Many thanks to Ruobing, Yak, Sai e Mei: artists, technicians and first of all real good friends.

Grazie ad Alessandro, Alessio, Marco, Ralla, Sarah e Titti: assistenti, professionisti e persone importanti nella mia vita.

Grazie ad Alfonso, Andrea G., Cheikh, Luca, Maxx e Valeria: relatori presenti, relazioni future e compagni di strada.

Grazie ad Andrea Z., Eloisa, Francesca e l’Imam di Ladispoli: personaggi pubblici, organizzatori e persone che hanno creduto in me.

Infine – e soprattutto – grazie ai lavoratori del mercato e alla mia famiglia. Entrambi questi gruppi, in modi diversi, hanno ospitato gli artisti trattandoli come loro membri ed hanno insegnato a me che il lavoro viene dalla terra e alla terra torna.

Questi ringraziamenti giungono alla fine di un percorso, che non è veramente finito e che ha visto la sua fase culminante nella realizzazione dell’evento “Il mercato della frutta – The pure products of  Italy go crazy”. Questo percorso era iniziato con Elsie, una ragazza americana con “una goccia di sangue indiano” cui era dedicata la poesia di Williams The pure product of America go crazy (1923) [1].

Giunto a questo punto conclusivo vorrei tracciare un parallelismo ed iniziare il resoconto citando un passo in cui i versi di Pasolini (La Terra del Lavoro) innalzano la figura di un’anonima donnetta del centro Italia a simbolo universale per la desolazione della condizione umana.

Una donnetta, di Fondi o Aversa, culla
una creatura che dorme nel fondo
d’una vita d’agnellino, e la trastulla

- se si risveglia dal suo sonno
dicendo parole come il mondo nuove -
con parole stanche come il mondo.

Questa, se la osservi, non si muove,
come una bestia che finge d’esser morta;
si stringe dentro le sue povere

vesti e, con gli occhi nel vuoto, ascolta
la voce che a ogni istante le ricorda
la sua povertà come una colpa.
[…]
Si confondono la pioggia e il sole
in una gioia ch’è forse conservata

- come una scheggia dell’altra storia,
non più nostra – in fondo al cuore
di questi poveri viaggiatori:

vivi, soltanto vivi, nel calore
che fa più grande della storia la vita.
Tu ti perdi nel paradiso interiore,

e anche la tua pietà gli è nemica.

In questa donnetta, il lontano richiamo della Terra che si trovava in Elsie commisto a mille altre infiltrazioni, è amplificato e diviene quasi un rapporto di simbiosi. Non si tratta di un ritorno ad un autentico quanto bucolico invito a rivalutare passati riferimenti rurali, ma un consapevole sguardo al futuro della Terra. La donnetta non solo un simbolo universale per la desolazione, ma è soprattutto un’avanguardia per un movimento di totale soppiantamento del sé, di oltrepassamento dei soprusi e ridicolizzazione delle ingiustizie. In questa donnetta e nel resto dei poveri viaggiatori è custodito un messaggio di profonda e consapevole rassegnazione, il quale emerge da tutto l’amalgama contemporaneo e procede oltre il frammischiarsi di tratti organici e culturali sulla superficie di questo pianeta

Ciò che ai miei occhi si è palesato è una realtà in cui la connaturata curiosità e propensione all’altro viene spesso soffocata da meschinità indotta da ristrettezze economiche e da modelli culturali biechi. Lo scambio non avviene se non (per lo più) sulla base di convenienze personalistiche. Le poche persone di parola vengono impedite nella realizzazione di fatti da persone fatte di parole e scarsamente intenzionate a mettersi veramente in gioco.

Si può dire che l’evento abbia riscontato il suo maggiore successo nel coinvolgimento sincero di alcuni lavoratori al mercato e di pochissimi esperti nel mondo dell’arte contemporanea. Il suo maggiore insuccesso può esser misurato di fronte alle aspettative di una risposta collettiva e partecipata.

Al mio tentativo, quello di espandere antropologicamente la definizione di arte e di proporre, attraverso questa, modelli di vita praticabili anche al di fuori dell’ambito ad essa preventivamente affidato, è solo in piccola parte conseguito un reale cambiamento.

A questo punto voglio parlare più nel dettaglio delle proposte artistiche che si sono concretizzate all’interno dell’evento, lasciandomi libero di scrivere in un futuro prossimo agli articoli le riflessioni emerse durante la tavola rotonda introduttiva.

Come chiosa introduttiva ad entrambi gli interventi voglio usare una citazione da un libro che Carlo Lorenzi scrisse nel 1883.

“Quando Pinocchio in due bocconi ebbe mangiata la prima pera, fece l’atto di buttar via il torsolo: ma Geppetto gli trattenne il braccio, dicendogli:

— Non lo buttar via: tutto in questo mondo può far comodo”

(Collodi C., Le avventure di Pinocchio, Capitolo VII. Geppetto torna a casa, e dà al burattino la colazione che il pover’uomo aveva portata per sé)

L’intervento di Wang Ruobing

La giovane artista di origini cinesi ha proposto e realizzato due interventi: uno installativo ed uno performativo, con due titoli diversi, ma con la medesima propensione processuale.


A day of waste, il lavforo installativo, è un libro le cui pagine sono state realizzate manualmente a partire dagli scarti di una intera giornata (il 22 ottobre) al mercato ortofrutticolo. La processualità, che teoricamente dovrebbe essere meno evidente in un lavoro installativo che in uno performativo, era calcata dall’esposizione di circa 30 foto che documentavano le diverse fasi di realizzazione del libro (la raccolta, la macerazione, lo sbiancamento, il filtraggio, l’essiccazione, la pressa e la rilegatura).

Swap shop, l’opera performativa, propone l’instaurarsi di un rituale di scambio senza denaro all’interno del mercato. Domenica primo novembre, dalle 11:00 alle 13:00, con la promessa del curatore di ripeterlo per alcune domeniche avvenire,  l’artista ha aperto un banchetto improvvisato al centro del mercato in cui alla gente veniva chiesto di lasciare oggetti usati e scambiarli con quelli trovati nel banchetto. Alla fine della giornata viene misurato in kg la quantità di beni scambiati.

L’intervento di Yak Beow Seah

Anche l’artista di origini malesiane ha proposto e realizzato due interventi: uno installativo ed uno performativo, ma sotto uno stesso titolo: Leftover forever.

La parte installativa utilizzava frutta e verdura del mercato, nonché sedie e tavolini di legno raccolti durante i mesi di preparazione dal curatore presso l’isola ecologica di Ladispoli.

A fronte di elementi spogliati della loro usabilità nell’installazione, nella parte performativa del suo lavoro Yak Beow Seah offre se stesso per qualsiasi tipo di servizio per un’ora a chiunque ne avesse fatto richiesta. In galleria era presente una tabella degli orari da compilare con nome e tipo di servizio richiesto.

In risposta a quest’ultima performance mi piace riportare la testimonianza di un ragazzo, Stefano Azzena ( http://www.myspace.com/stefanoart ), che ho conosciuto poco prima dell’inaugurazione su MySpace, e che ha fruito del servizio dell’artista.

La mostra che mia ha lasciato un ricordo.

Oltre alla mostra c’è stata un iniziativa molto simpatica e cioè l’artista Malese di nome jack si è messo a disposizione dei visitatori per i giorni che hanno  seguito l’inaugurazione ed io che volevo approfondire il discorso sulla messa in opera di un’istallazione composta da frutta fresca ,verdura e complementi d’arredo quali sedie tavoli e quant’altro, ho colto al volo l’occasione e mi sono prenotato un’ora da spendere nel pomeriggio di domenica in sua compagnia.

Praticamente l’ho invitato a casa dei miei genitori (dove ho allestito il mio studio)per un caffè e per mostrargli  alcuni dei miei quadri.

Abbiamo trascorso un’ora molto piacevole parlando dell’originalità delle sue opere e del suo percorso artistico.

