire via email il link per la visione privata anche del video di 2011 secondi.
Per ritrovare il tempo occorrerebe poterlo perdere, e questo certo non accade durante il tempo trascorso nell’attendere, per quanto l’attesa possa apparire incidentale ed inopportuna. Forse, invece, quanto più è incidentale un’attesa in cui ci si imbatte, tanto più è opportuna l’occasione che ci si presenta per riabilitare il nostro rapporto con lo scorrere del tempo.
L’incommensurabilità, o per lo meno l’inafferrabilità logica dello scorrere del tempo si rivela già nella tendenza linguistica alla sostanzializzazione dell’atto, cioè la riduzione del verbo “attendere” in ”attesa”. In questo nominalismo pianificante, l’attesa viene concepita come intralcio o come scoria: residuo indesiderato rispetto all’ideale di efficenza e produttività, che trasforma in faccena anche il riposo. La vacanza diventa un ossimoro.
Nell’esperire verbale del tempo che casualmente ci si presenta come vuoto (il cosiddetto tempo dell’attesa) ci si apre, in verità, un tempo pieno. Mi pare che non esista tempo più pieno di quello trascorso nell’attendere. Il presente, infatti, è un punto che corre sfumando, ma che pur sempre occupa il tempo. Lo occupa perché ci dà l’impegno della messa a fuoco sul punto presente, che poi è l’attività di tutti i giorni, il fare mirato. La faccenda, infatti, si dice che si sbrighi, o che venga sbrigata. Anche l’informazione non offre altro che faccende; nessuna notizia nel senso di novità. Pone il lettore, specie l’internauta, nella continuamente rinnovata attesa di faccende, ma in alcun caso di novità. La notizia sarebbe nell’attendere, e questo, per definizione, non può essere pianificato in nessun palinsesto. Siamo sempre più tesi verso l’attesa, verso lo scoop, il presente da consumare nella condivisione istantanea. La frenesia con cui Facebook ingloba le notizie attese con impazienza dai quotidiani fa sì che sempre più lo stesso Facebook (si) faccia notiza, occupando sempre più spazio all’interno dei giornali, in un rispecchiamento autoreferenziale che esemplifica perfettamente la vacuità dell’informazione contemporanea.
Questo fare mirato, questo inesauribile affaccendarsi ingorga il quotidiano per offrire un’illusione di pienezza. Ci lasciamo, in realtà, avviluppare dalle faccende per rifuggire l’attesa e non imbatterci nel semplice attendere, che è il riassunto straziante della nostra temporalità. L’attendere quindi, e non l’affaccendarsi, rivela l’esatto contrario della tanto osteggiata attesa.
Attendendo, cioè ponendoci in una posizione di neutrale assolvimento del verbo attendere, il nostro obiettivo è consapevolmente teso al di fuori del presente, quindi libero di svagare e di riempire il tempo con contenuti che esulino dalla gestione manageriale della scheda giornaliera.
Per quanto riguarda la mia attuale scheda giornaliera, devo confessare di aver svolto tutte le attività con discreta diligenza. Mi sono concesso queste divagazioni solo dopo essere uscito dalla Kunstbibliothek. Prima ancora di abbozzare mentalmente queste considrazioni sull’attesa ho scattato alcune foto. Credo ci sia qualche attinenza tra quanto appena redatto e gli ampi spazi fittiziamente vuoti ho appena attraversato nella zona del Kulturforum per tornare a casa. Quindi ne pubblico una. Altre sono, come al solito, pubblicate nel mio album su Panoramio.
Mi sembra che oggi le guerre abbiano quantomeno il merito di essere messe in piedi con maggior perizia strategica. Non si cerca più il consenso all’intervento nell’imminenza dell’attacco; si è superato anche lo stadio in cui si giustificava la guerra come difesa dei valori occidentali sotto l’urgenza di una minaccia esterna.
Quello che avviene è frutto di un lavoro molto più meditato: si cercano con largo anticipo le motivazioni e si creano preventivamente le strutture per la futura legittimazione. Le strade vengono esplorate e battute durante lunghi periodi di pseudopolitica rivestita di plastica, voluta da un corpo diplomatico che concepisce le relazioni internazionali come un salotto dove omettere discussioni poco galanti e risolvere le altre con pacche sulle spalle e rassicuranti strette di mano. Si fa leva sulla politica dell’immagine che vorrebbe trasmettere serenità e conciliazione, facendo al contempo fermentare il tumulto del malessere… quel malessere che dopo anni sfocerà in crisi, alle quali poter dare l’intervento militare come unica possibile risposta.