Devo dire che la conoscenza di jack per me è stata oltre che una possibilità di confronto ,un ricordo da conservare nell’archivio delle mie esperienze artistiche.

Attività collaterali:

_30 ottobre: “L’arte frutta” – Tavola rotonda

_28 ottobre: Laboratorio artistico di Wang Ruobing per i ragazzi diversamente abili assistiti da Casa Comune 2000

 

 

 

 

 

 

 

 

GRAZIE A TUTTI


[1] Da questa poesia nascevano alcune considerazioni di Clifford, il cui libro è parte fondante dell’idea curatoriale. Clifford: “Elsie simboleggia, a un tempo, una disgregazione culturale locale e un futuro collettivo. […] Tutti gli splendidi luoghi primitivi sono guastati.
Una sorta di incesto culturale, un senso di fibrillazione storica pervade, guida la fuga delle associazioni. […] è diventato concepibile uno spazio realmente globale di connessioni e dissoluzioni culturali: le autenticità locali si incontrano e si fondono in precari ambienti urbani e suburbani: ambienti che comprenderanno le aree di immigrazione del New Jersey, proliferazioni multiculturali come Buenos Aires, le township di Johannesburg. […]
La risposta di Williams al disordine che [Elsie] rappresenta è complessa e ambivalente.
Se le tradizioni autentiche, i frutti puri, si stanno ovunque arrendendo alla promiscuità e all’insignificanza, la scelta della nostalgia non possiede fascino.
Non c’è un ritorno possibile, non c’è un’essenza da recuperare”.
“É solo a frammenti isolati che/ qualcosa/ viene fuori/ Nessuno/ per testimoniare/ e riparare, nessuno per guidare la macchina”.
Williams <<non evoca Elsie e l’ottusità rurale per celebrare un futuro tecnologico e progressivo […] né si rassegna mestamente al dissolversi delle tradizioni locali dentro la modernità entropica, visione consueta tra i profeti dell’omologazione culturale che piangono i tropici perduti.
Invece, egli asserisce che “qualcosa” ancora “viene fuori”, anche se solo a “frammenti isolati”>> (Clifford1993:15-16) e riflette: “Se l’autenticità è relazionale, non ci può essere essenza se non come invenzione politica culturale” (1993:24).
La questione che si pone qui, non è perciò, se sia più “autentica” la versione tradizionalista o quella new age della religione indiana: entrambe sono il frutto di almeno trecento anni di interazione culturale tra indiani ed europei.

In videoconferenza attraverso Skype dalla Cina, ove in questo periodo insegna, Massimo Canevacci ha portato con sé un ospiote a sorpresa: Yao, uno dei suoi studenti. Quest’ultimo ha fatto un brevissimo intervento, in cinese e in italiano a beneficio degli atisti presenti, in cui ha parleto della novità che l’insegnamento di Canevacci ha introdotto nell’Università.

La mera presenza di Yao, il suo discorso in lingua cinese, e l’utilizzo del canale Skype sono da considerarsi come la migliore delle introduzioni, concettuale e fattuale, a quello che sarebbe stato l’intervento più tradizionalmente basato sul linguaggio logico-verbale.

Il professore ha esordito presentando, a proposito, il concetto di metropoli comunicazionale. Grazie proprio ai mezzi di comuniazione digitale in rete prende corpo una struttura, fluida quanto capillare e persistente, sulla base della quale la metropoli novecentesca irrobustisce la propria tendenza ad agglomerare elementi linguistici e tratti culturali discreti, eterogeneri e (secondo paradigmi classici) tra loro stridenti. Una metropoli sconfinata, fatta di elementi originalmente ripetuti e bricolati. Non è un caso che Canevacci abbia tenuto a sottolineare che il luogo da cui fisicamente si stava connettendo, viene anche chiamato la Venezia cinese.  A proposito della città in cui vive, in una e-mail ha scritto: “l’immagine della bellezza disordinante di Souzhou incrocia una Venezia abitata da napoletani. (…) Venapoli-Souzhou (ma anche Hangzhou o Zouzhuang)”.

Un turbine di falsità e ripetizioni sovverte le nostra abituali visioni lineari, sconnettono e interferiscono con il discorso moderno. Immagini e modelli che si accatastano automaticamente a partire da un tropo filosofico, il richiamo di una esotica Venezia cinese ambienta immediatamente l’uditorio, in maniera prelinguistica, nell’orizzonte teorico che Canevacci vuole condividere andando a parlare di sincretismo culturale e soggettività diasporica, questa sogettiità con cui oggi, avendo essa smarrito il proprio crattere di extrra-ordinarietà, ci troviamo quotidianamente confrontati. Meglio, di cui giorno dopo giorno entriamo sempre più a far parte.

Canevacci ha espresso con chiarezza una delle idee centrali della mostra, vale a dire la volontà di dare voce a questa relativamente nuova soggettività diasporica. Non una esposizione di tipi culturali messi in relazione tra di loro secondo preconcetti occidentali, ma un evento discorsivo tra soggetti da sempre interdipendenti e contaminanti.

Il lento processo di normalizzazione di questa nuova soggettività si accompagna con quello che l’antropologo visuale chiama “reciprocità degli sguardi” (concetto su cui sarà impostata poi la relazione di Luca Simeone). In questo processo di concessione di spazi autonomi allo sguardo altrui, l’antropologia cede qualcosa dalla parte dell’analisi per soddisfare, d’altra parte, un desiderio che ha sin dagli inizi cercato di rimuovere, che è quello che Canevacci ha chiamato il “desiderio della differenza”.

A mio modo di vedere quell’accettazione della soggettività diasporica deve passare dapprima per il canale privilegiato dell’arte, che credo esprima in massima misura una sorta di desiderio di differenziazione, il desiderio di svincolarsi da qualsiasi rappresentatività: oggettuale, politica, personale.

Nella metropoli espansa, continua Canevacci, acquista ancor più rilevanza l’uso del linguaggio eminentemente corporale della musica e la valenza culturale del cibo. Musica e cucina sono ordigni simbolici che offrono un accesso culturale semplificato, in quanto no mediato dall’apparato linguistico e legato a modalità di consumo e produzione immediati, integrazione e convivialità. Musica a cucina sono proposti come modelli privilegiati per aprire uno scambio in quanto forniscono uno schema di condivisione alla portata di chiunque.

Canevacci porta anche un esperimento mentale per illustrare il modello di contaminazione che ha in mente, questo turbine atemporale di tradizioni e di iconografie che si mescolano. Massimo Canevacci ci ha parlato di “scarpe cinesi che tornano di moda”. Prima di lasciare la parola a Canevacci stesso, il quale ha preparato questo scritto in una delle sue lettere dalla Cina, mi venga concesso di notare l’uso ossimorico e provocatorio dei termini tornare e moda. Premesso che l’etimologia del termine lega saldamente la moda al tempo presente, l’affiancarle un verbo (rimarcato con il tono della voce a significare più di quello che si suole solitamente dire) cha la mette in connessione con passato e futuro spoglia la moda di ogni presunta attualità e novità. Quello di novità non è un concetto che possa essere facilmente integrati nel panorama concettuale proposto da Canevacci.

A questo punto sono lieto di riportare uno stralcio di una delle Lettere dalla Cina scritta dal Professore Massimo Canevacci in risposta allo stimolo proveniente dall’invito alla tavola rotonda.