Più lungo è il tempo e maggiore la perseveranza con cui la crisi viene alimentata, migliore sarà l’effetto di preterintenzionalità di cui l’intervento militare potrà godere come attenuante (e persino come giustificazione). Ci vuole tempo – quindi -, ma il risultato è garantito, pulito e incontestabile. Anche la fascia dei medio-pacifisti è disposta a concedere credibilità a questa soluzione.
L’azione bellica così costruita gode di un duplice attenuante: la preterintenzione e lo Stato di necessità.
Dopo i simpatici scambi opinioni con la Libia ad opera di quell’idiota di Graziani, passando per Regan e Berlusconi, oggi Napolitano ha saputo regalarci un’altra delle sue perle: “Faremo ciò che è necessario”.
Buona guerra, con la pace di tutti.
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Ps. Non si creda che sia solo una problematica italiana. A ricordarcelo è una notizia dell’ultim’ora: “Il pattugliatore Libra sta navigando verso le coste libiche [...] mentre la fregata Euro opera come nave appoggio.”
Pps. Per dare una misura della fregatura, ecco elencato l’equipaggiamento della sola Euro:
1 cannone Otobreda 127/54 Compatto
2 CIWS Breda Dardo
4 lanciamissili Otomat
1 lanciamissili Albatros/Aspide con 16 missili Aspide in deposito (ed eventuali altri 8 pronti al fuoco)
2 lanciasiluri tripli da 324mm MK 32 per siluri ASW tipo A244
Altro punto di vista sull’opera di Cattelan, da parte di giames.
Peace and L.O.V.E. (Libertà, Odio, Vendetta, Eternità)
Affonda le sue radici più profondamente di quel che non si creda.
Montaggio basato su una vecchia pubblicità tedesca vista oggi sull’anta di un vecchio armadietto. “Toh! – ho pensato – il Papi ha iniziato molto tempo fa ad inculcare alla gente che con tutti i sodi che ha non ha bisogno di pagare…”
Noemi, Letizia, Ruby… Maria?
Questo mio post è poco più che un commento all’articolo di Stefano Feltri “La truffa degli stage”, pubblicato sul Fatto Quotidiano il 5 febbraio 2011. L’articolo è stato portato alla mia attenzione da Gianluca “TdC” Del Rio attraverso Facebook. Infatti le poche righe che seguono nascevano come intervento destinato alla sua bacheca. Vedendo che prendeva corpo l’ho traslato qui.
> Link all’articolo di Stefano Feltri sul sito ufficiale del quotidiano.
L’argomento trattato è molto stimolante, ma putroppo trovo che sia stato affrontato in maniera incoerente dal giornalista, e questo rende poco chiaro il problema. Riconosco la difficoltà di maneggiare tale questione nelle poche righe di un articolo e nello stile ad esso più congruo, tuttavia individuo un’aporia di fondo, che danneggia il contenuto di quell’articolo un pochino più di quanto non sarebbe concesso pur riconoscendo le limitazioni che lo giustificano.
Dal mio punto di vista occorre distinguere almeno due aspetti, due rivendicazioni.
Prima rivendicazione: lo stage deve avere contenuto formativo.
Seconda rivendicazione: lo stage deve essere retribuito.
Io, poi, aggiungerei una terza rivendicazione. Possediamo un lessico discretamente variegato: chiamiamolo tirocinio, apprendistato, seminario, formazione professionale, praticantato… ma non stage. Eviteremo in questo modo anche quella disgustosa distinzione sociale fra la pronuncia alla francese (più colta ma spocchiosa e leggermente cacofonica) e la promuncia anglicizzata (meno raffinata forse, ma più efficace e sprezzante dell’etimo). Tra l’altro l’uso del termine stage in combinazione con il simbolo matematico “+” (questa scelta è da accollare al reparto comunicazione dalla Cgil) potrebbe provocare effetti altamente nocivi sulla salute dell’uomo. Prima di approvare certe campagne bisognerebbe testarle su delle cavie, poi sui leghisti, infine sottoporle al vaglio di Nanni Moretti e, solo dopo un attento esame dei risultati (visto mai rinsaviscano: sia leghisti sia Nanni), veicolarle alle masse!