The pure shoes go crazy

Anche di notte i negozi di cellulari – modernissimi con prodotti  differentissimi collocati come gioielli dietro teche trasparenti -  sono aperti e strapieni con impiegati attenti mentre sciamano le persone, specie giovanissime, che scelgono, testano, si informano, provano, indossano come fosse un capo di vestiario e soprattutto comprano. Vicino a un ponte su un canale molto bello, un giovane dall’aria ben educata tipo studente di antropologia e design mette un tappeto per terra e sopra tante scarpe “cinesi”: voglio dire che sono le scarpe classiche che da noi si individuano come appunto cinesi (“cineserie”): basse, di raso, multicolori, con disegni di draghi e fiori, dalle suole sottili. Insomma, “ pure  shoes go crazy”. In un attimo si fermano decine di ragazze sui 15-20 anni, si tolgono le false/vere Nike o Adidas e si misurano felici le  loro babbucce saltellando su un piede solo sopra il tappeto magico. Sarà che le giovani cinesi hanno riscoperto le loro scarpe “cinesi”? Mi immagino che quel giovane le ha importate dall’Italia, magari proprio da Napoli, fatte a mano da cinesi residenti a Gomorra dove  hanno riscoperto  lo stile cinese. O inventato la tradizione, come purtroppo si suol dire …. Souzhou è proprio spettacolare: anche noi andiamo in giro su una barca di legno traforato per i canali, da dove si osserva la vita quotidiana di chi continua a vivere sui bordi popolari dei canali. Donne che lavano i vestiti o persino il mangiare su quell’acqua dubbia, persone che riposano, lavorano, chiacchierano, tutti che fumano, cortili piccoli, finestre che si affacciano indifferenti, porte di legno semifracico, mondezza dappertutto, bambini che corrono, chi mangia e ci vede e saluta. Su una “calle”, alcune ragazze travestite da cinesi classiche, coi vestiti colorati, si fanno fotografare come per giornali di moda, mentre i ragazzi del set aprono ombrelli argentei per riflettere la luce, scattare foto, aggiustare i vestiti o i capelli. Più in là su uno spiazzo c’è un palco dove un uomo e una donna, truccati  e sempre in abiti classici,  cantano pezzi di opera e la gente si ferma, ride, fotografa, applaude. Al prossimo ponte, si affittano vestiti “cinesi” per farsi fotografare da amici o innamorati in stile tradizionale. I ponti sono ad angolo ottuso, proprio come a Venezia, per far passare sotto le barche (nella prima foto si vede una “gondola”). Spesso ogni pietra del ponte per terra ha una forma diversa dalle altre. Niente è uniforme in tale contesto. Anche e soprattutto le marche: le magliette sono strapiene di sigle e stravincono gli Usa… eppure l’italietta disastrata arriva buona seconda. Se le scritte in inglese sono 100, quelle italiane sul 4-5%. Le altre inesistenti. Armani diventa di volta in volta Arnani, Arnami, Anami, Armanigiovantù; Robe di Kappa (di cui ho visto in tv una bellissima sfilata in Cina, con modelle e modelli che alternavano passi di danza con pezzi tai chi o kung fu dai risultati coreografici “originali e ibridi”) stravince e così si vedono Kappa dappertutto ridisegnate e sempre mutanti per la gioia delle case madri. E via di seguito, con D&G dalle variazione inesauribili, mentre le scarpe tipo Nike sono più vere  delle vere, in quanto fatte qua e rivendute in ogni modo e in ogni luogo del mondo.

Link esterni

> Blog di Massimo Canevacci

> La rivista Avatar presentata su Nonleggere.it

Psicologo che lavora per la cooperativa sociale Casa Comune 2000, è una persona con cui ho già avuto modo di collaborare ad altri progetti di EmEgrEnzE quale Diverse Tacce .

Il rapporto con Casa Comne 2000, in questa occasione (Il mercato della frutta), ha fatto anche nascere un laboratorio artistico in cui Wang Ruobing ha insegnato ai loro assistiti a riciclare la carta ed ottenre, da carta buttata, delle splendide cartoline colorate.

Ultimo, in ordine temporale, dei relatori intervenuti alla tavola rotonda, Alfonso Di Giuseppe è stato anche la persona che una maggiore quantità di stimoli ha ricevuto dagli interventi precednti. In base a questa considerazione si è sentito di cambiare l’intervento che aveva preparato ed improvvisare commentando e criticando gli interventi precedenti. In questo modo, co uno delgi iterventi più vivaci e sentiti si è chiusa una tavola rotonda della durata effettiva di 3 ore e mezza.

Di Giuseppe è uno psicologo che si trova quotidianamente a lavorare sull’integrazione e critica chi ne parla per grandi linee, costruendo su di essa grandi sistemi teorici, senza sporcarsi le mani con al realtà. Lavorando sul campo ti rendi conto che una delel lacune di questi grandi impianti teorici è quello di non rispondere ad una domanda principale: chi integra? Chi si vuole integrare?

Di Giuseppe ha il coraggio di porre come punto di riferimento un soggetto che i colleghi più votati alla teoria non utilizzarebbero se non storcendo il naso: assume come normale punto di partenza quello dell’italiano medio. Da questo assunto egli può dire che lle fasce di popolazione da sostenere non sono solo gli handicappati o gli immigrati stranieri, ma tutte le persone (nemmeno le fasce di persone) svantaggiate (traduzione di handicappate) rispetto alle condizioni di partenza du cui può godere un italiano medio. Come non pensare alla nostra cara e vituperata Costituzione?

Art. 3.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Quando si parla di intergazione lo si deve fare a partire da dei parametri, dei modelli e delle vie d’accesso ben precise. Ad esempio, Di Giuspeppe sostiene che non possa darsi integrazione sulla base dellla religione. De relgioni rivlelate, come Islam e Cattolicesimo, sono portatrici di verità assolute, e due verità assolute diverse non si possono integrare. La religione è giusto che rimanga una fede ersonale (tanto più che ricerche psicologiche hanno dimostrato che i fedeli vivono meglio e più a lungo degli atei), ma non è un buon veicolo di integrazione.

Alfonso Di Giuspeppe conclude con una proposta concreta che coincide in parte con la considerazione fatta da me sull’intervento di Canevacci all’inizio della tavola rotonda. Di Giuseppe propone “l’integrazione attraverso l’arte”. L’arte non propone verità assolute, ma illusioni relative. L’arte ha un valore proiettivo che fa sì che nelle opere ognuno possa vederci contenuti differenti in base alla propria individualità.

Opera d’arte come campo potenzialmente sterminato (opera aperta) di verità parziali basate su un’illusione. L’opera, dematerializzata, è anche il luogo in cui possono venir prodotte e integrate istanze culturali e personali più irriducibili.



Link esterni:

> More info su Casa Comune 2000

> Blog de “La Lumaca” – Il notiziario diversamente abile

Esponente dell’Arci di Rieti, direttirce di un GAS (Gruppo di Acquisto Solidale) ed esperta di decrescita, propone, a partire proprio dall’ambiente del mercato in cui si stava per svolgere la mostra e dagli articoli ortofrutticoli in esso venduti, un sistema economico alternativo, non utopico, ma realizzabile da chiunque con piccoli passi e lievi cambiamenti nello stile di vita. Cambiamento radicale che parte dal basso, a partire da icrogruppi e piccole azioni quotidiane.

Il PIL, che cresce a prescindere dalla qualità dell’attività economica contabilizzata, non è un buono strumento di misura per la crescita. Calcolando indifferentemente il volume di scambi prodotto da incidenti e disastri (che naturalmente inducono notevole afflusso di investimenti) non può essere assunto come metro di benessere.

Di fronta alla constatazione di fatto, dice la Patacchiola, che su un Pianeta di misure limitate non può darsi una crescita illimitata, non ci possiamo accontentare di una riduzione della crescita in quanto il limite, anche se magari più lentamente, verrà comunque raggiunto (e comunque con effetti disastrosi).

Soluzione, seguendo Serge Latouche, è la decrescita economica, basata su un paradigma etico di solidarietà piuttosto che di profitto.

Link esterni:

> Blog dell’Arci di Rieti

Passando da un discorso teorico sulla musica (quello di Gagliarducci) è stato naturale lasciare la parola a Cheikh Dieng. Egli, oltre ad essere segretario generale dell’associazione religiosa La casa della pace, è anche leader del gruppo musicale degli Heartbeats Melody.

Anche nel suo caso, avvalorando la mia scelta di dare un titolo poliglotta alla mostra (Il mercato della frutta | Fruit market | 水果市场 | Marssewou menient), esordisce nella sua lingua madre, il wolof.

Considerando il suo duplice ruolo, egli ha dapprima illustrato lo statuto dell’associazione; ha parlato della filosofia guida dell’associazione e del muridismo. Ha proseguito poi col parlare del rapporto con la comunità di Ladispoli e illustrare la partecipazione al progetto Il mercato della frutta. Da qui, poi, ha trattato il coinvolgimento personale come musicista al concerto tenutosi nella serata inaugurale e del coinvolgimento dell’associazione, il giorno seguente, nell’ambito della esecuzione di un Kurel secondo la tradizione murid.

E’ stato mostrato un estratto video con una performance del Kurel, che è lo stesso estratto che ripropongo qui sotto:

Secondo Cheikh, la condotta morale che si deve tenere su questa Terra è direttamente collegata con i frutti che si raccoglieranno nell’aldilà.

Imparare ad adorare Dio permette di svegliare le conoscenze e resistere:

- alle forze coloniali;

- alle forze tentatrici del proprio corpo.

Cogliendo lo stimolo proveniente dal discorso di Canevacci sull’ordigno simbolico della musica, decido di cambiare in corsa l’ordine degli interventi previsti e dare la parola ad Andrea Gagliarducci, autore di un libro dal titolo La musica dell’altro (disponibile anche su Internet Book Shop).

La musica come dispositivo culturale eminentemente corporale che, a detta di Canevacci, rappresenta una via euristica di apertura empatica fra individui “appartenenti” a culture diverse, ha a che vedere con il discorso più prettamente linguistico proposto in La musica dell’altro?

Andrea Gagliarducci ha detto che lui intende il linguaggio come musica (non solo come una musica, né tantomeno intende egli semplicemente parlare della muscia come un linguaggio).

Gagliarducci concepisce la musica, credo alla stregua di quanto facesse Heidegger con il linguaggio, come “ciò in cui siamo dentro”. Ciascuno vi è situtato, come uno strumento perfetto e meraviglioso che emette a propria parte di musica (una musica parziale, magari simile a quella degli altri, ma necessaramwnte diversa ed indicibile). La singolarità dell’evento musicale che ciascuno di noi rappresenta fa sì che ciascuno sia straniero agli altri ma anche a se stesso. La sfida, per Gagliarducci, non è quella di trovare un massimo comune denominatore tra i diversi fattori, bensì di mantenere le differenze. “Mantenerci diversi”, ha testualmente detto.

Oggi le identità vengono messe sul mercato e questo non è necessariamente negativo, ma lo diventa nel momento in cui per  far sentite la propria voce non si riesce né ad ascoltare quella degli altri, né ad ascoltare/capire quella degli altri.

Dopo queste parole di introduzione egli ha seguito piuttosto fedelmente l’abstract di che aveva inviato in fase di preparazione della tavola rotonda. Tale abstract è talemente ben scritto e ricco di stimoli, che ritengo opportuno pubblicarlo.

LA MUSICA DEL MERCATO, LA MUSICA E’ IL MERCATO

Sono cresciuto in un piccolo paese, Pontecorvo, e vivevo al centro della città. Per anni il mercato si è svolto proprio sotto casa mia, tanto che avevamo la necessità di andare a parcheggiare la macchina fuori il giorno prima per essere in grado di uscire dal paaesello, nel caso ce ne fosse bisogno. Ricordo ancora la sensazione che avevo la mattina quando andavo a scuola, e la sensazione che mi prendeva al ritorno. All’andata, era un mercato in via di definizione, già vivo, con le voci delle persone che si sovrapponevano una sull’altra. Eppure non era un sovrapporsi rumoroso, quanto piuttosto la dolcezza di un rumore, un brusio di fondo. Forse è lo stesso brusio di fondo che sentiamo se ci fermiamo ad ascoltare la nostra vita. Non il cuore. La vita. Al ritorno, c’era un senso di disfacimento, mentre ogni bancarella veniva smontata… come un’eco delle voci, del chiasso, delle storie di vita che si erano incrociate in quella giornata. Qualcosa di più dello scambio di merci. Era uno spazio nel quale si raggruppava il dono, lo scambio, l’incontro, la prossimità a qualcuno di diverso. Una volta mia nonna diede qualcosa a un extracomunitario che vendeva pupazzi. Non voleva niente in cambio. Questo la inseguì, le regalò un pagliaccio. È un pagliaccio che è rimasto nella cantina di mia nonna, e che tuttora non ho il coraggio di guardare: ci sento una storia dentro, qualcosa di più grande di me.

Il mercato della frutta di cui oggi parliamo rappresenta per me qualcosa di molto simile a quelle sensazioni. Una sorta di spazio aperto dove profumi, colori, suoni si mescolano in una maniera strana, dove strano è un termine che definisce la stranierità di ogni cosa all’altra. Stranierità, perché diversa, straniera, ma non per questo considerata necessariamente negativa. Il mercato, in fondo, è un luogo di stranierità. Siamo stranieri a noi stessi, prima di tutto, e lo dimostra la fatica continua che facciamo a capirci, comprenderci, guardarci dentro; siamo stranieri a chi ci è vicino, perché anche un amico è qualcosa di diverso da noi, e non ne possiamo comprendere ogni singola sfumatura; siamo stranieri all’interno di ogni circostanza, perché ogni circostanza necessita una continua ridefinizione di quello che siamo e che vogliamo essere. Ecco perché un luogo come il mercato rappresenta un luogo di stranierità: perché vi si incrociano diversi tipi di stranierità, ed è un incrocio continuo e vivo, che ha a che fare prima di tutto con il movimento del mercato. Il mercato, infatti, non è fermo, ma cambia continuamente la sua fisionomia, come un volto che passa dal sorriso al pianto attraverso tutta una serie di sfaccettature intermedie, tante minuscole espressioni facciali che solo chi ci è meno straniero può notare. Il mercato non annulla le differenze, ma le mette una vicino all’altra, le mescola o spesso le mette semplicemente in condizione di confrontarsi. Il mercato è un luogo di prossimità, nel senso fisico del termine.

Trovo particolarmente interessante che questo mercato di Ladispoli sia un “polo” all’interno di una cittadina nata per essere disabitata, come si legge nella curatorial dashboard. Per venire al mio campo, l’idea mi dà l’impressione di un qualcosa di ancora più vivo: un vuoto di significato da riempire, un posto dove i significati vanno e vengono, e non si escludono, ma si includono. Il mercato è un generatore di significanti, per dirla con Saussure, oppure molto più prosaicamente è il luogo in cui le parole e le cose si uniscono, fino a formare suoni particolari e stravaganti. Stravaganti nel senso positivo ed artistico del termine. Noi stiamo riempiendo di significato in questo momento un luogo che luogo non è. Stando alla definizione di non-luoghi di Marc Augéé, il non-luogo è un posto che non possiede prima di tutto una memoria storica, che non ha una precisa identità. Ecco, quanti di noi sono qui oggi, e passano il tempo all’interno di questo mercato, e interagiscono con questo mercato, fanno di questo non-luogo un luogo. Riempiono il luogo di significato. È un procedimento peculiarmente umano. Che ha parecchio a che fare con una serie di cosa: l’alterità, la musica, il volto.