Ad ogni modo, sono i primi due aspetti a meritare una più attenta discussione. E qui sarà meno facile areare l’argomentazione con battute e sollazzi. Io ritengo che essi non vadano mescolati in una medesima rivendicazione, né approssimati in uno resoconto giornalistico. Innanzitutto sono aree su cui le le politiche di intervento sono qualitativamente e quantitativamente diverse. La prima rivendicazione (quella pedagogico-formativa) pertiene ad una tattica di resistenza che può essere esercitata solo dai giovani e dalle loro corporazioni. Il governo interviene solo sul secondo dei due aspetti, attraverso l’impiego di strumenti macroeconomici che impongano tale remunerazione. Mentre il governo può pianificare una strategia di rivalutazione economico di questa tipologia di impiego lavorativo, esso non può (e, a mio modo di vedere, non deve!) intromettersi nella determinazione valoriale circa il contenuto stesso del lavoro. Su questo livello sono i diretti interessati che debbono trovare la forza di selezionare a priori e di modificare in itinere la materia del lavoro nel quale decidono di impiegarsi. Va detto che in questa rivendicazione dal basso occorre anche avvalersi di una dose di umiltà e buona volontà, al fine di evitare un dislivello tra qualità di lavoro offerto e qualità di lavoro desiderato. Se, insomma, da una parte è legittimo rivendicare piattaforme di lavoro che operino in modo leale e trasparente, bisogna anche assumere atteggiamenti propositivi e realistici: senza l’arroganza di chi pretende, senza l’alibi di essere ggiovani, senza il vanto di essere creativi!
A quest’ultimo proposito, mi si permetta una nota sulla forma di protesta praticata da questi ggiovani della Cgil, la quale sembra pretendere di essere creativa e di impatto. Non voglio intaccare la loro libertà di espressione, ma purtroppo ai miei occhi risulta una sciatta esibizione, povera sia al livello formale (a partire dal “+”) sia al livello di contenuti. Nessuna forza espressiva, alcuna innovazione espositiva.
Una volta disvelata quella che io ritenevo un’aporia, purtroppo, ancora nulla di essenziale è stato detto. Me ne rendo conto. Occorrerebbe una vera analisi sociologica e filosofica circa la tipologia lavorativa e le finalità degli individui che si apprestano ad inserirsi nel mondo del lavoro: in questa immensa macchina che produce fantasmi e si alimenta delle paure che quei fantasmi suscitano. Perché non si parla della falsa coscienza prodotta e riprodotta dal sistema delle marche e dai suoi falsi splendori? Perché non si denuncia il deleterio fenomeno che discredita socialmente il lavoro artigianale o, più in generale, quello che non orbita direttamente entro la galassia dei mass media? Perché non si stigmatizzano, al contrario, il mercantilismo dilagante, il clientelarismo, i mercenari della cultura, la faciloneria della chiacchiera giornalistica? La mancanza di vocazione è oramai passata come naturale contropartita della devozione al denaro! E noi siamo ancora a chiederci se un tirocino debba essere retribuito, quanto e come debba essere retribuito, senza scalfire minimamente le questioni fondamentali che questo lavoro implica. Si preferisce mettersi la coscienza a posto mischiando un po’ le carte e facendo credere che il problema sia legato alla qualità formativa del lavoro stesso. Questo meccanismo lo si può constatare quando ci si accorge che un articolo inizia così: “Che contenuto formativo c’è nel piegare magliette in un negozio di Zara durante i saldi di fine inverno?”, ma che poi parla solo dei dati inerenti statistiche di impiego e questioni salariali.
Il pericolo è di discutere, e anche male, solo di fenomeni di superficie. Si dovrebbe avere invece il sospetto che la truffa non sia nello stage, ma nel lavoro stesso. Mi piace concludere lasciando la parola ad un classico del pensiero contemporaneo italiano.
Io credo si debba respingere ogni forma di rivoluzione violenta con la stessa determinazione con cui ci si oppone, ad esempio, alla pena di morte. Io non legittimerò mai alcun atto di violenza. Ancor meno sarò tentato di farlo qualora mi accorgessi che tale atto venga determinato da un assoggettamento a vaghe ondate ideologiche o effimeri personalismi mediatici (così frequenti e ridicoli nel piccolo mondo di facebook).
Se atti di violenza venissero giustificati interpretandoli come reazioni condizionate da un sistema largamente riconosciuto come illegittimo, finiremmo presto con l’ammettere come legittimi anche atti di violenza del tutto arbitrari. Perché? Perché ogni atto di violenza è, in relatà, un segno arbitrario, che tradisce il fondo bestiale di individui i quali, in comunità, si imbellettano e indossano le maschere imposte dalla civiltà. I manifestanti violenti e mascherati (precisamente quelli violenti e mascherati) fanno parte di quella stessa rappresentazione del “ballo mascherato della celebrità”, recitano il medesimo copione degli attori che vorrebbero combattere. Vi ricordate, spero, il secondo sogno dell’impiegato… Tutti coloro che usano violenza favoriscono “i soci vitalizi del potere”: non solo gli sbirri. De André ha composto delle opere; non è rimasto nella storia per aver dato fuoco a camionette ma per aver acceso le coscienze di chi voleva ascoltare con attenzione. Si era perfettamente reso conto, con un sano anarchismo che si faceva anche beffe del panpoliticismo oggi tanto di voga, che ogni atto violento è un segno arbitrario. La violenza è forse un’arbitrarietà connaturata, insita e forse inevitabile, ma pur tuttavia oscena: nella paradossale rappresentazione di questa oscenità i testi di De André acquisiscono la loro potenza lirica. La vera risposta che deve fornire l’individuo con quel che resta della propria umanità è l’atto poetico: unico segno motivato e motivante.