Tralascio il primo, che farà capolino continuamente in questo breve discorso, e parto dall’ultimo, perché è già entrato prepotentemente tra noi nel momento in cui ho definito il mercato “un volto che passa dal sorriso al pianto attraverso tutta una serie di sfaccettature intermedie”. Il volto è il luogo dell’altro, come ci insegna Lévinas. Tutto il lavoro di Lévinas è un andare incontro al volto dell’altro. Per lui (ma anche per me) il volto ha una caratteristica che lo rende unico: è irriducibile. Quando io mi approccio a un volto, questo volto mi interroga. E poi pronuncia un comandamento: non ha bisogno di dirlo a parole, perché lo pronuncia con la sua stessa esistenza: “Tu non ucciderai”. Ovvero: tu non mi ridurrai ad altro, non mi renderei qualcosa di diverso da quello che sono. Di fronte al volto dell’altro, è forte la tentazione di ridurlo a qualcosa di altro da se stesso, e di uguale a me, piuttosto che di renderlo altro da me, ed amarlo per questo. Succede ogni volta che – ad esempio – un amico si comporta in un determinato modo e noi pretendiamo che faccia esattamente quello che pensiamo noi. Quando ci aiuta a modo suo, e noi vorremmo ci aiuti a modo nostro. E invece dovremmo cogliere la sua alterità, il suo diverso modo di fare e di essere. In ogni altro caso, stiamo uccidendo l’altro. Mi rendo conto che si tratta di una definizione che ai più può apparire estrema. Per ora, mi limito a chiedervi di non uccidere questa definizione e di capirne il senso profondo, sganciandola da ogni personalismo. Grazie.

Questa idea mi dà anche una prospettiva per questo mercato. Un luogo dove opere d’arte diverse si incrociano, e sono fruibili al pubblico in maniera varia. Una mostra che mantiene unità di spazio, tempo e luogo, secondo quello che dice Aristotele. Una mostra che è un teatro nel quale le identità si incontrano e interagiscono, cosa che in effetti poi noi riproduciamo a teatro. La differenza è che il testo scritto qui è la vita. E la vita è fatta di continui incontri con la differenza. Non esistono dicotomie fisse, ma solamente dicotomie che servono per comprendere. Abbiamo bisogno di scomporre significati per comprendere la totalità delle cose, pur sapendo che l’intuizione ci permette una visione globale incredibilmente più realistica, anche se assolutamente più difficile da gestire. Anche questa, mi rendo conto, è una posizione estrema. Ma ci porta ad una apertura secondo me singolare.

La prima grande esperienza di incontro con la differenza nella storia dell’umanità è stata probabilmente la distruzione della Torre di Babele. La Bibbia dice che Dio disperse gli uomini e ne confuse le lingue, perché non si comprendessero più e non avessero la superbia di cercare più di essere come Dio. Sembra una punizione. Ma io vedo la cosa da un punto di vista differente. Ho appena pubblicato un piccolo libro, “La musica dell’altro”, tutto dedicato all’incontro con la differenza, e la mia interpretazione dell’episodio della Torre di Babele è proprio nella copertina di questo libro. Ve la leggo, perché è più semplice: “Babele è stata il dono di Dio all’uomo, perché questi non fosse individualista, ma passasse la vita comprendere l’altro. Babele è stata la risorsa musicale alla crescita dell’uomo nella relazione”.

Cosa c’entra il mercato con questo? Il punto è che la questione Babele ci permette di combattere l’individualismo, ma non ci impedisce di essere individuali. Così ognuno di noi, di fronte a questo mercato della frutta, può avere un approccio individuale all’opera. E, allo stesso tempo, può avere un approccio relazionale che si basa sulla differenza. Il consiglio che mi sento di dare, come buona pratica, senza presunzione, è quello di lasciar scorrere ogni opera esposta sulla propria pelle per quello che è, e di comprendere prima di tutto il significato d’insieme di questa mostra. Che è poi quello di accostare le differenze senza annullarle.

È un’esperienza che ci viene da Babele, e che noi possiamo fare proprio perché abbiamo maturato questa millenaria esperienza. Il mercato della frutta è come un mercato delle identità nelle quali il vestito dell’identità viene preso in prestito e vissuto, ma non scambiato. Sono abiti stranieri che mettiano al di sopra della nostra stranierità. Riusciamo a comprendere il tutto solo se abbiamo un’idea globale del tutto. Ma c’è una caratteristica, tipica del mercato: a volte si urla. A volte una persona vuole sovrastare le altre, imporsi, mostrare di essere superiore. A volte si cerca una leadership delle identità, oppure una leadership per distruggere le identità: a mio avviso si tratta della stessa cosa, semplicemente vista da due prospettive diverse. Il risultato, in fondo, è sempre lo stesso: si crea una certa disarmonia, perché allo stesso tempo si crea una certa asimmetricità. Le identità non sono più alla pari. È quello che succede, in fondo, ad una nostra particolare percezione quando ci accostiamo ad un’opera d’arte: lo sono tutte, ma qualcuna ci appare più opera d’arte delle altre, perché ha colori più sgargianti magari. L’ho detto male: qualcuna delle opere d’arte ci catalizza l’attenzione, e impedisce di guardare il resto. È un discorso che non ha molto a che fare con il gusto, quanto con la nostra capacità di selezionare e vedere una globalità di situazioni diverse. Spesso selezioniamo nel momento in cui dovremmo essere globali.

È quello che ci succede di fronte all’altro. Quando ci troviamo di fronte all’alterità, spesso tendiamo a non considerarla per quello che è. La vogliamo ridurre a noi, come ho già detto prima, e non ci accorgiamo che in fondo la bellezza è anche in quello che è.

A guardar bene, si tratta di una questione “musicale” (e così veniamo al secondo punto di cui ho parlato in precedenza). Perché l’altro può essere preso in considerazione secondo i parametri della musica? Prima di tutto, la musica è irriducibile. Certo, possiamo concentrarci su quello o quell’altro strumento. Ma, per comprendere fino in fondo la sinfonia, dobbiamo prendere la globalità della musica. La dobbiamo cogliere per quello che è. Ci può piacere o non piacere, ma non la possiamo scomporre. Non subito. È un procedimento che il filosofo francese Paul Ricoeur chiamava del comprendere e dello spiegare, dove il comprendere (cioè la globalità) veniva sempre prima dello spiegare. La spiegazione è la riduzione ai minimi termini, ma per ridurre ci deve prima essere una globalità che ci interroga. I parametri della musica ci aiutano a comprendere l’altro perché sono l’altro: in fondo, noi non siamo altro che prismi di suoni e silenzi. Noi siamo non solo quello che diciamo, ma il modo in cui lo diciamo, l’inflessione, la voce. Da un suono si comprende una intera persona.

Approcciarsi all’altro a ritmo di musica: è questo il suggerimento che mi sento di dare. C’è stata una musica anche nell’installare queste opere d’arte, e c’è una musica nel fruirle. È un suono che ogni artista sa bene di dover riconoscere, per comprendere se è stato compreso. C’è una musica in questo mercato, anche ora che sembrate in silenzio e all’ascolto, anche prima che si passeggiava tra le opere d’arte chiacchierando del più e del meno.

C’è un tempo musicale e un linguaggio musicale. E il gioco delle differenze si svolge proprio su questo spartito, fatto di un linguaggio peculiare (che è poi quello che diciamo) e di un tempo particolare, nel quale non è solo il testo a contare ma anche il modo in cui il testo viene agito e interpretato. Per comprendere le differenze c’è bisogno di quelli che io chiamo lettori capaci, mutuando l’espressione di uomo capace di Paul Ricoeur. Il lettore capace è colui che si sa mettere in ascolto, che sa cogliere ogni singola implicazione di ciò che sente, e che è in grado di non ridurla a qualcosa di altro, ma ad un sé. Il lettore capace è fondamentalmente una persona che ama. Il lettore capace è, in seconda istanza, una persona in grado di fare conversazione.

Preferisco parlare di conversazione e non di dialogo, perché il dialogo – e mi rifaccio sempre a Lévinas, ma anche a Martin Buber – presuppone un tu che va verso un io, mentre io ci tengo a considerare la totale parità del rapporto tra sé e l’altro. Conversazione, dunque, in cui ogni singolo strumento ha pari valore nello spartito, pur suonando una partitura differente. C’è molto dell’idea di convivialità in questa affermazione. Il convivio altro non è che un ricevimento di persone, durante il quale si conversa amabilmente. L’idea è quella di creare un convivio musicale, ovvero un incontro nel quale l’aspetto musicale dell’uomo sia considerato.

Personalmente – ed è spero l’ultima affermazione drastica di cui vi faccio omaggio – credo che la cosa più umana che ci possa essere è il suono di una risata. Ci insegnano a soffocare il riso, a metterlo da parte. Ogni volta che penso alla risata, mi ricordo del trattato sul riso di Aristotele che scatena la furia omicida del bibliotecario Jorge ne “Il nome della rosa”, e poi penso a John Dee, alla sua lingua degli angeli, che altro non è che una risata, e quindi a P.G. Woodehouse, il grande umorista inglese, in grado di volgere al riso anche la sua esperienza nei campi di concentramento, che qualcuno ha voluto immaginare abbia trovato la sua vena poetica scoprendo proprio lo scrigno di John Dee dove era stato annotato il linguaggio degli angeli, che consisteva appunto nel far ridere le persone.

La risata è irriducibile, perché prorompente. La risata dice molto dello stato d’animo di una persona, a partire proprio dalla sua musica, dal modo in cui questa risata viene messa sullo spartito della vita: si tratta di una risata “mozza”, aperta, di una risata ironica o spontanea? E perché si sta ridendo? Tutto questo ha a che fare con la totale genuinità dell’essere umano. Ogni volta che si entra nel mercato, e ci si imbatte in questo crogiuolo di suoni che sono poi le persone altre da sé, beh, la cosa più bella da fare, la cosa che si riconosce prima di tutte è la risata. Specialmente se è la risata di un bambino. Usciti da questa tavola rotonda, fatelo un esperimento: cercata la prima risata intorno a voi, e ascoltate la musica delle sensazioni che vi scoppiano dentro. Non le reprimente: semplicemente ascoltatele. È il primo passo per andare incontro alle differenze.

Perché il percorso musicale verso l’altro è un percorso che parte dall’altro da sé, passa dal prossimo e arriva al lontano, in una soluzione continua, senza pause, senza necessità che venga scomposto per essere compreso. Vedere l’altro come musica significa essere completamente aperto all’altro, e porci di fronte all’altro con tutte le nostre debolezze. Anche con la debolezza di una risata!

Dopo una breve pausa ed un rinfresco a base di frutta, Luca Simene ha iniziato il suo intervento, effettuato sia in italiano sia in inglese.

Egli ha efettuato una breve escursione storica sullo sviluppo della disciplina antropologica trattando il punto cardine della rappresentazione visuale dell’altro ( “reciprocità degli sguardi” di cui parlava Canevacci). La posta in gioco, per Luca Simeone, è la relativa inclusione/esclusione dell’oggetto studiato e il correlato grado di coinvolgimento del soggetto osservante.

Erede delle Esposizioni Universali e dell’evoluzionismo, l’antropologo degli albori no concepiva nemmeno la possibilità di trattare li indigeni come esseri umani dotati di una dignità equivalente a quella di qualsiasi altro occidentale. Molto più semplice era, al fine di una analisi scientifica, operare una classificazione di popoli e razze, in cui le voci dissidenti veniasero non dico espunte ma semplicemente ignorate; la complesidtà delle relazioni, omessa.

Mele, pere e banane, ognuna nella sua cassetta, non potevano venire confuse tra di loro e con altri tipi di frutta. Soprattuto, ogni esemplare all’interno di una asetta, non presentava differenza significative rispetto agli altri esemplari.

La voce che regnava sovrana era quella dell’antropologo, e l’immagine che veniva proposta era quella di un Altro oggettivato e artificializzato, costretto a rispecchiare l’immagine di partenza che l’antropologo voleva ottenere.

Appiccicato con forza all’immagine tradizionale e subalterna che gli viene imposta, il nativo non aveva voce in capitolo.

Link esterni

> Website di Luca Simeone

> Blog di Luca Simeone

L’arte Frutta

30 ottobre 2009, dalle 15:30 alle 19:30

Sala convegni della Biblioteca comunale di Ladispoli

Tavola rotonda con la quale si è inteso discutere apertamente e pubblicamente i temi portanti della mostra “Il mercato della frutta”, che si sarebbe inaugurata il giorno successivo.

Gagliarducci, Dieng e Simeone
Gagliarducci, Dieng e Simeone

Esperti provenienti da discipline e campi di esperienze eterogenei sono intervenuti alimentando una discussione stimolante e partecipata.

Nell’introdurre l’approccio curatoriale ed alcuni temi messi in gioco nella mostra (consultabili nella curatorial dashboard), ognuno dal suo punto di vista, hanno preso parte:

- Massimo Canevacci (docente di Antropologia culturale in varie Università del mondo)

- Andrea Gagliarducci (filosofo del linguaggio e vaticanista)

- Cheikh Dieng (segretario generale dell’associazione La casa della pace)

- Luca Simeone (interaction designer e antropologo)

- Valeria Patacchiola (rappresentante dell’Arci di Rieti)

- Alfonso Di Giuseppe (psicologo e rappresentante della cooperativa sociale Casa Comune 2000)

Ad ogni nome c’è il link al relativo intervento. Premetto che sono riproduzioni fatte in base unicamente ai miei appunti personali, quindi non possono essere considerate resoconti oggettivi. Mi scuso di avere dato diversi pesi agli interventi. Spero di non aver comunque travisato i contenuti e di suscitare stimoli alle persone che furono presenti (commentare, modificando e aggiungendo) e a chi leggesse per la prima volta.

Il titolo dato alla tavola rotonda, L’arte frutta, vuole indicare il fatto che in particolare sono sati affrontati due dei temi cardine della mostra Il mercato della frutta:

- Intendendo il termine frutta come verbo: il tema del rapporto fra opera d’arte e mercato (non solo quello della frutta o dell’arte, ma in generale la necessità di dare forma ad un costrutto riconoscibile come artistico e che possa acquisire un valore all’interno di un sistema economicamente stabiliti) . Quali parametri vengono tenuti in considerazione da chi produce  e da chi fruisce opere d’arte nell’ottica di ridurre valore? Oggi che autenticità, originalità, bellezza… non sono più dei valori (quando non siano divenuti disvalori)….

- Intendendo il termine frutta come sostantivo: il tema della contaminazione culturale; quale punto di vista sulla società polifonica di oggi? Cosa può fare l’arte? Analisi o anche modello si integrazione?

Canevacci in videoconferenza dalla Cina

Canevacci in videoconferenza dalla Cina

In attesa del video che sto montando e del programma radiofonico che RAM sta preparando sulla performance, quello che segue è un resoconto poco oggettivo che mira a restituire il racconto di un evento (e soprattutto della sua preparazione) da un punto di vista preciso e volutamente parziale: quello di un curatore che ha appena concluso un’esperienza importante di ricerca e di approfondimento. Stendo questo racconto al fine estremamente personale di capire alcuni meccanismi messi in moto ma che avrebbero rischiato di passare inosservati; ancor di più vorrei capire i  miei errori. Ma già so che in questo compito sarò poco bravo. Ed è soprattutto questo il motivo per cui ho deciso di sottoporre questo racconto per certi versi così intimo (e meno indirizzato al pubblico rispetto a tutto quanto io abbia pubblicato su questo blog sin’ora) all’attenzione di un gruppo anonimo ed eterogeneo di internauti che spero voglia aiutarmi in questa autocritica.

Sono passati più di due mesi dalla mia prima lezione di Fondamenti di Matematica. Da quel giorno (quasi) ogni lunedi, mercoledi e venerdi ho cercato di districarmi fra i teoremi e le dimostrazioni che sostanziano la teoria assiomatica degli insiemi.
Il fatto che con il passare delle settimane la mia abilità matematica crescesse in modo inversamente proporzionale alla personale convinzione di stare operando all’intenro del campo artistico, non significa che io sia diventato un esperto di matematica (tanto quanto non significa che il dubbio dal quale la ricerca era partita abbia alla fine corroso la finalità precipauamente artistica e filosofica della performance che ho curato).