Alcune precisazioni sono dovute: anche io ho e mie perplessità circa la forma espositiva impostata da Saviano, ma questo discorso stilistico non deve inficiare un sano ragionamento circa i contenuti tirati in ballo. Chi mi conosce sa che non ho risparmiato le mie critiche a Saviano, quando anche in altri frangenti mi è parso sconfinasse in una retorica a basso mercato. Con alcuni amici mi ricordo di aver deprecato l’uso semplicistico fatto della memoria di Falcone, ma trovo eloquente e dignitosa la sua posizione espressa nella lettera in questione (Lettera ai ragazzi del movimento, pubblicata su Repubblica.it, oggi 16 dicembre 2010). Con equanimità, mi pare, egli scrive:
“Poliziotti che si accaniscono in manipolo, sfogando su chi è inciampato rabbia, frustrazione e paura: è una scena che non deve più accadere. Poliziotti isolati sbattuti a terra e pestati da manipoli di violenti: è una scena che non deve più accadere”.
Alla base del suo ragionamento c’è la incontestabile rivendicazione di una forma di resistenza non solo non-violenta, ma possibilmente creativa. Il fatto che la sua stessa lettera non brilli per creatività o per eleganza, non significa che i contenuti che cerca di veicolare non possano dar luogo ad una feconda discussione pubblica (come, anzi, sta effettivamente avvenendo).
“Ogni gesto violento è stato un voto di fiducia in più dato al governo Berlusconi”.
Ogni gesto violento: perché la comunicazione politica e la politica comunicativa di Berlusconi sono violente! Ogni gesto violento, e persino, aggiungerei, ogni parola violenta aizza quel fuoco; lo alimenta dopo essere stata metabolizzata dal meccanismo della banalizzazione massmediatica. Io stesso cerco e forse non riesco sempre a contenermi; ma almeno mi applico nell’esercizio della contingenza gestuale e verbale. In generale prediligo la sottile ironia contro il suo (suo di Berlusconi e del berlusconesimo tutto) pacchiano umorismo, la raffinatezza contro la sua goffagine; l’interpretazione volutamente fallace contro il suo tautologico populismo, l’estrosa semplicità contro la sua banale aggressività. Purtroppo, in troppe note e commenti che girano per il web si può constatare l’effetto di una retroguardia del pensiero, una mancanza di spirito critico che, condita con una esecrabile dose di invidia nei confronti dell’autore di successo, appare piatta e del tutto priva dei requisiti minimi per impostare un discorso costruttivo, tanto per i singoli quanto per la collettività. Da notare che un discorso collettivo e costruttivo è proprio ciò che viene impedito tanto dagli slogan (“fascisti di natura”) quanto dalle réclames.
Non mi piace la banalità di alcune scelte espressive di Saviano, ma la violenza di slogan che iniziano a salire da Twitter (“Saviano contro i manifestanti… tutti contro Saviano!”) mi fa venire i brividi. Mi dispiace che Saviano abbia utilizzato a sua volta termini violenti e banali, ma io non voglio difendere lo stile della sua opera, bensì la sua idea. Precisamente per questo motivo ho sentito il bisogno di offrire a mia volta un commento pubblico sulla questione.
Emanuele Sbardella (16/12/2010)
Accogliamo l’avvento di Mulve ricordando il racconto evangelico.
“Mentre smanettavano al computer, Gesù prese il mouse e, dopo dopo aver scritto il programma, lo rilasciò in licenza open source ai suoi discepoli dicendo: - Prendete, condividete, questo vi farà accedere e allo stesso tempo costituire il corpo della conoscenza umana. Fate questo facendo sempre attenzione di disporre di una memoria RAM adeguata e spazio sul disco sufficiente”.
Il Verbo continua ad essere atto di ribellione, e ancora oggi i quotidiani (ad esempio Tiziano Toniutti per Repubblica) ne sansionano moralmente l’utilizzo, prendendo in questo modo le difese del mercato delle major – con l’aggravante di addurre motivazioni tecnologiche fasulle per argomentare l’illegalità del nuovo Mulve rispetto all’anziano muletto (come se Emule non si basasse prevalentwmente sui server…).
(senza dimenticare il muletto) http://www.emule-project.net