Lezione dopo lezione, il professore (Claudio Bernardi) mi forniva un numero crescente di argomenti che io cercavo di metabolizzare su un duplice livello. Da una parte (per lo più nelle mattinate) raccoglievo tutta la mia diligenza per studiare ed esercitarmi al fine di ottenere la capacità di utilizzare correttamente gli strumenti; d’altra parte (per lo più nottetempo) lasciavo libero il mio pensiero e scrivevo le mie riflessioni sul blog, ne parlavo con Emilio o semplicemente le lasciavo maturare in me stesso affinché quegli stessi strumenti potesseto iniziare a configurarsi come arnesi adatti ad essere utilizzati da Emilio.

Un punto di svolta che coinvolse sia il mio apprendimento sia la preparazione della performance avvenne a fine aprile.
Emilio Fantin mi aveva da poco fatto notare un certo commento ricevuto a Project nell’ambito di DoDai. Esso recitava: “Ricorsività o involuzione?”. In quella settimana fu chiaro che Project sarebbe stato il lavoro portato come esempio nella performance di quest’anno,  anche se presentava assai più problemi dei lavori utilizzati in Autoreferenziale. Project era molto più recente e metteva in campo elementi assai meno decifrabili rispetto all’autoreferenzialità.

Emilio Fantin ed Emanuele Sbardella durante la performance del 2008, Autoreferenziale

Emilio Fantin ed Emanuele Sbardella durante la performance del 2008, Autoreferenziale

All’inizio di quella settimana cruciale, quindi, l’assillo che non mi faceva dormire era il tema che, fra la varie proposte che ci giravano in testa, avremmo alla fine proposto ed Emilio affronteto durante la performance. Inizialmente sembrava aver preso un certo vantaggio sulle altre proposte il tema dell’involuzione. Questo concetto, messo in gioco dal comemnto che Emilio mi aveva fatto notare, era riconducibile anche ad alcuni argomenti di metematica. Tuttavia esso, applicato all’arte, era sin troppo ambiguo; applicato alla matematica, per me, ancora troppo oscuro.

Ecco un esempio dlele e-mail che ci scambaivamo in quel periodo. Io scrivevo:

Le involuzioni sono funzioni che applicate de volte allo stesso insieme fanno si che risulti l’identico insieme iniziale, come nel caso della simmetria. Applicare due volte la simmetria, rende nuovamente l’identità.

Nel caso di Project è difficile individurare questi due momenti, ma concettualmente non impossibile. Infatti si potrebbe dire che in un primo momento l’apertura dell’opera (U. Eco) è tale che ogni commento espande il significato dell’opera, ma in un secondo momento si è costretti sempre a tornare sull’insensatezza del primo disegno a matita.

Un primo moviento applica un’aggiunta che da una specie di (+1) all’insieme iniziale. Tale che (n+1); un secondo movimento costringe a ritornare sullo stesso misero elemento di partenza (n).

Nemmeno Emilio era molto convinto della possibilità di poter direzionare la performance lungo questa traiettoria, e il titolo provvisorio di Involution de l’art cedette facilmente il passo quando in quella settimana di fine aprile emerse con chiarezza un tema di fondo diverso dall’involuzione (il buon ordine, di cui parlavo in questo articolo) e la necessità di lasciarlo sullo sfondo senza imperniare comunque la performance su di esso.

Alla fine della medesima settimana la svolta è stata sancita dal fatto che il professore mi abbia invitato alla lavagna a fare un esercizio (nella fattispecie, moltiplicazione di ordinali) che sono riuscito a risolvere con un dignuitoso successo.

Di lì in poi la fase ideativa della performance è stata considerata conclusa, ed iniziavano a farsi sentire necessità organizzative più puramente tecniche (dalla comuicazione all’allestiemento, passando per il fund raising).

In primo luogo ho consolidato gli accordi e le colaborazioni con FB (Fondazione Baruchello), RAM (radioartemobile) e MLAC (Museo Laboratorio di Arte Contemporanea); rispettivamente nelle persone di Carla Subrizi; Dora Stiefelmeier, Mario Pieroni e Ilari Valbonesi; Simonetta Lux e Domenico Scudero.

In secondo luogo ho scritto, sempre con la supervisione di Emilio Fanitn, un volantino informativo teso a preparare gli studenti

Infine ho preso accordi con ciscuno degli operatori che avrebbero in qualche misura preso parte all’organizzazione dell’evento, svolgendo il loro lavoro. La bidella mi ha fatto scoprire il funzionamento delle tapparelle veneziane; la portineria di matematica mi ha spesso controllato materiale lasciato in deposito; i vigilanti all’ingresso dell’università hanno acconsentito a far entrare la vettura di RAM per depositare le pesanti attrezzature di fronte al dipartimento di matematica; il professore della lezione che precedeva la nostra ogni mercoledì ha acconsentito a che venissero installati videoproiettore e schermo prima dell’inizio della sua lezione.

Oggi scrivo questo resoconto personale della mia esperienza curatoriale, a due giorni dalla conclusione della prima fase della performance di Emilio Fantin.

Emilio Fantin

Emilio Fantin

Essa è avvenuta il 6 maggio 2009.
Il giorno precedente, il 5 maggio, l’artista era giunto da Bologna ed in serata abbiamo discusso gli ultimissimi dettagli e fatte le ultime prove all’interno della studio a Trastevere messo gentilmente a disposizione da Cesare (Pietoriusti).

Tutto sembrava andare per il verso giusto, fin quando non decidaimo di connetterci ad intenet per provare a leggere i commenti direttamente dal blog di BridA (come sarebbe accaduto l’indomani). Il blog non si apriva. Nemmeno da un altro computer o sostituendo i cavi. Parte una chiamata skype di urgenza a Sendi (Mango di BridA, di cui fa parte insieme Tom Kerševan e Jurij Pavlica), e alle ore 23:00 veniamo a scoprire che c’è un  problema con il loro internet provider. Ad evitare il peggio c’è stato l’impegno di Sendi a risolvere il problema, passando la notte in binaco mentre io ed Emilio andavamo a riposarci rimettendoci alla buona riuscita del suo intervento in extremis. Quando la mattina del 6 maggio alle ore 7:30 stavo già all’Università per sistemare il materiale, il mio più grande ringraziamento è andato a lei quando tra le altre cose ho verificato che il loro blog era nuovamente funzionante.

Monto la strumentazione in 5 minuti

Monto la strumentazione in 5 minuti

Alle 9:00 Emilio era già arrivato, ed insieme abbiamo atteso l’arrivo dei pochi invitati a questa performance che praticamente si sarebbe svolta a porte chiuse. Alle 10 l’aula si era liberata ed alle 10:15 tutto era pronto per iniziare. Emilio Fantin presetato brevemente dal professor Claudio Bernardi al centro, ed io defilato in postazione regia, fra il mio labtop ed il videoproiettore che mi aveva prestato Alberto (Tessore di 20eventi).

La lavagna e il computer - Foto di Ilari Valbonesi

La lavagna e il computer - Foto di Ilari Valbonesi

Il tempo a nostra disposizione era di circa mezz’ora, ma alla fine il dibattito che la performance ha suscitato ha fatto si che ci siamo potuti congedare solo alle ore 11:00 (dopo quasi un’ora). In questo performance formato lezione, l’artista ha contemporaneamente esposto un suo lavoro precedente e lo ha espanso fino a farci rientrare la situazione attuale.

Una volta usciti dall’Aula C del Dipartimento di Matematica, io ed Emilio siamo stati intervistati da Ilari Valbonesi (RAM) nel giardino della Sapienza, dietro al rettorato.

Alcuni dei post che ho scritto nel mio blog,  durante la curatele dell’evento.

> Geometria intuitiva http://emanuelesbardella.wordpress.com/2009/03/05/fondamenti-della-matematica_geometria-intuitiva/

> Assi(omi) http://emanuelesbardella.wordpress.com/2009/03/05/fondamenti-della-matematica_02-assi-e-assiomi/

> Astrattismo e insiemistica http://emanuelesbardella.wordpress.com/2009/03/09/fondamenti-della-matematica_03-insiemi-e-astrazioni/

> Le  proprietà di un insieme http://emanuelesbardella.wordpress.com/2009/03/10/fondamenti-della-matematica_04-insiemi-e-proprieta/

> L’insieme degli articoli che… http://emanuelesbardella.wordpress.com/2009/03/11/fondamenti-della-matematica_05-linsieme-degli-articoli-che-fanno-riferimento-a-questo-articolo/

> Le bellezza dei numeri http://emanuelesbardella.wordpress.com/2009/03/11/fondamenti-della-matematica_05-linsieme-degli-articoli-che-fanno-riferimento-a-questo-articolo/

> Il Buon Ordine http://emanuelesbardella.wordpress.com/2009/04/10/fondamenti-della-matematica_07-buon-ordine/

> Formalizzazione di NoMA (un  mio progetto artistico) http://emanuelesbardella.wordpress.com/2009/04/10/fondamenti-della-matematica_07-buon-ordine/

> Inconscio e matematica http://emanuelesbardella.wordpress.com/2009/05/01/fondamenti-della-matematica_09-inconscio-fra-arte-e-matematica/

Quando Freud parla di premio di seduzione intende riferirsi al compromesso testuale che avviene fra produttore e fruitore di un’opera nel momento in cui il secondo cerca una via d’accesso al mondo profondo che il primo ha ricostruito dietro la facciata dell’opera, in connessione con il proprio inconscio. Che la via d’accesso sia stata programmaticamente istituita dall’artista o arbitrariamente proiettata dal fruitore, si creerebbe in ogni caso un legame fra le fantasie profonde attraverso il disvelamento delle verità nascoste nell’opera, alle quali si può accedere non in maniera diretta, ma solo tramite la simulazione di un mondo più facile – la seduzione formale del bello – che addolcisce realtà altrimenti repellenti, ripugnanti o altamente imbarazzanti.

Cosa resta di questo escamotage formale nelle operazioni artistiche messe in atto da artisti contemporanei quali Wang Ruobing e Yak Seah?

Io credo che la realtà profonda cui si dà accesso attraverso le loro opere non sia pregna dell’erotismo freudiano, e che pertanto sia il caso di fare un’analisi del termine seduzione per recuperare il suo etimo originale.

Il latino seducere non contiene implicazioni negativa, né tantomeno sensuali. Solo con Tertulliano inizierà ad assumere una prima connotazione negativa (deviare, traviare), e molto più in là coloriture erotiche. Originariamente il verbo ha semplicemente a che fare con la separazione, il sottrarre, il condurre in disparte. La seduzione, in questa accezione originaria, è un fattore virtualizzante in grado di aprire feritoie nel muro di cemento della quotidianità e sparare fuochi d’artifico in grado di lasciare immaginare altri mondi possibili.

La fantasia che scaturisce dall’opera nel momento in cui vi si entra non è che un utopia, la quale prende forma non solo dall’opera ma dal movimento fra opera e contesto, in quello spazio immaginario creato nella diade discorsiva artista-curatore (intesi come agenti plurali. La diade include nell’atto pragmatico istanze diverse, come le posizioni teoriche, le condizioni economiche, le pratiche antropologiche degli artisti, dei curatori, dei collaboratori e di altri soggetti implicati).

Utopia di un mondo che si radica nel mondo presente, ma che devia verso altre possibilità esistenziali. Utopie di mondi futuri (e non fantasie di relazioni originarie) sono quelli che si colgono dall’empatia con questi artisti, attraverso le loro opere. Per cogliere appieno la forza di queste utopie, però non ci si può limitare a considerare le opere in sé, ma nemmeno in stretta relazione con lo sazio reale (sociale, economico) del mercato. L’opera fa parte di un contesto, che è lo spazio immaginario, in cui il contesto stesso non è altro che una rielaborazione immaginaria dello spazio stesso. Ogni opera ed ogni mostra, anche quelle più site specic, si riferiscono al luogo, ma soprattutto ad un mondo che è quello elaborato dalla diade discorsiva artista-curatore (articolo correlato, Origami_01).

D’altronde anche Freud si rese conto, ad esempio, che una Verführungsszene (scena di seduzione) – tipico trauma alla base di isterie presenti nel paziente – non è mai totalmente una scena reale, ma una un fantasma inconscio, una rielaborazione psichica che fa realtà a sé.

Questo accade anche nel testo curatoriale (la mostra come interrelazione fra idea curatoriale e opere), il quale non agisce direttamente sul luogo fisico o sulla rete sociale, nemmeno quando è altamente site specific come nel caso della mostra Il mercato della frutta – The pure products of Italy go crazy. Il testo curatoriale agisce anche sul luogo fisico e sulla rete sociale, basti pensare al lavoro di restauro cella sala espositiva o alle amicizie con i lavoraotri nate nel periodo di preparazione della mostra. Ma questa azione è indiretta e speculare; costituisce un riflesso di una preventiva preparazione del testo curatoriale in un luogo ideale e in cui si preparano le strutture del senso. Il mercato è stato prima trasposto in un cronotopo per la concettualizzazione della mostra, e poi è stato trasformato durante e attraverso la realizzazione delle opere ed il loro, per così dire, funzionamento.

La necessità di lavorare sullo spazio della mostra come cronotopo ancor prima che come spazio reale è una esigenza di simulazione che permette di virtualizzare ed evidenziare gli aspetti salienti. Inoltre la differenza tra una comune rappresentazione sociale e la sua elaborazione artistica non si può sanare se si usa come lente solo la categoria del reale (non parlo del reale psicanalitico; usando una terminologia lacaniana avrei dovuto dire “se consideriamo la categoria del simbolico”). Non ci può essere mediazione fra il gesto artistico ed una interpretazione che sarà necessariamente aberrante in quanto letterale.

Nel caso della mostra Il mercato della frutta, esperienza da poco conclusa, non bisogna illudersi di avere fatto una mostra ambientata principalmente nel mercato giornaliero fra Via Ancona a Via Odescalchi a Ladispoli (come pure più volte proclamato). Un ponte che non si può smettere di attraversare collega e separa il cronotopo della mostra dalla rappresentazione sociale, quotidianamente condivisa e barattata che “realmente” si ha dello stesso ambiente.

Compito del curatore è non lasciare andare alla deriva questo processo, e permettere una decodifica e stringere un legame. L’impossibilità di una comunione fra i due ambiti non è solo un rumore che impedisce la comunicazione, ma uno scarto che crea significati, esperienze e idee (che poi entreranno auspicabilmente a far parte della realtà, magari andrà stratificarsi nel patrimonio condiviso o anche, più pragmaticamente, dare luogo a momenti di riunione e a progetti comuni legati al luogo).

A questo proposito, come curatore dell’evento, ho dato importanza metodologica ad un lavoro preparatorio di ricerca sul campo, una studio che tenesse conto (non “rispettasse”) delle “leggi” stabilite da Aristotele nella sua poetica. Mai ho presunto di attuare un disintantamento e si è sempre operato primariamente su un piano di illusione condivisa.

Quello che seduce non è la finzione, bensì la realtà (ma la realtà , una volta accettato questo gioco, non è mai altro che la rappresentazione della relatà). La seduzione del reale, non potendo che operare utilizzando strumenti finzionali,  ha lasciato che gli artisti non dovessero operare la simulazione per entrare in contatto con livelli più profondi di realtà. Essi hanno operato sulla realtà stessa del mercato per estrapolarne altri seducenti mondi.

Chissà che tutto questo parlare, fare mostre, parlare di mostre fatte… non sia esso stesso una seduzione alla quale non sappiamo resistere.

“La luce della contemplazione corre parallela a una quiete continua e all’assenza di impressioni esteriori perché la mente, quando è vuota, si tiene completamente eretta e attende quale contemplazione si leverà in lei. Chi invece disputa intorno a questo, non solo fa errare gli altri, ma devia anche lui dalla strada, né [lo]avverte, e corre dietro a un ombra nei fantasmi del suo intelletto” (Isacco di Ninive, Frammento 29 del Discorso primo sulla conoscenza)